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La crisi del commercio in città

Negozi in crisi: chi resiste e chi abbassa la saracinesca

Negozi in crisi: chi resiste e chi abbassa la saracinesca

13 Febbraio 2024, 03:01

Ricordate? Un tempo si diceva che, in economia, piccolo è bello. Il mondo deve essere molto cambiato da allora: «Sì, perché ora viviamo in un sistema infernale in cui per le piccole realtà, per le semplici botteghe, non c'è più spazio».

A dirlo, con il magone in gola, è Alessio Perrone, 28 anni e una passione: quella per il cibo di qualità. «A soli 23 anni ho rilevato dai vecchi proprietari la macelleria “La cantina della carne” di via Bixio dove fino ad allora lavoravo come dipendente. Era l'inizio del 2019 ed ero pieno di entusiasmo. Ma dopo quattro anni ho dovuto cessare l'attività».

In mezzo il Covid, mille progetti, i clienti che prima si affollano e poi scompaiono e, soprattutto, la crisi del commercio. Quella, appunto, che ai piccoli non risparmia nessuno sgambetto.

«Io non so se la mia storia sia esemplare ma, di certo, è rappresentativa di quello che sta accadendo nelle nostre città - prosegue Perrone. - Pochi mesi dopo la mia apertura è scoppiato il Covid: ovviamente noi abbiamo continuato a lavorare per fare mangiare le persone e sono stati giorni senza un attimo di tregua». Le ore in bottega lievitano, i clienti chiamano con insistenza e si fanno consegnare la carne e i salumi, il fatturato cresce. E il giovane titolare della bottega si fa in quattro per servire i clienti entusiasti. «Insomma, ero contento. Ma poi con la fine della pandemia iniziamo a notare che quelli che prima ci imploravano di servirli scompaiono».

E la ragione si svela in fretta: dopo mesi passati a comprare online per evitare di uscire in tanti c'hanno preso gusto. E anche dopo il ritorno alla normalità continuano a farlo: «La consegna a domicilio dei supermercati diventa la prassi. E per chi come noi non ha la forza della grande distribuzione diventa durissima». Anche perché per 75 metri quadri di negozio si devono pagare - ricordiamolo: siamo in via Bixio a Parma, non sugli Champs-Élysées di Parigi - 1600 euro al mese d'affitto. E questa voce, dettaglio non trascurabile, continua a crescere insieme a tutte le altre spese.

«Ma io ho cercato di resistere fino alla fine: al giovedì e al venerdì organizzavo anche gli aperitivi in macelleria e mi sono accordato con un'agenzia che portava turisti da tutto il mondo: prima scoprivano le bellezze di Parma, poi arrivavano in negozio per assaggiarne i sapori». Anche questo, per quella che si pavoneggia di essere la capitale della food valley, è marketing del territorio, è un investimento di immagine. Ma per chi, invece, deve fare quadrare i conti ogni giorno è tutta un'altra storia.

«Un giorno mi sono reso che non aveva senso continuare solo per la gloria, rimettendoci. E ho dovuto chiudere. Resta l'amarezza, è ovvio, per la mia impresa. Ma non solo: perché credo che i piccoli negozi siano un'identità importante per i quartieri. E li aiutano a vivere».

Insomma, qui non si parla solo di vetrine che si spengono. Ma dell'anima della città che appassisce, che scolora. E la riflessione non vale solo quando si parla di bistecche in un quartiere che sta cambiando volto come l'Oltretorrente.

«Beh, noi ci occupiamo di tutta un'altra tipologia di merce e un negozio più centrale del nostro è difficile trovarlo: eppure anche noi siamo costretti a chiudere». A dirlo, e l'amarezza si tocca con mano, è Annalisa Franceschi dal 1978 orgogliosa titolare della libreria «La Bancarella», in via Garibaldi, proprio di fronte al Regio.

«Siamo un negozio con una storia, abbiamo ospitato tanti eventi e tanti incontri. Ma non arriveremo a mangiare la colomba». Ora una svendita promozionale infatti cerca di svuotare gli scaffali da tutti quei titoli ma il giorno dell'addio si avvicina. Anche se la titolare e il figlio, per molto, hanno sperato di evitare questo dolore.

