Polemica
Mentre componeva «Aida», Giuseppe Verdi aveva condannato la politica imperialista del tempo con parole chiare e pesanti come macigni: «Purtroppo ora siamo in Africa a farvi la parte dei tiranni. Dicono che andiamo lì per portare la nostra civiltà. Bella civiltà la nostra, con tante miserie che porta con sé!».
In «Aida», non c’è una riga, una parola, un concetto che possano offendere la sensibilità civile ed umana dello spettatore, di qualunque credo e orientamento sociale e politico. Recentemente però si è formata, sulla ragionevole necessità di sempre maggiore contrasto alle disuguaglianze, una febbrile caccia revisionista che, ignorando il contesto dell’epoca in cui furono composti autentici capolavori, bollano di indecenza alcune frasi o immagini giudicate «scorrette» e «offensive» delle nuove sensibilità cresciute nella modernità.
È la «cultura revisionista della cancellazione». Ovviamente gestita da avanguardie che presumono di avere la legittima potestà postuma di giudicare a posteriori la correttezza di opere d’arte, di romanzi, commedie, film, opere liriche, realizzate in tempi di sensibilità assai diversi da quelli attuali. In «Aida» la protagonista del titolo è una principessa etiope resa schiava dalla figlia del Faraone egizio. Nel libretto di Ghislanzoni non c’è un accenno alla pigmentazione dei protagonisti, classificati secondo il ruolo sociale. Essendo Aida un’Etiope i registi d’allora la rappresentarono come donna di colore. E così fu per un secolo e mezzo.
Centocinquant’anni dopo, ecco che scoppia lo scandalo. Un soprano, una cantante americana ingaggiata dall’Arena di Verona, rifiuta di annerirsi il viso: «E’ un’ inaccettabile tradizione razzista», accusa. Accetterà poi di andare in scena ma truccata con tinta più lieve, scuretta, da mulatta insomma. Quello che a Verona chiamano «el tacòn peggio del buso», cioè il rimedio peggiore del danno. Questo accadeva nel 2019. Passano tre anni, ed eccoci a una nuova insorgenza, anzi due. Una soprano che doveva interpretare Violetta e ora che rifiuta di esibirsi in un teatro che pratica il «blackface», cioè il vecchio teatro americano che irrideva ai concittadini neri con l’uso di cantanti bianchi dal viso annerito dal trucco. E sui social viene criticata duramente la famosa Anna Netrebko, il soprano russo, peraltro accusata di essere amica di Putin, che ha deciso di diventare un’Aida nera di trucco.
Si aspetta prima o poi una bella rischiarita del Moro di Venezia, l’Otello di Shakespeare, che Iago parlando con il padre di Desdemona, Brabanzio, definisce «labbruto nero avvoltoio che sta facendo la bestia a due teste con vostra figlia», la quale «diventerà madre di mostri africani». Poi, attenzione, alla Bibbia, libro zeppo di violenza e stragi: perché non ridurla a racconto elegiaco?
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