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Barcaioli del Po: le vecchie storie dei figli della nebbia e del silenzio

Barcaioli del Po: le vecchie storie dei figli della nebbia e del silenzio

23 Ottobre 2023, 03:01

Che tristezza vedere il Po così magro come ci hanno offerto le immagini di un autunno anomalo e strano, figlio dei mutamenti climatici.

Il Po, per noi padani, è il padre padrone, un sorta di divinità. Come sa essere dolce e romantico inserendosi leggiadramente tra i filari dei pioppi creando paesaggi surreali, allo stesso modo, può diventare iracondo e violento quando scaraventa le sue acque limacciose sugli argini, scardinandoli, oppure invadendo quei paesoni rivieraschi cosi ben descritti nei libri di quel geniaccio di Giovannino Guareschi e riprodotti in quei capolavori cinematografici della serie «Peppone e don Camillo» da quegli straordinari maghi del set come Julien Duvivier e Carmine Gallone. Il Po, un mondo. E, in questo mondo, fra i personaggi più caratteristici (e ce n’erano tanti), il barcaiolo, il pontiere ed il traghettatore, ossia coloro che consentivano il trasporto di merci e persone da una sponda all’altra.

Se pensiamo agli attuali corrieri veloci che portano a casa di tutto e di più, il ricordare il tariffario che, ad esempio, veniva praticato a chi doveva attraversare un ponte di barche come quello tra Boretto e Viadana, costruito nel 1866 ed operativo fino al 1967, risulta interessante oltre che sorprendente. Da «Gli uomini del fiume. I mestieri del Po», interessantissimo volume di Edgardo Azzi e Albero Salarelli (Sometti editore in Mantova) emergono i dati relativi al tariffario circa il passaggio di uomini e cose: «Pedoni 0.05 lire, bovini ed equini senza bardatura o finimenti e condotti a mano o sciolti 0,10 lire, vettura a due ruote trainata da cavallo, asino o mulo 0,30 lire, macchine agrarie a tre quattro ruote locomotive, locomobili 3.00 lire, biciclette con o senza ruote compreso ciclista 0,10 lire, carro funebre compreso attiraglio 3.00 lire». Un altro tariffario molto più antico, risalente al 1678, che correda un interessantissimo saggio del padre dell’etnografia parmigiana don Enrico Dall’Olio, apparso sul volume «Cultura Popolare nell’Emilia Romagna» a cura della Federazione delle Casse di Risparmio dell’Emilia Romagna (1978), riporta la «Tassa da osservarsi da’ Portinari del Porto di Sacca fatta dall’illustrissimo Magistrato della S.C.D. di Parma il 15 giugno 1678 per quello che devono pagare i passeggeri sopra detto porto».

Vediamo alcune voci: «ciascuna persona a piedi quando il Po è piccolo dovrà pagare soldi 6, quando il Po è grosso soldi 12, e poi tante altre voci riguardanti il transito sul ponte di bovini, asini, muli, carri, carriaggi vari, casse da morto il cui costo relativo al trasporto dipendeva dalle bizzarrie delle acque del «grande fiume» a seconda se erano «grosse» o «piccole».

Bella gente quella del Po. Un ignoto cantore del Trecento, evidentemente un uomo del Po si descrive così: «sono nato come il pesce e lo gabbiano che nasce nelle acque profonde e dal cielo più alto. Nessuno può togliermi il dono di Dio che mi ha fatto. Lo mio vanto è di restare libero come l'augello nell'aria, e non faccio fumo sulla terra dove di pene e di dolor si vive». Giuliano Cagnolati, nel libro «Gli uomini del fiume. I mestieri del Po» traccia un bellissimo affresco dell’«homo padanus». «Individuo ribelle e anarcoide che non vuole subire imposizioni di alcun genere, che ha scelto il fiume come residenza e non vuole mettere radici sulla terra ferma. Non vuole fare fumo, rifiuta il focolare della casa, non vuole padroni né umani né convenzioni che più o meno anche piacevolmente lo schiavizzano, accetta la sua vita per sua libera scelta come una continua lotta con il fiume. Una vita aspra e combattuta. Una romanzesca figura sempre in barca con il remo in mano eterno zingaro del Po».

