Morto a Panocchia a 75 anni
Si dice, del legno, che i suoi anelli ne raccontino la storia: una e cento vite, racchiuse in un semplice tronco.
Nella sua «bottega» sotto casa, a un passo dai campi affacciati sulla Pedemontana, Mario Ferretti – scomparso improvvisamente pochi giorni fa – con quelle storie dialogava ogni giorno ed era capace, con le sue mani, di trasformarle in piccoli capolavori. Forse perché anche lui, uomo mite e riservato, ma incredibilmente tenace, nato a Lesignano 75 anni fa, aveva in fondo vissuto «mille» vite. Tante volte era ripartito da capo, nel lavoro e negli affetti, dimostrando sempre come, con la voglia di imparare e la capacità di lasciare andare, si potessero muovere le montagne.
Maestro elementare, educatore, ristoratore e infine, ormai da decenni, abile restauratore di mobili, Mario Ferretti era, come dicono i suoi amici di Panocchia – frazione in cui viveva da ormai 50 anni – un «uomo con il grembiule». Difficile vederlo con le mani in mano, nel lavoro o nella comunità, lui si dava da fare e dall’impegno ricavava la sua linfa. Dopo gli studi, diplomato alle magistrali e laureato in Pedagogia, era stato maestro elementare alla Martiri di Cefalonia, a Neviano degli Arduini e a Lesignano Bagni, ed educatore al Don Gnocchi.
Da molti anni era in pensione, e da allora si era dedicato a tante altre avventure, lavorando anche nella cucina di un ristorante (i fornelli erano un’altra grandissima passione). Da parecchio, però, era il legno la sua vita. Dal suocero aveva imparato l’arte del restauro e, nei decenni, si era specializzato, diventando un vero e proprio artista. Sapeva dare nuova vita a pezzi antichi apparentemente da buttare, rendendoli vere e proprie meraviglie, ma era anche in grado di commuovere le persone a cui voleva bene, incidendo poesie e disegni con il pirografo su sezioni di tronchi trasformati in memorie immortali. Lavorava col cuore, e questo era evidente a tutti. Alla sua famiglia - la figlia Amanda, gli adorati nipoti Fabio e Sebastiano, i fratelli Dante, Daniele e Cristina - ma anche a tutte le persone che aveva incontrato nel suo percorso e che nutrivano per lui un autentico, raro, affetto. Ti bastava incontrarlo una volta, e incrociare il suo sguardo curioso dietro gli occhiali calati sul naso, per capirlo al volo: Mario era il ritratto della bontà. Aiutava tutti, gioiva delle fortune altrui e si faceva in quattro per contribuire. A cuocere tortelli nella cucina della festa sul prato, mettendo in piedi da zero centri estivi per far divertire i ragazzi, o in parrocchia, per la quale era diventato anche ministro straordinario dell’eucarestia. Era un amico sincero, un padre presente e un nonno innamorato, desideroso di trasmettere ai nipoti quell’entusiasmo invidiabile con cui affrontava ogni progetto. Da pochi giorni era tornato da una breve vacanza in Puglia con gli amici, lui che per anni non si era mosso da qui, ed era felicissimo. Fino all’ultimo giorno ha lavorato, col sorriso e l’energia di un ragazzo, e poi improvvisamente, come improvvisamente si spezza un ramo che ha resistito alle tempeste per secoli, ha ceduto. L’odore del legno non abbandonerà il suo laboratorio ancora per un po’ e lui, c’è da scommetterci, rimarrà nel cuore di molti, per sempre.
Margherita Portelli
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