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Il presidente

Pio Massa: «I miei otto anni alla guida del Tribunale»

Pio Massa: «I miei otto anni alla guida del Tribunale»

16 Marzo 2024, 03:01

In piazzale Corte d'Appello lo accolsero una montagna e una voragine: la prima era formata dall'arretrato dei fascicoli accumulati dopo il crac Parmalat, la seconda, davanti al palazzo del Penale e della Procura, dall'avvio di un cantiere a «tempo indefinito». Otto anni dopo, al posto del grande buco è sorta la Cittadella giudiziaria, mentre gli arretrati non oscurano più l'orizzonte, grazie anche a rinforzi giovani, capaci e volenterosi. «Ora Parma è attrattiva non solo come città, ma anche come sede». Pio Massa lo dice guardandosi indietro: da domani non sarà più il presidente del Tribunale. «Compio settant’anni, e per questa legislazione è il limite, una volta fissato a 72 o a 75. Ma per i prossimi tre anni resterò ancora presidente della Corte di giustizia tributaria di Piacenza, la mia città».

Sono 45 anni di magistratura...

Ho sempre voluto fare il giudice. Figlio di un prefetto, ho imparato anche da lui il senso del dovere e del servizio allo Stato. Cominciai nel 1979, nella Milano degli anni di piombo. Poco dopo il mio ingresso in ruolo venne ucciso il giudice Galli, qualche mese prima, il giudice Alessandrini. Il giudice Viola veniva al lavoro con il giubbotto antiproiettile: ci consigliava di evitare di andare in auto con lui in carcere e di prendere il bus.

A Parma è arrivato da presidente della Corte penale di Cremona. Ma con un passato anche nel civile...

All'inizio, e per 15 anni, è soprattutto in quel settore che ho lavorato. Da pretore mi occupavo un po’ di tutto, dalle locazioni ai piccoli reati. Poi, mi sono specializzato nel penale. A Parma, ho quindi ripreso il civile: l’intensa attività penalistica è incompatibile con la direzione di un ufficio e così mi sono occupato soprattutto di separazioni e divorzi. Quando sono arrivato ho anche partecipato a qualche Corte d’assise: speravo di poter continuare...

E presto è stato chiaro che era un lusso.

Ho dovuto imparare in fretta un mestiere al quale non ero preparato, però credo di essere stato un discreto allenatore. Già, il presidente del tribunale deve essere anche come l'allenatore-presidente di una squadra di calcio. Ha il compito di dare serenità a chi scende in campo, organizzare il gioco, proteggere da polemiche (insulti, denunce e querele), andare sul mercato per acquistare nuove forze. Ho cercato di rasserenare un ambiente piuttosto agitato: come può lavorare un giudice con 800 cause a ruolo? Questi i numeri del 2016: ora siamo a 250-300. Grazie all’organizzazione e al lavoro dei colleghi in questi anni la situazione ha continuato a migliorare: non solo si è fatto fronte alle cause nuove, ma si è sempre colmato l’arretrato. Certo, abbiamo poco personale: pensiamo al giudice di pace che ha la scopertura del 50 per cento: come facciamo a garantire l’apertura degli sportelli tutta la mattinata, come si dovrebbe? Però abbiamo riorganizzato e migliorato alcuni settori che prima, per mancanza di giudici o personale, erano trascurati e in difficoltà. Come quello delle esecuzioni immobiliari: prima vi erano addetti solo giudici onorari. Ora, con un magistrato professionale coordinatore, la produttività è aumentata molto. Anche nel settore fallimentare c'è stato un notevole aumento delle definizioni rispetto alle sopravvenenze: le procedure sono tutte informatizzate, con due giudici anziché uno solo.

Lei è diventato presidente un anno dopo il fatidico 2015.

Fino ad allora era stato il Comune a gestire tutti gli immobili. Poi i presidenti dei tribunali sono diventati anche manager, ed è toccato a noi farlo, senza avere le competenze tecniche, i servizi. Mi sono dovuto occupare degli immobili da tutti i punti di vista: dalle forniture di energia e gas alle manutenzioni straordinarie ai certificati antincendio. Il Comune ci ha comunque fornito consulenze per lungo tempo. Abbiamo allestito un ufficio apposito a livello regionale, nel quale però ancora oggi i tecnici sono solo tre. Intanto, va garantita la solidità degli edifici, spesso antichi. Abbiamo infiltrazioni e cadute. I lavori attuali li abbiamo chiesti 5 anni fa. Su borgo Collegio dei nobili invece cadevano calcinacci in strada: per tre volte ci è stato risposto che non era nulla di urgente… Ora per ricoprire ruoli come quello che sto lasciando esistono corsi misti: con un anno in più ci si laurea anche in economia. Ma i numeri, ricordiamolo, non sono tutto.