Il barcaiolo di ieri («barcaro», termine di origine veneta, «barcaról» in «pramzàn») stava ad indicare il conduttore di barche, colui e che non possedeva nulla all'infuori della sua barca. «Un personaggio - prosegue Cagnolati - che si riveste di qualcosa di mistico e solenne ma, nello stesso tempo, di avventuroso: la roncola “podaia” sempre a portata di mano, sempre pronto alla baruffa nelle locande sia per gli ideali per i quali ritiene valga la pena battersi, sia per i bei seni di una donna, o più semplicemente per una partita a carte o per un bicchiere di lambrusco in più».

Un tempo il barcaiolo era un mestiere importante, addirittura indispensabile per le popolazioni rivierasche in quanto, quel nerboruto personaggio che aveva le mani più rugose della corteccia dei pioppi, era in grado di trasportare roba e persone da una sponda all’altra. Erano figure caratteristiche che, solitamente, abbandonavano da ragazzi il nome di battesimo per riappropriarsi di un soprannome che la gente del paese appioppava loro fino alla morte.

Gente rude, di poche parole, dalla pelle cotta dal sole e dal freddo. Erano uomini legati indissolubilmente alle acque del «grande padre» sia d’estate quando a torso nudo o con maglie rattoppate, tra zanzare e moscerini, sfidavano le afose calure, che d’inverno quando la «galabrùzza» incipriava i loro tabarri, le loro ispide barbe e quei cappellaci che indossavano per ripararsi dal freddo mentre tra la «fumära», silenziosamente, solcavano le acque con la solennità di omerici navigatori. Non solo trasportava merci e persone, ma il barcaiolo fungeva pure da giornale parlante in quanto portava le notizie liete e tristi da una sponda all’altra facendo tappa nelle buie osterie per concedersi quello scodellino di vino accompagnato dai cibi rustici d’un tempo fra i quali non mancava mai la polenta con la frittura di «pesce piccolo».

Altri “mangiari” tipici del barcaiolo erano le zuppe. Quelle zuppe lente che cucinavano le vecchie rezdore padane nelle osterie che olezzavano di stufato, muffa e sigaro.

Il barcaiolo caricava di tutto. Se la barca glielo consentiva anche qualche animale, tanta sabbia, ma soprattutto masserizie di quelle famiglie che, per San Martino, si trasferivano in un podere ubicato sull’altra sponda del fiume. Erano conosciuti da tutti, erano considerati i «mulattieri del fiume», conoscevano le acque e i segreti del Po meglio dei pesci e sapevano, fiutando l’aria, che cosa avrebbe loro riservato la giornata. Conoscevano la pericolosità delle nubi dal colore, chiamavano per nome il vento e, dai mulinelli che faceva e dalla durata, ne individuavano il sesso: vento oppure «venta». Quando il «grande fiume», a seguito delle piogge autunnali si gonfiava e le sue acque ruggivano come belve feroci, sapevano se avrebbe invaso campi e case. In questo caso, generosamente e coraggiosamente, si mettevano a disposizione delle persone e dei soccorritori per portare in salvo la loro gente. Conoscevano uno ad uno i pescatori e, senza nemmeno guardare dentro i loro canestri, a seconda delle stagioni, sapevano che pesci avrebbero pescato. Conoscevano alla perfezione le strade dell’acqua e quelle dei pesci ed i loro passaggi stagionali come pure sapevano in quali angoli si annidavano anguille e barbi. Pochi di loro sapevano leggere o scrivere, ma conoscevano il linguaggio del loro fiume. Non era gente di chiesa ma, il suono delle campane dei vari paesi portato dal vento, per il barcaiolo del Po, era come la voce della propria madre. Non conoscevano orari. Giorno e notte solcavano le acque avendo come punto di riferimento il sole e le stelle. Non avevano orologi ed il tempo era misurato dalle ombre e dal suono delle campane. Gente di fiume ormai scomparsa, ormai divenuta leggenda. Gente che ha contrassegnato un’era ed il cui ricordo si perde nel tempo come quei cerchi nell’acqua limacciosa disegnati dai remi il cui tonfo cadenzato rappresentava la più bella musica del Po. Quella «musica d’acqua» che piaceva tanto a Gianni Ferrari, l’ultimo barcaiolo di Polesine, scomparso un anno fa e che, Paolo Panni, ricordò molto fedelmente con un articolo apparso sulla Gazzetta di Parma all’indomani dell’improvvisa morte del caro Gianni.

Lorenzo Sartorio

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