l'impresa
Sono partiti dal profondo Sud alla ricerca di borghi dimenticati e paesi abbarbicati su crinali silenziosi, attraversando l’Italia per strade secondarie immerse nel verde, in sella alle loro biciclette. Dopo il tour alpino di due anni fa, tre parmigiani e un milanese, Massimo Fava, Nicola De Ponti, Matteo Pellerzi e Roberto Tirindelli, hanno raggiunto Reggio Calabria lo scorso maggio e da lì hanno cominciato il Tour Appenninico: 2.300 chilometri, 44mila metri di dislivello in 29 giorni, con una media giornaliera di 80 chilometri, arrivando fino a Parma.
«Siamo tutti e quattro appassionati del viaggio in bicicletta – spiega Fava – perché è un bel modo di spostarsi, completamente immersi nell’ambiente. Per tutti i nostri viaggi, non utilizziamo le auto, ma i treni, per una questione di sostenibilità. Con il treno abbiamo raggiunto Reggio Calabria e poi da lì è iniziato il nostro viaggio».
Nel 2023 avevano già attraversato l’arco alpino da Trieste a Nizza in sedici tappe, salendo valichi impegnativi e percorrendo paesaggi maestosi. «Ripensando ai due tour – prosegue – quello delle Alpi è stato sicuramente più duro, per via dei dislivelli. Anche in questo, però, non sono mancate le difficoltà. L’Aspromonte, ad esempio, è stato per me un luogo indimenticabile, perché è davvero selvaggio. Si percorrono tanti chilometri senza incontrare nessuno. È un modo di pedalare tanto impegnativo quanto affascinante».
Il nuovo viaggio, idealmente pensato come un legame tra Alpi e Appennino, li ha condotti nei primi otto giorni attraverso i quattro grandi parchi della Calabria: Aspromonte, Serre, Sila e Pollino. Poi, per altri sei giorni, solo due di loro hanno proseguito fino a Sant’Angelo dei Lombardi. Da lì, come previsto, Tirindelli, soprannominato dal gruppo «Il Comandante», ha continuato da solo fino a Porretta Terme, in dodici tappe. Raggiunto da Fava, insieme hanno attraversato l’Appennino bolognese, modenese, reggiano e parmense, per poi concludere l’impresa con tre tappe fino a Parma.
Il viaggio sull’Appennino, come quello sulle Alpi, è stato accompagnato da un rito di buon auspicio ormai diventato tradizione per il gruppo. «Quando abbiamo fatto l’attraversata da Trieste a Nizza – racconta Fava – abbiamo simbolicamente raccolto in una provetta l’acqua del mare di fronte a Trieste, nell’Adriatico, per poi versarla nel mare francese di Nizza. Anche questa volta abbiamo preso l’acqua dallo Stretto di Messina, di fronte alla Sicilia, a Reggio Calabria, e l’abbiamo poi versata nel Baganza. È un gesto simbolico, una mescolanza di territori».
Se per molti la bicicletta è sinonimo di cronometro e classifica, per loro rappresenta qualcosa di completamente diverso. «Siamo molto lontani dalla dimensione agonistica – commenta –. La nostra è più una prova con noi stessi. Per questo motivo, non ci interessa quanto impieghiamo per finire un tour. Ci sono dei cicloviaggiatori, ad esempio, che fanno i loro viaggi dormendo pochissimo. Per noi, invece, vale ancora la regola che si pedala nella giornata circa 5-6 ore e poi ci si riposa e si incontrano gli abitanti del luogo». Ciò non significa che manchi una preparazione accurata. «Prepararsi fisicamente – afferma Fava – è fondamentale. Usciamo normalmente almeno due volte alla settimana. I mesi prima servono per fare un po’ di chilometri e preparare le gambe».
Laura Ruggiero
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