LINGUA E DIALETTO
Mio figlio Rocco era appena nato a Reggio Emila, all’Ospedale di Santa Maria, dove mia moglie aveva deciso di andare a partorire. Insieme alle felicitazioni di rito, neppure i miei amici più cari, appena seppero de lieto evento, mi risparmiarono qualche inevitabile ironia sulla sua presunta testa quadra. In quanto reggiano di nascita, a loro avviso, anche mio figlio avrebbe dovuto avere la testa quadra. Perché? perché un notissimo “proverbio” parmigiano vuole che tutti i Reggiani siano teste quadre.
E nell’italiano dell’uso settentrionale, come in genere nei dialetti settentrionali, dire di uno che è una testa quadra non è certo fargli un complimento. Equivale a dirgli che è un testone, un duro di comprendonio, un ignorantone; una testa balzana o qualcosa del genere. Già il Peschieri nel 1828 e poi nel 1836, seguito puntualmente dal Malaspina nel 1859, traduceva il parm. tésta cuädra con “Capo a cantoni. Testa balzana, persona strana, stravagante: zucca, poponello.
In particolare è ancor oggi vivissimo il “blasone” di teste quadre con cui Parmigiani e Modenesi gratificano volentieri i loro “cugini” Reggiani. Di loro i Parmigiani usano dire ArSàn (da la) tésta cuädra 'Reggiani (dalla) testa quadra'. Domenico Galaverna per bocca del suo “Battistein Panada” nel 1895 a proposito dei vicini Reggiani non usa mezzi termini: "Testi quadri i disen ch' j' en?/ Mi dirò ch' j' en biricchein,/ Balosson ed prima riga/ Po el rest a ne 'l digh miga" ['Teste quadre dicono che sono?/ Io dirò che sono lazzaroni,/ mascalzoni di prima riga/ poi il resto non lo dico']. Già nel “Battistein” del 1856 i Reggiani' son detti "Testi quadri" e poco prima, in una “Fodriga da Panocia” del 1853 si legge "L' è andà l' Ultem Quart a or 10 minut 35 dla sira in biblioteca a lezer di librazz per veder s' el trova el perchè a j' Arzan igh disen testi quädri" ['L'ultino quarto (di luna) è andato alle h. 10 e 35 min. della sera in biblioteca a leggere dei libracci per vedere se trova il perchè ai Reggiani dicono teste quadre’].
La leggenda delle origini
Proviamo dunque a venire in aiuto – se possibile – alle ricerche già avviate scherzosamente dalla “Fodriga da Panocia” di 170 anni fa.
Una bella e fortunata leggenda metropolitana (di cui Lorenzo Sartorio ci riferisce in un suo recente bell’articoletto intitolato Le lotte di campanile e gli sfottò, in Jerdlà, vol. I, pp. 33-34) vorrebbe che “il Creatore, quando decise di fare la nostra terra scura e buona da pane, plasmò di forma rotonda il cranio dei parmigiani, mentre invece per quello dei reggiani, preso da un raptus di perfezionismo, da perfetto architetto usò squadra e compasso al punto da farlo diventare perfettamente quadrato. Ed allora quando l’homo erectus parmigiano si specchiò nell’acqua della Parma, si vide la testa rotonda come un’anguria, mentre il cugino d’oltrenza specchiandosi nelle acque del suo torrente, se la scoprì quadrata. Da lì iniziarono i primi sfottò al punto che, in epoca medievale, un saggio reggiano stabilì che la forma rotonda del cranio parmigiano era dovuta al fatto che i pidocchi (e quindi la scarsa igiene) l’avrebbero modellata in quanto, alle origini, era quadrata”.
Leggende a parte, l’epiteto spregiativo di testa quadra ricalca puntualmente il più antico italiano capo quadro nello stesso significato denigratorio: così per es. in Guglielmo detto il Giuggiola (sec. XVI), vd. Trionfi e Canti carnascialeschi del Rinascimento, a cura di R. Bruscagli, vol. I, Roma, 1986 e, nello stesso secolo, anche nell’italiano dell’illustre umanista Benedetto Varchi (av. 1565), vd. GDLI, l’espressione capo quadro figura come soprannome di un baggeo, di uno stupido.
C'è motivo di credere che l’espressione testa quadra (come del resto capo quadro) sia giunta a questo significato negativo (il solo che ha conservato sino ad oggi) attraverso un impiego ironico-antifrastico dell'agg. quadro, che come quadrato (in contrappposizione a tondo/rotondo 'sciocco; ottuso') in origine dovette avere invece un significato altamente positivo (un po’ come per es. l'antico it. tetragono, propr. ‘dai quattro angoli’, nel senso di ‘fermo, costante, posato’, cfr. in Dante Ben tetragono ai colpi di ventura (Par. XVII, 23-24).
