Intervista
Vive un momento di «piena soddisfazione» Dario Aita, viso che non si dimentica, diventato familiare con la complicità di «Don Matteo» e «L'Allieva» (Rai) o «La legge di Lidia Poet» (Netflix). Tra un mese lo troveremo, tirato a lucido, sul red carpet della Croisette: è infatti nel cast di «Parthenope», nuovissimo film di Paolo Sorrentino, unico italiano in gara a Cannes. Sarà in bella compagnia lì il 38enne Aita: Stefania Sandrelli, Luisa Ranieri, Silvio Orlando, Isabella Ferrari ... Ma di questo non ci può parlare, è la dura legge delle clausole di riservatezza dei contratti. E noi le rispettiamo nella chiacchierata con l'attore, a Parma fino a fine mese per le recite di «Wit» del premio Pulitzer Margaret Edson, in prima nazionale, a cura di Paola Donati.
I ragionamenti sulla pièce diventano una chiacchierata sul mestiere dell'attore 2.0, su ciò che c'è dietro la scena e sulla fortuna di fare quadrare gli “incastri”.
«Wit» sta avendo una bellissima accoglienza, un testo che cattura. Il suo ruolo non è “simpatico”, quasi da antagonista.
«Sì, antagonista a una prima lettura poi, a un secondo livello, si rivela un falso antagonista come accade, a volte, nelle drammaturgie più sofisticate. È il caso del dottor Jason Posner, il mio personaggio. Se fosse un antagonista vero, dovrebbe ostacolare il percorso della protagonista, la professoressa Bearing che, nel momento della debolezza della scoperta del cancro, fa analisi di sé, delle proprie fragilità. Jason la aiuta suo malgrado, non è consapevole di essere un alleato ma in realtà l'aiuta perché le fa da specchio: Jason è una sorta di ritratto della professoressa da giovane, entrambi ossessionati dalla voglia di sapere al punto di perdere di vista tutto il resto».
Vero. Come è vero che spesso le capitano ruoli da antagonista. Li cerca o sono sono questi ruoli che la vengono a cercare?
«In Italia gli attori con mille possibilità interpretative sono pochi. Per il resto, ci portiamo dietro una tradizione da commedia dell'arte per cui identifichiamo gli attori con le loro maschere. Allora, io ho due anime interpretative, quella del “giovane innamorato” e quella dell'antagonista, del “figlio di puttana” per capirci. E sono due anime che mi appartengono, nel senso che mi porto dietro una promessa di dolcezza per il mio fisico smilzo, lo sguardo tenero. Ma dentro ho un'anima da ragazzo di strada: sono palermitano, cresciuto in un quartiere di periferia, ho un che di ruvido».
«Wit» non è una pièce semplice. Oltre alle indicazioni di regia di Paola Donati, vi siete aiutati tra interpreti?
«C'è stato un sostegno reciproco, come succede nelle belle compagnie. Quando ci si accosta a questo tipo di testi, gli attori hanno sempre momenti di fragilità, di insicurezza; lì ci siamo molto sostenuti ma non siamo entrati mai nello specifico del lavoro altrui perché non c'è stata necessità, era tutto molto chiaro».
Non lo può dire lei, ma immaginiamo la gioia per essere nell'unico film italiano a Cannes. E, in generale, è un momento felice...
«Assolutamente, sì. Ho passato vari step e in questo momento storico - non sempre succede nella vita e nella carriera di un attore - mi sento pienamente soddisfatto. Soddisfatto anche del bell'equilibrio tra teatro, televisione, cinema che non è sempre facile da ottenere. Bisogna cercare di incastrare, a volte ci sono delle rinunce per forza di cose, perché il teatro lavora con più programmazione, nel cinema molte occasioni arrivano all'ultimo minuto e se sei già impegnato scappano... Però a me servono entrambe le esperienze».
Cosa scrive nella lista dei desideri?
«L'estero, lavorare in Francia. E poi una mia regia, ci sto pensando da un po' è sono certo che potrebbe arrivare tra qualche anno».
Mara Pedrabissi
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