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Campane e campanari di una volta: storie di fede e fratellanza

Campane e campanari di una volta: storie di fede e fratellanza

28 Agosto 2023, 03:01

Il campanile, meglio la torre campanaria, nelle vecchie chiese di città, campagna e montagna, è sempre stato considerato un luogo magico. In quell'anfratto dai muri scrostati tra candelabri rotti, statue di santi coperti da teli, turibuli non più funzionanti, vasetti colmi di incenso, da una sgangherata porticina, si accedeva ad una scaletta sconnessa, tappezzata di ragnatele e di escrementi di piccioni che conduceva sulla sommità del campanile.

Al campanaro spettava il compito di tirare le corde di quello che, per tanta gente, tempi addietro, è stato l'orologio dell'anima. I rintocchi delle campane, infatti, davano la sveglia al mattino, scandivamo il momento di mettersi a tavola per il pranzo mentre, al tramonto, suonavano l'Ave Maria. Nei giorni di festa, invece, richiamavano la gente in chiesa per la messa, scandivano la varie processioni e le festività patronali, accompagnavano i morti al camposanto, allertavano in caso di pericolo suonando a martello. E tutto avveniva in quella cella angusta dove poteva starci a mala pena il campanaro che si destreggiava con quelle antiche corde che sapeva manovrare alla perfezione. Erano tempi in cui il traffico e certi rumori molesti di oggi non esistevano, quindi, si era in grado di avvertire nitidamente il suono delle campane anche a distanza, sia di quelle possenti sia di quelle più piccole come, ad esempio, quella della «Cèza dal Bambèn» che, con l’abbandono delle ultime suore cappuccine dal convento di Barriera Farini, ha cessato di fare sentire il suo rintocco.

Le campane parmigiane più mattiniere pare che fossero, secondo una testimonianza di Renzo Martini, tratta dal Lunario di «Parma Nostra», quelle di Santa Maria Maddalena in borgo della Posta, quindi era la volta di quelle di Sant’Antonio Abate dai rintocchi affrettati, leggeri ed acerbi. Poi, vispa come una gazzella, la campana di San Sepolcro, quella argentea di San Michele ed ancora quella dal suono materno di San Pietro d’Alcantara, alla quale faceva seguito la campanella dalla voce argentina posta sul minuscolo campanile della chiesa «dal Bambén». E, per ultima, la romba possente del campanone del Duomo al quale facevano eco le campane di San Giovanni che svettavano dal più alto campanile della città. Una volta le campane erano considerate sacre. Dopo la costruzione venivano battezzate, quindi, veniva attribuito loro un nome di fantasia, molte volte, al loro interno, si incideva una frase beneaugurante. «Ugolina», «Zafferana», «Quarta», «Nuova», così si chiamano le campane del nostro Duomo che, con i loro batacchi, accompagnano la voce tonante del «gran signore» del campanile della Cattedrale: «al Bajòn».

La campana maggiore del Duomo, detta appunto «Bajòn», fu battezzata con questo strano nome dal cardinale Bianchi nel 1291 in un messaggio che l’alto prelato inviò al Vescovo e al clero di Parma (come sostiene Giacomo Zarotti nel suo «Ricordo del Bajone» - Nazionale Editrice). Insomma, la campana, era considerata un vero e proprio nume tutelare della comunità: a lei ci si affidava per scongiurare le tempeste che potevano vanificare il raccolto o per avvisare dei pericoli imminenti tipo incendi o alluvioni. Addirittura, in certi paesini dell’alta Valle dell’Enza, in Lunigiana e Garfagnana, nei mesi invernali, in occasione di copiose nevicate che coprivano i sentieri, era fatto obbligo al campanaro di suonare le campane anche di notte (una o due volte) per avvisare, della presenza del paese o di una borgata, un pastore o un viandante che si fossero smarriti in mezzo alla tormenta. La nostra città, in passato, vantò solerti e bravi campanari quali: Aristide Rizzoli della parrocchia di Santa Maria Maddalena e Santa Cristina, Eliodoro di San Quintino, Labano Ballarini, impeccabile campanaro della Cattedrale, un certo Capelli nella chiesa di San Giuseppe, frà Pellegrino Tagliavini del convento di San Pietro d'Alcantara, Egidio Cavazzini di Sant’Antonio Abate (padre di Claudio Cavazzini, vulcanico presidente della «Famija Pramzana»), Ennio Boselli di San Sepolcro, Pietro Maranzoni di San Michele (per una vita fedele «ombra» di Don Provinciali), frate Cosma dei Cappuccini e Antonio Domenichini dell'Annunziata. Mentre, in montagna, come non ricordare Mentino Baiocchi di Palanzano e Vincenzo Ferrari di Zibana (ancora oggi in servizio) campanaro storico di molte chiese delle «Valli dei Cavalieri»?