Quadro e quadrato, tondo e rotondo: l’ambigua geometria dell’intelletto.
L’aggettivo quadro (variante "forte" ovvero “breve” o “accorciata” di quadrato direbbero i linguisti) nel significato positivo oggi disusato di 'giudizioso, prudente, assennato’ ovvero di ‘che ha la testa sulle spalle, che ha una mente lucida, equilibrata, logica ecc.' s’incontra già per es. nell’italiano di Annibal Caro (av. 1566), cfr. GDLI (Grande Dizionario della Lingua Italiana di Salvatore Battaglia), s.v.
E questo valore positivo e verosimilmente originario di testa quadra, oggi dimenticato, si conservava ancora per esempio nel poemetto giocoso Il palio degli asini di Modesto Rastrelli, Firenze, 1791, stanza 7. Qui lo stesso Rastrelli annotava tra l'altro che né testa quadra né testa tonda "trovansi nel vocabolario [della Crusca], sebbene siano due maniere di parlare usitatissime in tutti i ceti". Il nostro Lorenzo Molossi nel suo Nuovo elenco di voci e maniere di dire biasimate e di altre che sembrano di buona ragione e mancano ne’ vocabolarj italiani, Parma 1859-1841, p. 731, osservava che anche nel Dizionario dei sinonimi del Tommaseo testa quadra è registrato ancora come sinonimo di testa ben pensante, assennata. Anche l’illustre filologo Giambattista Giuliani nelle sue Delizie del parlar toscano (1880) II 391 notava che i Toscani “per traslazione chiamano ‘tondo’ un uomo che apparisca semplice e materiale, di grossa pasta: si servon di tale aggiunto quasi per contrapporlo a ‘quadro’; e come a chi è di cervello fine rendon lode di testa quadra, denominano testa tonda chi lo ha grossolano e sciocco”, vd. GDLI.
Né il Tommaseo né il Molossi accennano tuttavia al significato esattamente opposto, spregiativo, che l'espressione testa quadra, verosimilmente attraverso un suo uso ironico antifrastico, doveva avere assunto già nell’italiano del Cinquecento, e continua ad avere tuttoggi nell’italiano dell’uso settentrionale e specialmente emiliano occidentale.
Le teste quadre dei Reggiani
Quel che è curioso (e che già incuriosiva la citata “Fodriga da Panocia” del 1853) è che almeno dal Settecento l’espressione teste quadre sia attestata specialmente come modo spregiativo nei confronti dei Reggiani e non di altri. Dico “almeno”, perché già un poeta illustre come Carlo Innocenzo Frugoni alla fine del Seicento mostra di conoscerla, proprio come epiteto canzonatorio riferito ad un reggiano. I versi ironici in cui ricorre suonano "Or vatti a impiccare, o Morte ladra,/ ch' oggi s' è laureato il Cavedagna,/ il qual saprà guarire ogni magagna,/ ch' egli è reggiano ed è di testa quadra", vd. GDLI (Grande Dizionario della Lingua Italiana di Salvatore Battaglia) s.v. quadro.
La stessa locuzione in senso ancor più chiaramente dileggiativo nei confronti dei Reggiani, è attestata in un sonetto anonimo circolante in quel di Parma nella primavera del 1759 all'indomani della rappresentazione nel locale Teatro Ducale del dramma per musica Ippolito ed Aricia, del quale proprio il Frugoni aveva scritto il libretto. Il sonetto anonimo, attribuibile allo stesso Frugoni, era indirizzato contro quei Reggiani che avevano osato giudicare poco benevolmente il testo del suo libretto. Il sonetto frugoniano recitava: "O teste quadre idest [‘cioè’] teste Reggiane/ perché senza saper fate i Dottori/ sul dramma delle scene Parmeggiane/ che all' italico canto aggiunge i cori? /...Voi sul nuovo lavor fate i saccenti/ ma io per carità v' avviso e scrivo/ che non è carne per i vostri denti./ Teste reggiane oh quanto/ questo genere nuovo vòle ogn' anno vendicarsi di voi, con vostro danno./ Lo lodan quei che sanno/ e voi garrule lingue e senza sale/ v' abbiamo in c... se ne dite male". Non si fece attendere la risposta per le rime dei Reggiani. Essa si concludeva con queste parole minacciose rivolte all’autore del sonetto: "Non stuzzicar chi tace,/ Poiché più d' una delle teste quadre/ dar ti potrebbe orrende botte e ladre" (vd. F. Piazza nel suo articolo Frugoni coniò le «teste quadre» in “Gazzetta di Parma” del 19-1-1999). Un po’ come dire insomma: bada a come parli perché più d’una di queste teste quadre potrebbe suonartele molto duramente.
