ANNIVERSARIO
Lo aspettavamo in redazione, quel mattino di dieci anni fa. Ci travolse invece la notizia che non avremmo mai voluto ricevere né condividere, noi che di notizie viviamo e ci consumiamo ogni giorno un po’, per come spesso contagino di dolore.
Quella portò via una parte di ciascuno di noi: Marco Federici non avrebbe più varcato la soglia di via Mantova 68, non si sarebbe più seduto alla sua scrivania, non avrebbe più salutato levando o inforcando il perenne occhiale da sole. A osservare i suoi capelli lunghi e mossi veniva da chiedersi quando avrebbe perso l’aria da eterno ragazzo. Mai sarebbe accaduto.
Il suo destino era di non invecchiare: Marco era morto a Corcagnano, in uno schianto con il suo scooterone, mentre scendeva in città. Qualcuno corse su lungo via Langhirano e poté solo vedere il suo corpo sotto un lenzuolo: bianco come le pagine che angosciano chi scrive, quando non sa da che parte cominciare per il troppo da dire.
Dieci anni oggi da allora, dieci anni senza il Grinta, il capitano che sul campo di calcio non mollava mai, il redattore che per primo scrisse di Mario Alessi durante l’incubo Tommy, l’inviato che il terremoto d’Abruzzo lo visse con gli occhi, la penna e il cuore, testimoniando l’impegno dei volontari della Protezione civile negli articoli per il giornale e nel libro «Angeli tra le macerie», diario di umanità e altruismo. Venuto dalla gavetta delle collaborazioni, era stato nominato vice capocronista, ed era capace di trovare con ognuno la parola giusta, aveva compiuto 46 anni da un mese, da due anni era padre raggiante di Anna, era sposato con la collega Chiara Cacciani. Viene da immaginarlo felice, e non è detto che il pensiero sia sempre di conforto: felice avrebbe potuto essere ancora a lungo.
Marco verrà ricordato domani alle 18,30 nella chiesa parrocchiale della sua Sala Baganza (era di San Vitale, dove ancora vive la mamma Cipriana). Un momento dedicato a ciò che è stato e a ciò che ancora è. Il suo nome è nelle targhe che gli intitolano il comunale di Sala e la sede del Seirs Croce gialla, nell’ex centro stampa della Gazzetta in via Mantova, ma è anche itinerante, affidato all’impegno di chi dona e alla fantasia di chi riceve.
Viaggia ancora, grazie alla Valigia di Marco e Anna: nei luoghi del dolore, con i trolley pieni di giochi per bambini senza tv né elettricità, spesso senza casa. «L’idea – spiega Chiara Cacciani – ci è venuta riguardando la foto del presidente del Seirs Luigi Iannaccone che improvvisava una partita a sinalcoli con un gruppo di bimbi e bimbe dell'Abruzzo terremotato. Abbiamo dotato i volontari di un trolley facile da trasportare e pieno di giochi non deteriorabili, utilizzabili con uno, pochi o più partecipanti e pensati per i contesti di emergenza». Doveva essere una valigia sola, e invece - grazie a Barilla e a Fondazione Munus - in poco più di un anno e mezzo ne sono state spedite 42: dall'Ucraina alla Siria, alla Romagna alluvionata, in ospedale, nel carcere di Parma per gli incontri tra i papà detenuti e i figli, fino ad associazioni che si occupano di migranti minorenni e adulti. «La risposta di insegnanti, educatori, psicologi e psicologhe che la stanno utilizzando ci spinge davvero a portare avanti questa eredità nata per caso, o forse per destino».
Federici ne sarebbe orgoglioso e prenderebbe nota con la solita cura. «Marco era molto scrupoloso: un cronista di razza, attento alle notizie e alle persone» racconta Luciano Pecorari, a lungo suo capo cronista, prima di diventare vice direttore. Fu tra gli ultimi a sentirlo quel maledetto mattino. «Io ero già in pensione, ma ci saremmo dovuti vedere per un caffè con amici comuni. Mi raggiunse invece la notizia di un incidente su via Langhirano e fui assalito da un tragico presentimento. Andai a Corcagnano e non c’era più niente da fare…». Dieci anni da allora, ma la commozione è rimasta la stessa. Uguale è l’amarezza per un’ingiustizia avvertita più pesante di altre.
«Marco era molto bravo nel cogliere le situazioni e i bisogni – afferma Stefano Camin, presidente del Centro servizi regionale della Protezione civile e ai tempi dell’emergenza Abruzzo presidente della Prociv provinciale -. Con lui abbiamo condiviso i momenti dell’adrenalina e dello sconforto oltre che dell’euforia. E in certe situazioni sono momenti che ti segnano». Come quelli ricordati da Gabriele Balestrazzi. «Tre sono i suoi fotogrammi impressi nella mente e nel cuore – racconta l’ex direttore di Tv Parma ed ex vice capocronista di Marco -. Il suo silenzio davanti alla macchinetta del caffè, nei giorni del sequestro di Tommy, per (non) dirmi che si sentiva messo ai margini di quella vicenda: e fu poi lui a guadagnarsi il suo spazio quando per primo individuò e intervistò il “testimone incappucciato” ovvero Mario Alessi, uno degli orchi. Poi “Angeli delle macerie”, il toccante e bellissimo libro-testimonianza dei soccorsi da Parma per il terremoto in Abruzzo che dice tanto del suo giornalismo pieno di umanità. E infine, su tutto, il sorriso orgoglioso della foto in prima pagina di quel triste giorno, con in braccio Anna».
Rigoroso e umile, dolce come può essere chi sia stato il Grinta del Sala Baganza: così lo racconta Davide Barilli. «Preferiva stare sul campo, in mezzo alla gente, ad ascoltare storie – dice l’ex collega scrittore -. Come fece egregiamente quando per il giornale seguì il terremoto in Abruzzo. Un libro scritto con il cuore, dal di dentro, attraverso il suo sguardo profondo, esempio di un giornalismo fatto di umanità e pazienza, rigoroso e attento alla dignità del prossimo. Una lezione di stile che Marco ci ha lasciato e che a distanza di anni vale a maggior ragione ancora oggi». Un ricordo in sintonia con quello di Giuliano Molossi. «Gli piaceva anche la politica – dice l’ex direttore - e se ne intendeva, ma preferiva la strada con il suo carico di umanità. Ho ancora davanti agli occhi la folla ai funerali, la commozione. Dei 17 anni da direttore della Gazzetta, quello della sua morte fu il più doloroso, per come si è consumata questa tragedia. Ho ancora la maglietta rossa con la scritta “Ciao Marco” e il suo profilo: mi piace indossarla, quando vado a correre». Ciao, non addio. Ed è come se in redazione ancora ci aspettassimo di rivederlo. Noi di dieci anni più vecchi, lui con quell'aria da eterno ragazzo.
Roberto Longoni
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