Va inoltre sottolineato che queste valli ospitarono, per anni, una famosa fabbrica di campane: la «Premiata Fonderia Zucchellini» di Lalatta. Un campanaro-sagrestano rimasto nel cuore della sua gente fu Aristide Rizzoli in servizio per tanti anni nelle chiese di Santa Maria Maddalena (Borgo della Posta) e Santa Cristina (strada Repubblica).

Aristide era l’ombra del proprio parroco, l’indimenticabile don Romeo Mori alla guida delle due parrocchie, ininterrottamente, dal 1954 al 1970 poi diventato monaco camaldolese negli eremi di Camaldoli e Fonte Avellana. Don Romeo interpretava alla grande tutte le qualità che dovrebbe possedere un sacerdote: bontà, generosità, pazienza, disponibilità e dolcezza.

Infatti, negli anni in cui svolse il proprio apostolato nelle due parrocchie, ogni giorno, andava a visitare i suoi anziani e gli ammalati sia a casa che in Ospedale portando sempre parole buone, di conforto e di speranza che non si sforzava a pronunciare perché gli sgorgavano direttamente dal suo cuore grande.

E poi i tanti amarcord del periodo in cui don Romeo era parroco nelle due chiese: la «Maddalena» e la «Cristina» come molto simpaticamente le chiamava il fedelissimo Aristide, un un omino di bassa statura ma con due occhi vispi e furbi come quelli di una volpe.

Originario di Mezzano Rondani, sarto di mestiere, arrotondava svolgendo le mansioni di sagrestano per mantenere la famiglia: moglie e tre figli. Aristide, che risiedeva in borgo della Posta, sopra la canonica e sotto la torre campanaria, era un po' l'anima operativa delle due parrocchie. Era il valido supporto a don Romeo in occasione delle varie funzioni, delle benedizioni pasquali e per la festività dalla «Candelora» quando in chiesa e nelle case si distribuivano le candele benedette oppure per organizzare la processione mariana di fine maggio.

Una buona parte dei parrocchiani della «Maddalena», negli anni Cinquanta, risiedeva in quello che stava per diventare il quartiere «Cittadella» ma che, a quei tempi, era ancora campagna con tanto di prati, giardini, orti e pollai.

Le candele benedette che distribuiva il buon Aristide, erano gelosamente conservate dalle anziane le quali le appendevano sopra il letto utilizzandole in caso di temporali, con minaccia di grandine, che poteva devastare il giardino o l'orto.

Ed allora era tradizione bruciare l'ulivo benedetto della Domenica delle Palme con la candela della « Sarjóla» recitando giaculatorie popolari per evitare che la «timpésta» rovinasse fiori, verdure e frutti.

La saletta parrocchiale di Santa Maria Maddalena era riservata ai bambini per le lezioni di catechismo, mentre, per Natale, si trasformava in una sorta di magazzino con i pacchi per i poveri. Mentre, alla domenica pomeriggio, non mancavano mai intrattenimenti per i più piccini e gli anziani con la proiezione di qualche film addolcito dalle immancabili caramelle o dai freschissimi «rótt äd Salvèn», i biscotti dell’omonimo biscottificio di via Pezzana.

Salvo qualche raro caso ora, non essendoci più campanari, le campane moderne funzionano azionate da un piccolo computer in grado di farle suonare anche brani musicali come alcune pastorali natalizie. Ma non è la stessa cosa.

I tempi sono cambiati e, coi tempi, mutano anche le abitudini, i gusti, i costumi, le tradizioni, la vita e, quindi, anche il suono delle campane che però, specie per chi ha dovuto lasciare il proprio paese o il proprio borgo, è rimasto nel cuore. Ecco perché molti emigrati, anche delle nostre vallate, hanno donato al proprio paese le campane, affinché proseguissero a scandire il tempo della propria comunità.

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