Ossia?

Conta anche la qualità per chi decide e motiva. Al di là delle cifre importanti della produttività in sentenze e fascicoli è ottima la qualità del lavoro, come ho sottolineato nelle cosiddette pagelle con le quali valuto i giudici. Il livello è notevole, tanto che le nostre sentenze di rado sono cambiate in appello.

Com'è andata con gli avvocati?

Benissimo, nonostante i timori iniziali: Parma mi era stata descritta come una sede in cui la categoria è molto agguerrita. Invece, ho avuto ottimi rapporti con l'Ordine e la Camera penale: lo spirito collaborativo non è mai mancato, come la comprensione delle difficoltà per la mancanza di mezzi e magistrati. Ringrazio tutti i presidenti e per loro l'attuale presidente dell'Ordine, l'avvocato Francesco Mattioli.

E con gli enti locali?

Bene. Con entrambi i sindaci, ai quali è chiaro che i loro cittadini vogliono avere una giustizia accessibile e celere e hanno contribuito alla soluzione dei nostri problemi aiutandoci con supporto tecnico e mettendo a disposizione spazi e archivi per i processi più «corposi», da Pasimafi ad altri, per i quali abbiamo tenuto udienze all'auditorium Paganini, al palazzo del Governatore o in Camera di commercio. Gli uffici giudiziari hanno sempre avuto bisogno di rapportarsi con quest'ultimo: si pensi solo ai Servizi sociali dai quali partono le richieste di assegnazione dei tutori e di amministratori di sostegno (per i quali nella nostra provincia ci sono 5000 fascicoli). Stiamo provando a istituire uffici di prossimità distaccati presso i comuni, dai quali presentare telematicamente le istanze al tribunale. Buoni anche i rapporti con la Regione, che a Parma ha distaccato suo personale.

Le è toccato gestire anche l'emergenza Covid.

Eravamo in prima linea, subito colpiti, con la morte di un cancelliere… Come tutti i capitani, ero l’unico a venire tutti i giorni: non essendo più giovanissimo, qualche remora l’avevo. Ricordo il deserto dell'autostrada tra Piacenza e Parma. Due volte sono stato fermato e ho mostrato la giustificazione firmata da me. L'emergenza Covid è stata anche l'occasione per sperimentare le udienze da remoto e lo smart working, vincendo le difficoltà della riservatezza dei nostri sistemi.

Di che cosa è più soddisfatto?

Da una parte della realizzazione della Cittadella della giustizia. Da quel buco non si veniva fuori. Si dovevano superare le tensioni tra la società costruttrice e il ministero dell’Economia che pretendeva canoni di affitto molto più bassi di quelli concordati al momento del bando. Così, tutto era bloccato. Con il procuratore D’Avino abbiamo fatto quadrare le diverse posizioni tra Ministero, società costruttrice e Provveditorato alle opere pubbliche. Ora abbiamo questo edificio pregevole anche da punto di vista architettonico, dove oltre al Giudice di pace sono stati trasferiti il Tar e qualche ufficio della Procura.

E dall'altra parte?

Al mio arrivo, si subiva ancora l’onda lunga del caso Parmalat, con processi ancora aperti, che aveva prosciugato di energie sia la parte civile che quella penale, lasciando indietro parecchia attività corrente. I carichi di lavoro erano indescrivibili. Grazie alle nuove assunzioni sono riuscito nell’arco di due o tre anni ad aumentare l'organico in modo molto significativo, di cinque unità, privilegiando i magistrati di prima nomina. Tutti di grande professionalità.

Perché ha puntato proprio su di loro?

Non possono dire di no (ride, ndr). All’epoca Parma aveva una brutta fama… Ero anche curioso di vedere il livello di preparazione dei giovani e sono molto contento di questa scelta. Molti se ne sono andati, dopo 4 o 5 anni, ma hanno contribuito con la vecchia guardia a risollevare la situazione.

Qualche cifra?

