Vittoria di Konsumer
Un intrico di leggi regionali e di loro interpretazioni. Ma alla fine a mettere l'ultima parola su una questione che (ahimè) riguarda un numero sempre più elevato di persone, è stata la Corte di Cassazione. Con una sentenza che può rappresentare almeno un sollievo economico per tante famiglie «malate» di Alzheimer: proprio così, quando qualcuno è colpito da questo morbo, chi gli sta più vicino è come se a sua volta si ammalasse. «E ora la speranza è che i giudici di merito tengano conto della giurisprudenza, cosa che non sempre avviene» sottolinea l'avvocato Giovanni Franchi, presidente regionale di Konsumer.
La causa vinta in terzo grado vede il civilista parmigiano al fianco della figlia e dell'amministratrice di sostegno di una pensionata monzese sofferente della patologia degenerativa. L'anziana, che sarebbe poi deceduta nel 2014, per un paio d'anni fino al 2012 era stata ospite di una Rsa, fino a quando la figlia e l'amministratrice di sostegno non decisero di cambiare struttura. In sospeso, erano rimaste alcune rette: e per questo alle due donne nel 2013 venne recapitato un decreto ingiuntivo per un totale di 10.300 euro.
Dal canto loro, la figlia e l'amministratrice ritenevano di non dover versare alcunché, chiedendo la risoluzione del contratto. Sostenevano infatti che la Rsa fosse stata inadempiente, a causa della condotta «scorretta e superficiale dei medici che non avevano sottoposto la paziente al trattamento terapeutico convenuto». Inoltre, lamentarono una «carenza di assistenza da parte del personale» e «maltrattamenti subiti dalla signora».
In primo grado finì non solo con la cancellazione del decreto ingiuntivo, ma anche con la condanna a carico della struttura a rimborsare le rette arretrate, dall'aprile del 2010 al marzo del 2012, per un totale di 46.182 euro (dei 120 di retta quotidiana, 52 erano era già stati versati dal Servizio sanitario nazionale).
Non era che l'esito del primo confronto. Il secondo andò in modo opposto, con la Corte d'appello di Milano che diede ragione alla fondazione proprietaria della casa di riposo: quest'ultima richiamò i principi di suddivisione della spesa tra il Fondo sanitario nazionale o regionale da una parte (per i costi sanitari della degenza) e dall'altra i privati o, nei casi con un Isee al di sotto di una soglia specifica, un ente territoriale chiamato comunque a corrispondere la spesa assistenziale. In sostanza, la Rsa sottolineava come alla signora fossero state garantite cure di elevato livello socio-assistenziale e, invece, di basso livello sanitario. Ma il giudizio di secondo grado, come si è detto, avrebbe retto poco, prima di essere ribaltato dall'ordinanza della Cassazione.
Secondo gli ermellini, nel caso di una persona malata di Alzheimer, non si può individuare una separazione netta tra prestazioni sanitarie e socio-assistenziali: e quando c'è una «stretta correlazione» tra loro si determina la «totale competenza del Servizio sanitario nazionale». Come in un ospedale, dove non si chiedono le spese di vitto e alloggio ai degenti. Fondamentale in tutto questo sarebbero non le caratteristiche della struttura che ospita il malato, ma piuttosto le condizioni di quest'ultimo. Secondo la Cassazione, è sufficiente che il paziente abbia bisogno di prestazioni sanitarie: che gli vengano o meno somministrate è irrilevante. «Una sentenza importantissima - sottolinea Franchi - che finalmente chiarisce i termini di una questione dibattuta e che riguarda migliaia di cittadini e delle loro famiglie».
rob.lon.
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