PATTEGGIAMENTO
«La donna succube del marito? A me non sta bene». Rivendica la sua libertà, Aisha (la chiameremo così), poco prima di raccontare ai carabinieri dieci anni di umiliazioni e soprusi tutte le volte in cui aveva tentato di ribellarsi ai suoi ordini. Proibito vestire un po' troppo all'occidentale, portare un certo taglio di capelli, parlare troppo al telefono o uscire da sola anche solo per portare i bambini al parco: eccoli, i divieti imposti dal marito-padrone. Pronto a far scattare le punizioni se Aisha trasgrediva. Schiaffi, cinghiate con la cintura dei pantaloni e, una volta, anche la testa fatta sbattere contro una parete di casa: così si sarebbe imposto per essere certo che la moglie avesse imparato la lezione. Accusato di maltrattamenti aggravati, perché commessi davanti a uno dei figli minorenni, l'uomo - 42enne, marocchino, ma residente da tempo in provincia -, ieri ha patteggiato 2 anni. Il giudice, che ha fatto cadere l'aggravante, ha concesso la sospensione della pena, a patto che il 42enne, difeso dall'avvocato Matteo Bolsi, segua per un anno un percorso di riabilitazione.
Era poco più che una ragazzina, Aisha, quando era venuta a convivere a Parma, dopo il matrimonio in Marocco: non aveva ancora compiuto 16 anni. Nove in più, lui, invece. E fin da subito un'idea chiara (e oppressiva) su come la moglie avrebbe dovuto comportarsi, anche tra le mura domestiche. Le prime discussioni sarebbero nate già un mese dopo la nascita della prima figlia, nel 2012. Gli aveva chiesto di tenere in braccio la piccola mentre lei preparava il pranzo, che lui aveva richiesto, e la risposta era stata una cinghiata sulla schiena con la cinta dei pantaloni. Pochi mesi dopo, un'altra discussione accesa e una reazione violentissima da parte di lui: le aveva preso la testa e l'aveva spinta contro il muro.
«Mi diceva di fare e di comportarmi in un determinato modo, ma io facevo il contrario», aveva detto Aisha ai carabinieri. Non voleva chinare la testa ai suoi ordini. Ai suoi diktat. Ma non aveva denunciato le prime violenze, perché erano state saltuarie, aveva spiegato. Perché voleva mantenere unita la famiglia, soprattutto dopo la nascita di altri due figli, nel 2017 e nel 2018.
Ma i dissidi sono continuati. «Lui è convinto di dovermi tenere in casa», aveva ribadito più volte in caserma nel luglio del 2022, quando aveva capito che non si potevano rimettere insieme i cocci della famiglia. Aveva raccontato anche di quella volta, nel 2017, quando era stata ancora sbattuta contro il muro e poi strattonata. Si era ribellata a un suo divieto, ed era scattata subito la vendetta.
Aisha non voleva sottomettersi, e per questo «era stupida, brutta, non sapeva fare niente e non era come le altre donne». Le donne che lui immaginava. Totalmente succubi. Ma Aisha, dopo l'ultimo schiaffo, alla fine di luglio del 2022, se ne era andata con i figli. Fuggita a Rimini. Prima del ritorno a Parma, tre giorni dopo. Per fare denuncia. E continuare a camminare da sola.
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