Di teste quadre nel senso canzonatorio di ‘Reggiani’ abbiamo un' altra illustre testimonianza tardo settecentesca: quella del grande erudito bussetano padre Ireneo Affò (del l796) che in una sua lettera spedita da Montechiarugolo e indirizzata all’ecclesiastico Andrea Mazza, alludendo appunto ai Reggiani, osservava tra l’altro: "Dalle rive dell'Enza, su cui passeggio con molta tranquillità, vo sentendo come le Teste quadre abbiano declinato al rotondo" [cioè ‘siano rinsavite’], vd. S. Aroldi Lettere inedite di Ireneo Affò conservate nella biblioteca Palatina di Parma (1785-1797). Tesi di laurea, rel. Prof.ssa P. Medioli Masotti, Facoltà di Magistero, Università di Parma, a. acc. 1988-1989, p. 386.
Ma la forma del cranio non c’entra
Inseguendo la motivazione di questo antico e fortunatissimo modo canzonatorio nei confronti dei Reggiani si è favoleggiato persino di una loro presunta particolare conformazione cranica.
È pur vero che la tradizione popolare dalla forma della testa deduceva talvolta la maggiore o minore "acutezza" intellettuale di chi ne era portatore. Nel Baldus del Folengo II v. 124 per es. si legge che "Genua dum generat, testas commater aguzzat" che cioè 'quando Genova mette al mondo un bambino, la comare, cioè la levatrice, gli fa la testa aguzza' ovvero "rende aguzza la testa ai neonati perché abbiano a diventare sottili d' ingegno” (così secondo la lettura di Emilio Faccioli).
Come già si diceva una testa quadra, cioè tetragona, con quattro angoli, dalla forma tendenzialmente quadrata insomma, dovette essere immaginata anticamente per lo più come segno inequivocabile di posatezza, di assennatezza, di equilibrio (contrariamente a quella tendenzialmente tonda o rotonda). L'immagine rientrava in qualche modo nel quadro di una antica metaforica geometria dell’intelletto che tende ad attribuire a ciò che è appuntito, acuto (come un angolo per es.), il carattere di 'intelligente’, e a ciò che è '(ro)tondo, ottuso’ quello di 'sciocco, tonto'. Ma ci volle poco – come s’è detto – a ribaltare ironicamente il significato originario dell’aggettivo quadra riferito alla testa (e a farla girare ai suoi esegeti).
Quel che comunque ad oggi sembra certo è che la qualifica di teste quadre riferita ai Reggiani non abbia niente a che fare con l’ antropologia del loro cranio ovvero con la particolare struttura anatomica della loro testa e che ulteriori eventuali ricerche craniologiche o frenologiche in questo senso non sembrano destinate ad approdare a qualche risultato attendibile.
La Secchia rapita del Tassoni e l’origine tutta campanilistica e letteraria delle teste quadre dei Reggiani.
La sicura ragione per cui ai Reggiani in particolare, e non ad altri, fu affibbiato questo curioso appellativo di teste quadre non è anatomica ma è frutto di una bella e fortunata invenzione tutta campanilistica e letteraria.
Risale all’eco straordinaria del fortunatissimo poema eroicomico La secchia rapita (a.1614-1617) del modenese Alessandro Tassoni, in particolare all’episodio (canto IV, 65-66) in cui si narra che i Reggiani, assediati a Rubiera dai Modenesi, alla fine si arresero e, sconfitti e denutriti, furono costretti all’umiliazione di passare a capo chino sotto l’asta della picca del dio Marte (ancora travestito da Scalandrone, alleato dei Modenesi), che assestava loro, uno dopo l’altro, uno scappellotto, uno scappellotto così robusto da deformarne la testa.
Quei versi suonano: «Marte, che la sembianza ancor tenea / di Scalandron, per onorar la festa, / stando a la picca, ove al passar dovea / chinar il vinto la superba testa, / dava a ciascun, nel trapassar che fea / sotto quell’asta, un scappellotto a sesta: / cosí fino a l’aurora ad uno ad uno / andò passando il popolo digiuno. // Poi che tutti passâr, Marte disparve / lasciand’ognun di meraviglia muto. / Stupiva il vincitor che le sue larve / conoscer non avea prima saputo: / stupiva il vinto, poi che ‘l sole apparve / cinto di luce, e che si fu avveduto / con onta sua che le picchiate ladre / a tutti fatte avean le teste quadre».
Le “picchiate ladre”, cioè ‘le botte tremende’ ricevute in quell’occasione dai poveri Reggiani, avrebbero insomma cambiato per sempre i loro connotati, facendo delle loro teste, ch’erano normalmente tonde (ma figuratamente anche ‘sciocche, rozze, ignoranti’), delle teste quadre (ma, figuratamente anche ‘sagge, assennate’) e le avrebbero consegnate così alla memoria divertita dei posteri. In particolare a quella dei loro amatissimi vicini di casa, i confinanti Modenesi e Parmigiani.
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