IL CASO
Ha un sorriso ingenuo. L'espressione bonaria. E cerca l'abbraccio degli operatori. Un ragazzone gentile e forse solo un po' goffo. O, almeno, così sembra. Perché Marco (lo chiameremo così), arrivato ieri in un'aula di Tribunale, è lo stesso giovane che poco meno di un anno fa aveva tentato di strangolare la sorella stringendole una cintura attorno al collo, dopo aver anche cercato di infilarle un coltello nel ventre. Lo stesso ragazzo che quel giorno aveva preso a pugni la madre: solo l'ultima aggressione dopo dieci anni costellati di minacce ed esplosioni d'ira. Un bambino, poi un adolescente problematico e in seguito un ragazzo sempre più aggressivo. Fino alla mattina dell'11 novembre 2024, quando Marco - 21 anni, parmigiano - è diventato terribilmente violento.
Accusato di tentato omicidio e maltrattamenti, è stato condannato (con rito abbreviato) a 6 anni dalla giudice Gabriella Orsi, che gli ha riconosciuto la seminfermità, come peraltro attestato dal consulente della procura Giuseppe Cupello. E come richiesto dal difensore Claudia Manfredi. La pm Cecilia Baravelli aveva chiesto 9 anni e 4 mesi. Sia la madre che la sorella (otto anni più di Marco), assistite dall'avvocata Maria Rosaria Nicoletti, hanno rinunciato a costituirsi parte civile.
Vittime. Eppure, sempre accanto a Marco. Anche ieri, in Tribunale. Nonostante l'11 novembre 2024, in quella casa della zona Est della città, sia un ricordo scavato nella memoria. Quel giorno, verso le 8, la madre, da poco rientrata dal turno di lavoro, si era da poco addormentata, ma Marco si era infilato nella sua camera per svegliarla. Voleva che si alzasse immediatamente per preparargli un caffè e aveva cominciato a urlare, minacciare scagliandole dei pugni alle gambe.
Urla e minacce che avevano spinto la sorella a precipitarsi nella stanza. Ma la reazione di Marco era stata brutale: l'aveva «caricata» e sbattuta contro un muretto, bloccandole il collo con un braccio. Poi aveva cominciato a sferrarle una serie di pugni. E a quel punto era stata la madre ad andarle in soccorso, facendo in modo che la ragazza riuscisse a liberarsi dalla presa del fratello.
Ma Marco sembrava inarrestabile, quella mattina. Aveva inseguito la sorella per le scale, bloccata e tirata con forza per i capelli. Calci e poi ancora pugni: l'aveva strattonata fino a strapparle una ciocca, trascinandola a piano terra. Era stata la madre ad aiutarla, e lei era riuscita a scappare rientrando in casa, dove aveva cercato di chiamare le forze dell'ordine. Marco, però, era tornato alla carica con calci e pugni, poi si era allontanato verso la sua camera.
Questione di secondi. Perché era tornato subito con un coltello da cucina: un primo sfregio a un braccio, quando la sorella aveva cercato di proteggersi, e poi la lama spinta in avanti verso il ventre della ragazza. Che aveva fatto un immediato scatto indietro, mentre la madre era riuscita ad afferrare Marco per le spalle facendolo arretrare.
Improvvisamente era risuonata una voce dalle scale. La voce di un vicino: «Marco, vieni fuori che parliamo», aveva urlato. Un attimo di esitazione, e la sorella aveva tentato di fuggire, ma era stata subito riafferrata. Marco aveva usato la cintura per cingerle il collo: stringeva mentre lei cercava di trattenere la cinghia, ma poi erano stati la madre e il vicino a bloccarlo.
Ma Eppure, quando poi erano arrivati i carabinieri, Marco era apparso tranquillo. Come se ciò che era appena accaduto fosse parte di una normale quotidianità. Da tempo è ai domiciliari nella struttura psichiatrica per giovani adulti di Mezzani (ora trasferita a Colorno), ma se la condanna dovesse diventare definitiva, la sua situazione potrebbe cambiare. Eppure, anche ieri, poco dopo la condanna, fuori dall'aula ha chiesto agli operatori e ai familiari: «Cosa hanno detto?». E poi ha abbozzato un sorriso.
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