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Cinema

Due registi parmigiani nel paese dei coltivatori di marijuana

Due registi parmigiani nel paese dei coltivatori di marijuana

03 Giugno 2025, 03:01

È la figlia dell'utopia, un posto in mezzo al niente nella libertaria California. È qui, che alla fine degli anni '70, un gruppo di persone ha scelto di vivere «fuori dal mondo», liberi da qualsiasi costrizione sociale e politica. Ed è qui che il destino ha portato i cugini parmigiani Marco Bergonzi e Michael Petrolini (34 e 33 anni: il primo architetto prestato al cinema, il secondo già autore di due applauditi documentari come «Rent Strike Bolognina» e «Romina»): che ora a Honeydew - a quel luogo come nessun altro in cui gli abitanti iniziarono una redditizia coltivazione di marijuana -, hanno dedicato un film (prodotto da Indyca con Rai Cinema) che presenteranno, non senza emozione, nella loro città, giovedì sera alle 21 al cinema Astra, nell'ambito della rassegna Sguardi nascosti.

Come siete arrivati a Honeydew? Cosa vi ha portato laggiù?
«È iniziato tutto grazie alla mia migliore amica (spiega Michael, ndr), parmigiana come noi, che nel 2012 mi ha introdotto a Maureen per farmi lavorare stagionalmente in questa farm di marjiuana, così da raccattare un po' di soldi e pagarmi gli studi. Poi è venuto anche Marco l'anno dopo e nell'arco dei 4 anni successivi ci siamo sempre più avvicinati a Maureen, finendo con il decidere di girare un film su d lei e su questo luogo».

Ma come nasce Honeydew?
«Nasce negli anni '70 quando un gruppo di persone variopinte scappa, per vari motivi, dalla società e dalle città: ci sono criminali, attivisti politici, gente che cercava uno stile di vita differente, hippie... Personaggi che arrivano in questi posti abitati allora solo da taglialegna e contadini, quelli che nella cultura americana si chiamano “redneck”: una coabitazione che sulla carta avrebbe potuto essere esplosiva ma così non è stato. Anche perché i nuovi abitanti portavano la marjiuana e tutti hanno capito che grazie alla marjiuana potevi sopravvivere. Nasce così l'utopia di un microcosmo differente sostenuto da un'attività da subito redditizia, seppure in una scala piccolissima. Noi raccontiamo il momento in cui questa loro utopia di vivere fuori dal mondo finisce nel declino più disperato perché la marjiuana viene legalizzata dal governo della California: un grande paradosso. Questo ci ha fatto pensare che ci fosse una storia vera da raccontare: anche perché per alcuni, diciamo per i “pionieri”, la legalizzazione era vissuta come un problema gigantesco, mentre per i loro figli o nipoti equivaleva a una sorta di riscatto. Finalmente non erano più fuorilegge, potevano dire a tutti quello che facevano».

Ma ai tempi della marjiuana illegale come era vista questa comunità? Lo Stato l'ha combattuta o ha chiuso un occhio?
«Diciamo che prima del '96 c'era una forte lotta contro i coltivatori di marjiuana, gli arresti erano all'ordine del giorno: ma Honeydew è un posto obiettivamente molto difficile da raggiungere, coltivavano in mezzo agli alberi e in piccola scala, cercando di restare nascosti. Non era facile sgamare le loro coltivazioni anche perché non erano numerose. Poi dal '96 in California la marjiuana diventa legale per uso medico e da lì lo Stato ha iniziato a essere più tollerante: così i coltivatori si sono ingranditi diventando sempre più ricchi fino a quando nel 2016 è stata legalizzata anche per uso ricreativo. Che è il motivo per il quale questa comunità è andata un po' a morire, uccisa dal libero mercato».

Siete più tornati a Honeydew? Come è la situazione lì adesso?
«È da due anni che non ci torniamo, ma siamo sempre in contatto con quelli che poi sono i personaggi del nostro film: alcuni dei “pionieri” continuano a coltivare, strangolati magari dalle tasse. Parliamo di gente che non è abituata a pagare le tasse. Pensa che il problema principale che negli ultimi tre anni ha dovuto affrontare il nostro personaggio principale, Maureen - che è quella che più degli altri non voleva regolarizzarsi, entrare nel mondo burocratizzato -, è stato il dovere asfaltare lo stradello, duecento metri di stradello... I nostri personaggi alla fine fanno anche un po' sorridere, sono veramente strambi, diversi: ma il concetto di comunità che si utilizza per parlare di Honeydew nasconde il fatto che in questo mondo in realtà non vedi mai comunità; le case sono tutte lontanissime l'una dall'altra e nascoste nei boschi, l'unico centro del villaggio è una pompa di benzina, un post office e un negozietto di alimentari e la scuola di fronte. Il resto non c'è: è tutto boschi. La forza sta nei personaggi: che sono davvero particolari, forti».

Raccontatemi un po' la nascita del film.
«È partito tutto come un crowdfunding, una raccolta fondi per iniziare a fare le riprese nel 2019: siamo riusciti a girare un mese e mezzo in California così da montare un trailer da mostrare a diversi produttori. In seguito abbiamo avuto la selezione di Ids, Italian Doc Screenings, che ci ha permesso di trovare un produttore. Poi tra riprese e montaggio abbiamo impiegato 4 anni a finirlo per poi mandarlo in giro per i festival: lo hanno preso al Festival dei Popoli, dove lo abbiamo presentato in anteprima mondiale e dove ha ricevuto il Premio Imperdibili, ed è stato selezionato al Santa Barbara Film Festival e al Thessaloniki Documentary Festival. Da maggio è iniziato il tour nei cinema in Italia».

E giovedì il vostro film arriva anche all'Astra: siete emozionati nel presentarlo nella vostra città?
«Sì, certo: anche perché è iniziato tutto da qua. Il crowdfunding è partito soprattutto grazie ai finanziamenti dei nostri amici. C'è grande aspettativa: molta gente che conosciamo non vede l'ora di vederlo anche perché ci hanno dato una mano a creare questo film. C'è anche tanta tensione perché sappiamo che tra il pubblico ci sarà molta gente che conosciamo».

State pensando di realizzare altri progetti insieme o «Honeydew» in questo senso resterà un'esperienza unica?
«Stiamo scrivendo proprio ora un nuovo progetto, un'idea di un paio di anni fa che però sta entrando adesso in una fase più concreta. Sarà un altro documentario».

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