«Già l'anno scorso avevamo anticipato di dover prendere questa decisione - prosegue Annalisa Franceschi. - Ma l'affetto di tanti che ci hanno chiesto di non farlo ci ha illuso di poter proseguire». Ma, ancora una volta, è con la realtà che si deve fare i conti. E i conti si pagano in euro. «L'affitto è cresciuto ancora ed è diventato insopportabile. E noi che siamo indipendenti non abbiamo le potenzialità delle librerie di catena». Di nuovo la stessa storia: i piccoli finiscono per cedere. E pazienza se, oltre che capitale del food, Parma ama dipingersi anche come città della cultura, del bello. «Quello del libro è un settore in crisi, certo. Ma è molto brutto per noi affrontare questa cessazione».

Lo ripetiamo: siamo di fronte al Regio, di qui passano tutti i turisti ed è giusto che vedano copertine di capolavori, foto di grandi maestri. Tra poco, invece, troveranno la solita offerta di abiti low cost dell'ennesima catena globalizzata. «Ci mancherà il confronto quotidiano con i clienti, le conversazioni: in tutti questi anni i nostri lettori ci hanno regalato una enorme quantità di emozioni. E' stato un bel sogno».

Per Parma, invece, si sta rivelando un incubo. Rispetto a undici anni fa, nelle sue strade ci sono oltre trecento negozi in meno e le strade assomigliano sempre più a deserti di asfalto. Quando tutti capiranno che quelle che muoiono non erano solo botteghe, forse, sarà troppo tardi.

Luca Pelagatti

Chi non molla

Storia di chi fugge e di chi resta. È quella che raccontano i negozi storici del centro della città.

Le crisi dovute alla pandemia e al progressivo spostamento dei luoghi del commercio verso l’esterno hanno portato molti a chiudere. Ma c'è anche chi sta resistendo. «Per fortuna il turismo in città continua a portare clienti» ha esordito Maria Luisa Pioli, titolare di «Color Viola». La bottega, che si trova in via della Repubblica, è specializzata da oltre cento anni nella vendita di prodotti realizzati con la violetta di Parma. «Per il momento devo dire che ci siamo – ha continuato -. Parma continua a mantenere un buon giro di turisti quindi, sinceramente, non abbiamo sentito molti momenti di crisi».

Uno dei punti di forza di questa attività, ha spiegato Pioli, sta anche nella continua innovazione dei prodotti. «Oltre ai profumi realizzati con la violetta, i clienti apprezzano molto anche le cose da mangiare: gelatine, caramelle, cioccolatini e tè».

Pochi passi più avanti, dal 1951 la «Calzoleria della Steccata» continua ad essere un punto di riferimento nel campo dell’abbigliamento, nonostante la proliferazione dei grandi marchi e del commercio fast fashion online. Il loro segreto? Lo ha raccontato la titolare Nicoletta Cavalca. «Dal 1951 abbiamo mantenuto la stessa politica: proporre solo prodotti di qualità e made in Italy – ha detto -. Mantenendo questo fattore differenziale rispetto a quello che si può trovare nelle catene monomarca, continuiamo a venire apprezzati anche dai turisti». «Anche stamattina (ieri ndr) - ha proseguito - delle clienti di Milano ci hanno detto che fanno sempre più fatica a trovare dei prodotti artigianali».

Ciò nonostante, la crisi si fa sentire. «Nell’ultimo periodo si è ridotto il potere d’acquisto della maggior parte delle persone» ha concluso.

«Ci sono appena stati i saldi e hanno funzionato – ha quindi spiegato Rosy Montacchini, titolare dello storico negozio di abbigliamento in via Cavour -. Per quel che riguarda la situazione in centro, invece, sono tanti anni che notiamo poca affluenza nei pomeriggi dei giorni feriali». Anche Claudia Ferrario, socia di «Casa della Valigia», in via Mazzini, ha lamentato una poca affluenza nel centro storico. «Bisognerebbe riorganizzare meglio la viabilità pubblica – ha sottolineato -. Il problema del centro è questo, che non è facilmente raggiungibile. Il nostro punto di forza, comunque, rimane il turismo, perché i parmigiani che vogliono comprare le valigie vanno nei centri commerciali».

«Dopo la crisi del covid stiamo pian piano tornando a saltarci fuori – ha raccontato, infine, Gianpaola Cantoni, titolare della Pelletteria «Paola&Gianna» di via Farini, -. L’estate è stata ottima per l'affluenza di turisti».

Andrea Grassi

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