STRAJÈ
Chissà quando e a quale prezzo, ma dovrà pur venire un dopo. Ne sono convinti gli ucraini e Paolo Cucchi che si è offerto di disegnare un volto al loro futuro. Difficile aspettarsi un «dopo» più truce della guerra; doveroso immaginarlo migliore del passato grigio che impregnava palazzoni, fabbriche rugginose e spoglie campagne, prima che morte e terrore facessero rimpiangere perfino la desolazione postsovietica. Città satellite di Kiev, Borodyanka nel bene e nel male ha un destino da avamposto: rasa al suolo dall’aviazione e dall’artiglieria russe poco dopo il 24 febbraio scorso, è stata anche tra le prime a veder germogliare la speranza. Qui Banksy ha lasciato il segno con due murales sui relitti di edifici sventrati: nel primo, una ragazzina improvvisa acrobazie a testa in giù sulle macerie; nell’altro, un bambino stende il judoka-Putin, disonorato ex presidente onorario della Federazione mondiale del nobile sport.
Alla resistenza artistica ora se ne affianca una urbanistica, ispirata a sostenibilità e inclusione. Acciaio e legno, vetrate, vie pedonali o al massimo ciclabili, pannelli fotovoltaici e impianti di biogas e di rigenerazione delle acque fognarie e di raccolta di quelle piovane, terme, parchi, palestre, fattorie e negozi con prodotti a chilometri zero e luoghi d’aggregazione: questi saranno i tasselli di un luogo da abitare alleati con la natura. La vera pace. Mentre la guerra imperversa e ancora minaccia il peggio, per Borodyanka è già tempo di pensare al dopo. Più in grande, più «europeo» di quanto non si prospetti per molte città che al Vecchio continente appartengono da sempre sulla carta politica oltre che geografica.
A Cucchi - che ha offerto il proprio ingegno pro bono - il compito di preparare la sua realizzazione del concept, «strumento fondamentale per accedere ai fondi della ricostruzione all’Unece (la Commissione economica europea per le Nazioni Unite, ndr)». L'impegno di tracciare la rotta per trasformare un distrutto paesone di 30mila abitanti in una città modello da 90mila è stato siglato nei giorni scorsi dall'architetto parmigiano all'Ambasciata di Kiev Kuala Lumpur, alla presenza dei diplomatici ucraini e italiani. E il modello Borodyanka potrebbe servire anche per tanti altri centri ridotti in macerie. «Saputo che questa città à ancora più devastata di Bucha - spiega Cucchi -, ho deciso di dare il mio piccolo contributo perché torni a ospitare la speranza e la vita».
Coniugato al futuro, il progetto viaggia anche nello spazio. All’Ucraina approderà da Parma passando appunto dalla Malesia, dove il 66enne parmigiano da un quarto di secolo vive con la moglie Susanna Belletti, ex nazionale di volley (con il Cus vinse lo scudetto del 1971). Lei, che ha studiato Lettere classiche, ha conseguito una sorta di laurea honoris causa in Architettura nel grande studio avviato con il marito a Johor Bahru, di fronte a Singapore. C’era portata. «Susanna mi ha sempre aiutato negli interni, nei landscape e nella ricerca dei materiali» risponde lui dallo studio ora deserto per il capodanno cinese, con un sottofondo, a seconda dell'ora, di fuochi d’artificio o di canti di uccelli appollaiati sull'albero di mango di fronte alla finestra.
Passione per i recuperi
Studente di Marconi e Ulivi, Cucchi si laurea a Venezia mentre già coltiva l'arte nello studio di Giuseppe Lunardi. La tesi è su un'ipotesi di riqualificazione dell’area dismessa del «Frigorifero» di viale Piacenza. «Da sempre - spiega - mi interesso a recuperi di territorio e ristrutturazioni». Lo dimostrano i restauri di palazzi prestigiosi firmati anche nella sua Parma. Una classicità che porta con sé: anche la modernità delle sue linee trasmette calore, accoglienza. Dopo la laurea, il confronto con l'architettura internazionale, nel periodo americano con personaggi del calibro di Peter Marino, designer dei negozi di Dior e Chanel. Tornato in Italia, Cucchi lavora nel privato e con il Provveditorato delle opere pubbliche regionali, specie per piani di recupero della montagna, prima che Tangentopoli azzeri tutto. Strategico il passaggio per l'Appennino: per un ricorso vinto per amici di Borgotaro, non chiede nulla. «Semmai, viste le vostre conoscenze laggiù, mettetemi in contatto con chi mi faccia lavorare in Malesia» butta lì per scherzo. E così il caso riprogetta la vita del progettista. Pochi mesi dopo, da Kuala Lumpur lo chiamano per proporgli di realizzare un parco giochi. Cucchi non esita: si stabilisce in Malesia con la moglie e la piccola Virginia (ora architetto a Milano). Ma è il giugno del 1997: e nel 1998, mentre si lavora al primo capannone del parco, la crisi azzoppa le tigri d’Asia. Tutto si ferma.
