FESTIVAL VERDI
La prima messinscena in epoca moderna di «Macbeth» in lingua francese ha dato il varo, ieri sera, al Festival Verdi 2024.
Un inizio positivo, con il teatro tutto esaurito, segnato da applausi a scena aperta e da una buona riuscita dell’aspetto musicale, complice la direzione raffinata di Roberto Abbado alla guida di una Filarmonica Arturo Toscanini coesa. Dopo l’ascolto di questa opera in forma concerto nella medesima versione francese al Festival Verdi del 2020, quando il Parco Ducale era diventato teatro d’emergenza per fare fronte all’emergenza pandemica, il ritorno nel più raccolto alveo del Regio ha dato modo di apprezzare meglio le sfumature delle scelte musicali di Abbado, l’equilibrio tra i piani sonori e tra i vari attori musicali, la capacità di interpretare la molteplice varietà dei registri verdiani, dal fantastico declinato nei suoi riflessi quasi mendelssohniani al grottesco, dalla scrittura più contrappuntistica a quella più villereccia.
Equilibrato il cast: applaudita sin dalla sua sortita nel primo atto Lidia Fridman, una Lady Macbeth dal dominio vocale indubbio e dalla presenza scenica imponente, adatta a questo ruolo. Apprezzabile anche la prova di Ernesto Petti (Macbeth) che guadagna ovazioni con «Ah! fuis! va-t’en! Ô spectre affreux!» (“Fuggi regal fantasima”), mentre Michele Pertusi è un Banquo dal profilo nobile. Apprezzati anche Luciano Ganci (Macduff) e David Astorga (Malcolm), con il resto del cast: Natalia Gavrilan (La Comtesse), Rocco Cavalluzzi (Un Médecin), Eugenio Maria Degiacomi (Un serviteur/Un sicaire/Premiere fantôme), Agata Pelosi (Deuxième fantome), Alice Pellegrini (Troisième fantôme). Il Coro del Teatro Regio di Parma preparato dal suo maestro Martino Faggiani non ha mancato di conquistare, meritando qualche grido di “bravi!” al termine «Patria oppressa» (o meglio, «O patrie! O noble-terre!»).
L’allestimento firmato da Pierre Audi, con le scene di Michele Taborelli, i costumi di Robby Duiveman, le belle luci di Jean Kalman e Marco Filibeck e le coreografie di Pim Veulings dà una lettura asciutta di «Macbeth», ispirandosi al teatro greco e a quello barocco. Proprio sullo sfondo di un teatro (una riproduzione dello stesso Regio di Parma) si aprono le scene, con sipari, quinte e poltroncine a fare da padroni nei primi due atti. Non un’idea nuova, quella di mettere il teatro allo specchio (viene in mente, per esempio, il «Don Giovanni» di Robert Carsen, in cui un vero specchio riflette il pubblico in platea e nei palchi). L’aspetto forse più interessante di questa regia è il suo scardinare la separazione tra scene (come Verdi stesso tende a fare) concatenandole l’una all’altra, facendo entrare i personaggi prima del tempo (Lady Macbeth fa il suo ingresso tra le streghe, Macbeth recita la propria lettera alla moglie…) in un incalzare drammaturgico e musicale. Una botola sul pavimento del palcoscenico diventa punto di passaggio tra morte e vita, tra inferi e terra. Ne fanno uso, non a caso, Macbeth e Lady Macbeth, la bara del re morto, i sicari, le streghe… Completo cambio di scena per terzo e quarto atto in cui il teatro si dissolve per lasciare scoperti i nervi di due personaggi inermi davanti al proprio destino, imprigionati dalle loro stesse inferriate.
Lucia Brighenti
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