Dalle 6700 cause civili pendenti del 2016 siamo passati alle 2580 del 2023, con una riduzione del 61 per cento. Nel penale abbiamo avuto un notevole aumento della produttività, nonostante le difficoltà: basti pensare che c’è voluto un anno e mezzo per sostituire il dottor Mastroberardino, il presidente di sezione andato in pensione. Inoltre, solo da poco sono stati recuperati altri due colleghi. Nel penale monocratico, siamo passati dalle 1400 sentenze del 2017 alle 2130 del 2023 2130. Le sentenze collegiali sono raddoppiate: da 57 a 114. Sono aumentate anche perché una parte dei maltrattamenti in famiglia, reato da codice rosso, prima monocratico, ora è collegiale.

Si parla dell'istituzione di collegi di Gip anche per l'emissione di custodie cautelari.

Spero ci si pensi bene. Avere tre Gip significa creare così tante incompatibilità e far viaggiare i giudici da Reggio e Piacenza per venire a Parma e viceversa: non ha molto senso. La garanzia del collegio è nelle fasi successive.

A proposito di novità, come va con la legge Cartabia?

Nel civile, meno riforme ci sono meglio è. Serve avere le persone fisiche che sentenzino. Ora per tanti anni si dovrà seguire il doppio rito, a seconda delle date dei fascicoli. Nel penale è diverso. Le riforme processuali devono calibrare le esigenze di garanzia dell’imputato con quelle dell'accertamento del fatto. Se tu dai tante garanzie, allunghi i tempi. Io sono molto critico, avendo vissuto anche una stagione pre Codice di procedura penale del 1990. Il problema vero di questo codice è che presuppone numerosi riti alternativi come in America e quindi un processo molto più complicato quando si va al dibattimento, con la necessità di rifare tutta l’attività istruttoria. Ma in America il 90 per cento dei procedimenti si conclude con il patteggiamento. Da noi è l'opposto: celebriamo un 90 per cento dei processi con rito ultragarantista. Occorreva invece dividere le categorie di reati, riservando il rito ultragarantista per i più gravi, come negli Usa, in Francia, in Germania...

Il suo «giudizio» su Parma?

Sono contento di questa esperienza. Parma è bellissima e ho notato spirito di coesione, di voglia di fare. A Piacenza, la mia città, tutti litigano tra loro, mentre qui sulle cose serie si fa squadra. Mi ha colpito il modo in cui Comune, la Camera di commercio, l'Unione industriali siano pronti a porsi un obiettivo e con la loro forza raggiungerlo.

E la litigiosità tra singoli?

Non manca. Ma nella giustizia civile si cerca sempre più di dare spazio alla mediazione. Io mi sono cimentato nel campo delle separazioni: la mia soddisfazione non era tanto nella decisione dell’entità dei mantenimenti o dell’affido dei figli, quanto nel vedere che studiando bene le carte e facendo proposte sensate in più della metà dei casi si potevano trovare soluzioni conciliative.

Fino a riappacificare i coniugi?

In un paio di occasioni c’è stato anche il ripensamento finale.

Veniamo a Villa Verdi: a che punto siamo?

Il ministro ha intrapreso la strada dell’esproprio, che ci sta... Così ora abbiamo questa ipotesi e quella della vendita all’asta, che ha avuto tempi lunghi e non tanto per i giudici, per i quali il procedimento è chiuso, quanto per difficoltà nella fase esecutiva di vendita, per problematiche tecniche e l'atteggiamento non sempre collaborativo di qualche erede. Ma chi compra ciò che può essere espropriato? Si sta parlando di una proprietà valutata 30 milioni, 5 per la villa e il parco e 25 per gli oggetti. Pacchetto unico. A questo punto spero non ci siano intoppi sulla strada dell’esproprio, di certo la più rapida. Però, anche questi provvedimenti si impugnano. Come uno degli eredi, tra l’altro avvocato, ha annunciato di voler fare, da quanto ho letto sulla Gazzetta.

Intanto, i tempi si allungano, come la lista dei costi.

Chi si è occupato della custodia, l’Istituto vendite giudiziarie, non ha avuto una lira, nonostante si dovesse costituire un fondo…

Come siamo messi sul fronte dei processi telematici?

