INTERVISTA
Uno scienziato. Un carabiniere. E un uomo di cultura che ama farsi domande più che presentarsi con il piglio di chi sembra certo di tutto. Uno dei pochi a cui è stato necessario chiedere un'intervista dopo il congedo. Eppure, il generale Giampietro Lago, comandante del Ris di Parma per 15 anni, fino alla fine dello scorso mese, ha dovuto fornire «verità». Risposte ai magistrati, ma soprattutto a famiglie a cui spesso era stata tolta ogni certezza, naufragate in paludi di dolore. Non ha mai amato i riflettori, ma le luci si sono accese spesso sui misteri di cui si è occupato insieme alle donne e agli uomini del suo reparto. Quasi 80mila casi dal 2010 ad oggi, perché non ci sono solo gli omicidi (tra i 150 e i 200 all'anno), ma anche violenze sessuali (400 in un anno), rapine, furti. E i numeri, dal 1994, quando è stato istituito il Ris di Parma, sono cresciuti vertiginosamente.
Domanda d'obbligo: quale caso non dimenticherà mai?
Quando cito un caso, è come se “discriminassi” gli altri. Bisogna quindi fare delle distinzioni: dal punto d vista del genetista, il lavoro su Lidia Macchi (la studentessa della Cattolica uccisa nel 1987, ndr) e quello su Elisa Claps, il cui cadavere fu ritrovato nel sottotetto di una chiesa di Potenza nel 2010, dopo 17 anni dalla scomparsa, sono stati di grande rilievo.
E la vicenda di Yara Gambirasio?
E' il caso che più di tutti, per quantità di risorse spese e anche “azzardo”, fino a un certo punto, è stata la summa dell'investigazione scientifica moderna, e io sono stato il “pilota” di quella macchina. Un caso con molte componenti emotive, perché poteva essere la figlia o la nipote di tutti noi. Dal punto di vista emotivo, però, l'indagine che mi ha toccato di più è stata quella sulla strage di Nassiriya, dove io persi un mio collaboratore al Ris di Roma, il maresciallo Massimiliano Bruno. Fu una prova durissima.
Tornando a Yara, lei firmò la consulenza tecnica: quali erano gli aspetti peculiari e innovativi?
Sì, andai anche negli Stati Uniti. Per la prima volta al mondo, su una traccia mista, quindi non univoca, pulita, siamo andati a vedere il colore degli occhi dell'aggressore di Yara.
Quindi riuscì a capire di quale colore erano gli occhi dell'assassino ancora prima dell'identificazione di Massimo Bossetti?
Sì, circa due anni prima del suo arresto, inviai un documento in Procura a mia firma in cui scrissi che al 95%, perché questo era il calcolo statistico, l'aggressore aveva gli occhi molto chiari (e quelli di Bossetti sono di un azzurro chiarissimo, ndr). Ci si potrebbe chiedere a cosa è servito, ma in quel momento c'era ancora la pista dei nordafricani. Avevamo fatto anche un altro studio sul cromosoma Y, l'aplotipo che ha una frequenza molto alta nella zona padana e molto bassa in Nordafrica. Ciò non dimostrava nulla, ma dava delle indicazioni. Due cose insieme, il colore degli occhi e il cromosoma Y, che portavano a ipotizzare un aggressore autoctono. E così è stato. Poi l'Arma ha fatto una cosa straordinaria raccogliendo migliaia di campioni di Dna.
Un'indagine unica per cui avete ricevuto anche un premio prestigioso
Nel 2017, come Ris, ci è stato riconosciuto un premio mondiale, il «Dna hit of the year», gestito dalla Fondazione americana Gordon Thomas Honeywell. Un riconoscimento istituito proprio a seguito della vicenda Yara, che aveva impressionato il mondo scientifico, e siamo stati i primi in assoluto a riceverlo. Unico caso per l'Italia, ma mi risulta anche a livello europeo.
Quale è stato il più grande traguardo in questi ultimi 15-20 anni per le investigazioni scientifiche?
Distinguiamo tre piani. Da un lato, la tecnologia è cambiata ed è entrata in modo prepotente anche nelle indagini: non esiste più un'inchiesta in cui non si analizza un device, dal telefonino al pc al tablet alle videocamere. E quindi devi avere tecnologie adeguate per estrarre i dati. Dal punto di vista concettuale, invece, la rivoluzione è stata quella del Dna, ma ritorniamo ai primi anni '90. Ciò, però, che è poi cambiato sono le declinazioni: dall'analisi di tracce solo di alcune sostanze e di macchie grandi, ora siamo arrivati a una sensibilità straordinaria, di poche unità di picogrammi. E si pensi che una singola cellula contiene 5-6 picogrammi. Quindi, ora, riusciamo ad avere risultati da tracce piccolissime e conservate malissimo. Oltre a questo, le tecnologie sono sempre più avanzate. Poi, abbiamo le banche dati: quella nazionale del Dna, l'Afis per le impronte e l'Ibis per le armi da fuoco.
Le prospettive?
Ci sarà nell'imminente futuro un affinamento degli strumenti, ma ciò che sta effettivamente accelerando è il mondo della tecnologia digitale, quindi gli algoritmi. Investiremo molto, perciò, in software complessi. Ma la differenza la farà sempre la qualità delle persone.
E qual è il suo bilancio personale di questi 15 anni?
Un periodo enorme nell'economia di una vita, in cui l'aspetto personale e quello professionale si sovrappongono. E' difficile distinguere nettamente la persona dal ruolo, soprattutto per chi come me ha fatto il carabiniere in un ruolo così particolare. Ho avuto il privilegio di fare un lavoro che ho amato, molto appassionante, e l'ho interpretato cercando, spero, di mettere ciò che avevo dal punto di vista professionale e secondo la mia indole.
Ha scelto di vivere a Bassano del Grappa, ma che ricordo porterà con sé di Parma?
L'«accusa» che faccio a Parma è che mi ha notevolmente “viziato” dal punto di vista della bellezza. Si ricordano sempre le cose che si lasciano: una parte così importante della mia vita è cucita indelebilmente nel mio cuore. Ho imparato tanto e ho avuto tanto da Parma. Ciò che mi ha sempre impressionato della città è la sua capacità di credere in se stessa e fare squadra, una qualità molto più spiccata che altrove.
E ora? Solo pensionato?
E' un passaggio su cui ho riflettuto a lungo nei mesi passati. Ho la possibilità di continuare, in altre vesti, a occuparmi di ciò che ho fatto per una vita, ma ci sono anche altre cose da fare e scoprire nella vita.
Un tempo, volendo, per riempirsi gli occhi di altra bellezza in giro per il mondo. Dopo la «lezione» di Parma.
Georgia Azzali
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