Tra lo studio e la cattedra
Si decide di restare. Due mesi di ferie forzate vengono dedicati all’esplorazione di villaggi sperduti, tra echi salgariani e non solo. «Lo stesso Tiziano Terzani mi parlava del fascino selvaggio di questa terra magica». È soprattutto a Singapore, separata da Johor Bahru da poche centinaia di metri di mare, e soprattutto da una frontiera, che Cucchi riprende a lavorare. «A ogni rientro ero considerato un illegal immigrant. Dopo sei mesi, costituita una società con due malesi musulmani, ottenni il permesso di soggiorno». Finalmente, i cantieri riaprono anche al di qua dello stretto. Per certi versi, la ripartenza è eccessiva. «In questi anni si è sofferta una speculazione edilizia senza precedenti». Pochi sono più titolati a parlarne di Cucchi, al quale dal 2003 al 2010 è affidata la cattedra di Edilizia residenziale e Edifici a torre all'Università di Johor Bahru e infine l'incarico di responsabile dell’Ufficio internazionale dell'ateneo. Per le torri da lui ideate, Cucchi nel 2009 è eletto tra i 70 membri dell’esclusiva Accademia internazionale di architettura, della quale fanno parte anche Renzo Piano e Norman Foster, per citare un paio di nomi. Il «Pavilion», 320 metri quadrati di essenzialità, eleganza e sostenibilità realizzati a Johor gli vale 9 premi internazionali. Suoi - tra gli altri - i progetti di grande impatto visivo e sintonia con l'ambiente di nuove città ecologiche in Myanmar, di villaggi turistici e ville a impatto zero in Cambogia e Vietnam, di parchi dedicati a miniere d'oro in Ghana, di yacht da 73 metri, di torri a Malta, Singapore e in Malesia e resort in Sardegna, di musei in Finlandia oltre a centri commerciali in Arabia Saudita e Kuwait. Nel 2017 è eletto designer più influente in Asia: un riconoscimento che ne riassume tanti altri.
Quei serpenti alla porta
Che la Malesia sia ancora selvaggia, nonostante l'avanzata del cemento, lo dimostra il pitone di tre metri da lui catturato pochi giorni fa a due passi dall'uscio. «L’anno scorso sono stati 7 in tutto, anche di quattro metri: uno spuntato dalla tazza del water. Inoltre, abbiamo avuto incontri ravvicinati con 13 cobra, di quelli che sputano veleno mirando agli occhi... Poi entrano scimmie e varani». E la sua casa coloniale, pur se circondata da un grande parco non è proprio in mezzo alla giungla. A queste presenze, Paolo ha fatto l’abitudine, così come Susanna al suo fianco nelle catture. Non è per questi possibili incontri che oggi la coppia sta pensando di tornare a Parma, ma piuttosto perché anche la nostalgia ha i propri progetti. «Ci preoccupa un po' il pensiero - sorride lui - dei container da riempire con migliaia di libri, di mobili, dei nostri Buddha di bronzo. Sarà dura sistemare tutto». Ma prima, c'è da immaginare la pace al posto delle macerie, una città d'armonia da traslocare in Ucraina dal futuro. Mille idee si affacciano nella mente di Cucchi. Due hanno già messo radici. «Accanto alla ragazzina “acrobata” di Bansky sorgerà il centro culturale. Il bambino che atterra il judoka lo porteremo nell'atrio del nuovo municipio. Sarà un bel biglietto da visita per Borodyanka che sta tanto soffrendo».
Roberto Longoni
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