Stiamo digitalizzando tutti i fascicoli. Però occorre che il sistema funzioni bene e non si fermi ogni 15 giorni: è sempre in manutenzione… I giudici o gli avvocati che lavorano nei fine settimana non depositano niente, perché il sistema è bloccato. Ormai però il processo civile telematico è una realtà. Per il penale telematico bisogna affrontare con calma i problemi, seguire per un certo periodo il doppio binario.

Qual è la situazione del personale amministrativo?

La carenza per tanti anni è stata sul 30 per cento. Un grande concorso nazionale ci ha permesso di avere in servizio gli Upp, pagati con fondi europei del Pnrr, di supporto al giudice. Hanno coperto i buchi delle cancellerie. Sono ragazzi laureati brillantemente che fanno una prova sul campo, magari aspirando ad altro: spesso se ne vanno perché vincono un concorso. L’ultimo in magistratura, due dei nostri lo hanno superato.

Siamo comunque ancora sotto organico...

Del 20 per cento, con il personale amministrativo. Per quanto riguarda i giudici, su 29 abbiamo 3 vacanze (un 12 per cento). Un quarto giudice ora è assente perché in commissione di esami in magistratura. Il settore penale, dopo tante difficoltà, è a pieno organico: nell'ultimo mese abbiamo accolto due nuovi giudici di prima nomina e c'è stata la presa in servizio del presidente della sezione penale, il dottor Maurizio Boselli, ottimo magistrato che conosco bene. Purtroppo per lui, dovrà reggere anche la presidenza, finché non nomineranno il mio successore: dopo lo scandalo Palamara, i tempi si sono allungati rispetto a quando arrivai io, dopo 6 mesi di vacatio.

Ha mai mirato a sedi più prestigiose?

No. Mi piace la provincia. Preferisco la sede dove ci si può conoscere, il rapporto umano con avvocati e colleghi. E poi sono affezionato a queste terre… Ricordo i continui trasferimenti con mio padre prefetto. Io ho messo radici a Piacenza, facendo sempre il pendolare, anche quando lavoravo a Milano. Ho avuto esperienze romane, ma dal punto di vista associativo: da giovane ero stato eletto in comitati centrali dell’associazione magistrati, per un anno, da membro della giunta nazionale, facevo tanti viaggi con Roma.

Lei è orgoglioso dei 45 anni di magistratura, ma al tempo stesso critico verso la categoria.

Il primo dei difetti è l'eccesso di autoreferenzialità: sottoposti a una critica, chiediamo subito la protezione del Csm.... Noi mettiamo in galera, sequestriamo beni e denaro di terzi e indirettamente roviniamo reputazioni e a volte incidiamo nella politica nazionale. Una reazione è umana e dobbiamo sopportarla: dalle «vittime», anche gli insulti, e io li ho ricevuti; dai terzi critiche anche aspre che ci stanno... Ricordiamo più spesso che siamo regolatori di conflitti e non costruttori di norme. Nell'interpretazione delle norme dobbiamo agire con onestà intellettuale, senza far prevalere - a volte è accaduto, ma mai a Parma - la nostra visione personale. Invece, c'è chi la norma la crea: a questo punto, è giusto venire criticati. Altro punto, l’imparzialità. Bisogna anche essere pronti a rinunciare alla manifestazione della proprie opinioni. Io non mi sono mai esposto. Ammesso che abbia una visione ideologica che non ho, non ho mai fatto capire a nessuno come la pensavo. Posso essere critico su qualcosa, ma lo tengo per me. Non vado a discutere di guerra di Gaza o in Ucraina o di qualsiasi problema, né di penalizzazione o depenalizzazione: sono scelte del legislatore che pagherà se sono sbagliate. Il magistrato «militante» danneggia tutta la categoria e dà forza a chi vuole screditare la magistratura.

Alle spalle della sua scrivania c'è un bassorilievo di Padre Pio. C'è un legame particolare con il frate di Pietrelcina?

A lui devo il mio nome. La mia famiglia era di San Giovanni Rotondo, e Padre Pio, oltre a sposare i miei genitori, mi battezzò. Mio zio, sindaco di San Giovanni, mi faceva entrare nel convento a 500 metri da casa dei nonni, dove Padre Pio concionava. Ragazzino, con i miei occhi ho visto il buco delle stimmate nelle sue mani senza guanti. Ricordo bene la forza del suo sguardo magnetico...

Un'ultima domanda: se il limite d'età fosse ancora a 75 anni, resterebbe?

Sarei tentato, lo confesso.

Roberto Longoni

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