Intervista
Gli attori (e le attrici) si dividono in due categorie: quelli che vorrebbero lavorare con Paolo Sorrentino e quelli che hanno lavorato con Paolo Sorrentino.
Dario Aita, a 37 anni, è entrato nel gruppo dei secondi, con il film «Parthenope» che, se non è stato scelto per rappresentare l'Italia ai prossimi Oscar (gli è stato preferito «Vermiglio» di Maura Delpero), è ai primissimi posti tra i film italiani più visti quest'anno.
È una di quelle “sliding doors” che definiscono una carriera. Aita lo sa, lo riconosce in questa intervista. Ma sa pure che il mestiere si coltiva tutti i giorni, da tanti angoli diversi. Così domani sarà a Parma, in nome di una consolidata collaborazione con Teatro Due, per presentare il film di cui è regista «Una finestra ancora aperta» (Ape Parma Museo, ore 17.30, ingresso libero, in collaborazione con Fondazione Monteparma).
«Una finestra ancora aperta» è l'esito del laboratorio di pratica cinematografica tenuto dallo stesso Aita agli allievi del corso di alta formazione «Casa degli artisti» di Teatro Due. Una pratica che nasce da un'esigenza personale: «Dal 2017 - racconta - mi occupo di fare formazione nelle scuole di teatro, ho iniziato a Genova, ora a Parma. E mi piace guardare al linguaggio cinematografico che è abbastanza una novità poiché c'è sempre stata una divisione tra scuole di recitazione di teatro e scuole di recitazione di cinema. Io stesso, quando ho cominciato a lavorare nel cinema, frequentavo ancora il primo anno di Accademia teatrale e non avevo alcuna informazione in merito al mezzo, alcuna consapevolezza e questo, ovviamente, mi ha aumentato le già notevoli difficoltà che ci sono per un giovane attore».
«Una finestra ancora aperta» è tratto da «Victoires» del drammaturgo libanese naturalizzato canadese Wajdi Mouawad. Perché questo testo?
«Sono sempre alla ricerca di testi che vadano bene per la formazione. Nel senso che non mi piace lavorare su testi dove ci sia un protagonista e agli altri capitino solo poche battute. Mi piace che sia una vera occasione di formazione per tutti e questo testo, che ho scoperto in Francia, si presta molto. Mouawad lo ha concepito in seguito a un laboratorio di scrittura di scena con gli studenti di recitazione del Théâtre la Colline. Racconta di una classe che deve affrontare un lutto, il suicidio di una compagna di corso, e la rielaborazione del lutto porterà a capire che, per superare i grandi traumi della vita, la condivisione e l'arte del racconto sono un balsamo indispensabile».
Cosa troverà il pubblico?
«Il cinema, la finzione, il documentario e l'onirico: ci sono ci sono molte strade che si incrociano in questo testo. È come guardare in faccia la vita e scoprire che bisogna mettere in campo tutto il proprio cuore, tutta la propria anima, per poterla affrontare con coraggio».
Sono usciti proprio in questi giorni i dati di «Parthenope»: risulta il primo film per incassi di Sorrentino con 7,4 milioni, poco più della «Grande bellezza». Forse perché ha puntato sul pubblico giovane?
«Intanto l'incontro con Paolo Sorrentino è veramente un fatto eccezionale, che ti divide la vita in due. Prima ero un attore che avrebbe voluto lavorare con Sorrentino, adesso sono un attore che ha lavorato Sorrentino. Detto ciò, il film è andato così bene perché è un bellissimo film che riesce a parlare a un pubblico trasversale: ai giovani e ai meno giovani, a chi ha un background socio-culturale più sofisticato e al pubblico più generalista; è profondo ma sempre comprensibile».
In aprile tornerà a Teatro Due per la ripresa di «Wit», testo di Margaret Edson nella messa in scena a cura di Paola Donati. Una scommessa vinta, un testo non facile.
«Sì, è stata una grande scommessa vinta perché Paola Donati è riuscita a coglierne l'essenziale nella recitazione e nella messa in scena. Essendo la materia così complessa e così profonda, aveva bisogno di una narrazione essenziale e devo dire, anche rispetto ai tanti feedback che abbiamo ricevuto, mi sembra una scommessa vinta quella di “Wit”».
Mara Pedrabissi
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