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la storia

Il tesoro dell'ultima Imperatrice, Zita di Borbone-Parma, riemerge dal passato

Il tesoro dell'ultima Imperatrice, Zita di Borbone-Parma, riemerge dal passato

di Pino Agnetti

30 Novembre 2025, 09:47

Per oltre un secolo, è stato nella hit-parade dei tesori più ricercati della storia. Veri e propri enigmi sospesi fra realtà e leggenda, come il tesoro dei Templari contenente (si dice) le ricchezze trafugate dal Tempio di Gerusalemme, il Cavallo d’Oro commissionato da Ludovico il Moro a Leonardo da Vinci, le 50 uova di Fabergé della dinastia degli zar Romanov confiscate durante la Rivoluzione d’Ottobre e da allora solo in parte recuperate. Di questa lista da mille e una notte capace di ispirare decine e decine di romanzi e di film e di scatenare gli appetiti di eserciti di Indiana Jones, faceva parte anche il tesoro degli Asburgo di cui si erano perse le tracce all’indomani della fine del Primo conflitto mondiale. Da allora, attorno al suo destino si erano rincorse le voci più disparate e bizzarre: distrutto, smembrato e magari rivenduto a pezzi a qualche ignoto collezionista senza scrupoli ma pronto a spendere una follia pur di regalare a mogli, figlie, amanti e amici il brivido di potere sfoggiare o contemplare un ornamento indossato da re e regine. Nessuno, però, aveva fatto i conti con la ferrea volontà di una delle donne più straordinarie che abbiano calcato la scena del Novecento: Zita di Borbone-Parma, moglie dell’ultimo Imperatore d’Austria-Ungheria, Carlo I d’Asburgo, e quindi Imperatrice anche lei. Ma procediamo con ordine, partendo proprio dall’annuncio del clamoroso "ritrovamento" che, come si vedrà, tale in effetti non è dovendosi parlare semmai del disvelamento di uno dei segreti meglio custoditi della storia della gioielleria.

Circa un mese fa, il 64enne Karl von Habsburg-Lothringen, nipote in linea retta di Carlo e di Zita, contatta il New York Times dicendo di avere una importante rivelazione da fare: il tesoro degli Asburgo si trova nel caveau di una banca del Quebec in Canada da cui non si è più mosso dopo che sua nonna Zita aveva comandato ai figli Roberto e Rodolfo di aspettare lo scadere dei 100 anni dalla morte del marito Carlo I (avvenuta nel 1922) per rivelarne l’esatta ubicazione. Gli stessi Roberto e Rodolfo avevano quindi trasferito la medesima consegna ai rispettivi figli, Simeon e Lorenz von Habsburg-Lothringen, i quali, una volta scaduti i termini dell’imperiale divieto, avevano informato di tutto l’attuale capo della Casa Asburgo e loro cugino Karl. Dopo essersi consultati a lungo fra loro, i tre avevano convenuto che fosse giunto il momento di porre fine alle infinite illazioni relative al tesoro, inclusa quella che un membro della famiglia - magari loro stessi - se ne fosse potuto servire per scopi personali. Prima, però, bisognava potere dimostrare l’effettiva autenticità dei pezzi custoditi nel caveau canadese. Da qui la decisione di coinvolgere l’unico esperto in grado di formulare al riguardo un parere definitivo: l’ex gioielliere della corte imperiale austriaca Christoph Köchert, della gioielleria A.E. Köchert di Vienna. Ed ecco la scena clou di questa storia che sembra uscita da una sceneggiatura da Oscar. Nel caveau della banca canadese si sono dati appuntamento in cinque: i tre cugini von Habsburg (che hanno voluto mantenere la dicitura originale della più antica famiglia reale d’Europa), il gioielliere Köchert e l’inviata del New York Times. Sul tavolo davanti a loro c’è una piccola valigia di cartone appartenuta alla imperatrice Zita.

Dopo averla aperta con la stessa devota circospezione con cui si maneggia una reliquia, Karl ne estrae alcuni rotoli di carta ingiallita disponendoli delicatamente sul tavolo. Nessuno fiata nella stanza mentre i gioielli degli Asburgo, liberati uno dopo l’altro dalla carta come da un incantesimo interminabile, riprendono a splendere sotto occhi umani per la prima volta da oltre un secolo. Fra di essi, c’è anche il leggendario "Florentiner", un diamante grande come una noce che emana una meravigliosa luce gialla venata da un leggero bagliore verde. Gli sguardi di tutti sono ora puntati sul super esperto Köchert che, a sua volta emozionato, fa di sì con la testa anticipando ciò che metterà poi nero su bianco in una apposita relazione suffragata anche da un esame elettronico: per taglio, peso (ben 137 carati, quando in genere anche i diamanti più ricercati non superano i 2 carati!), colore e corrispondenza alle fonti storiche si tratta proprio del diamante di proprietà in origine dei Medici di Firenze (da qui il nome dato alla gemma) e poi finito ad adornare la corona dei sovrani del Sacro Romano Impero e d’Austria-Ungheria. Perfettamente autentici sono anche gli altri gioielli conservati in quella modesta scatola di cartone, fra cui un Ordine del Toson d’Oro (l’ordine della famiglia Asburgo fondato nel 1430) tempestato di pietre preziose e uno stupefacente orologio incastonato in un enorme smeraldo appartenuto a Maria Teresa d’Austria.

Aquesto punto, è obbligatorio compiere un passo indietro per conoscere meglio colei che, anche dopo morta, ha continuato a essere la vera regista di questa incredibile trama. Zita Maria delle Grazie Adelgonda Micaela Raffaela Gabriella Giuseppina Antonia Luisa Agnese di Borbone viene alla luce il 9 maggio 1892 a Pianore in provincia di Lucca. Il che fa di lei non solo una italiana di nascita, ma pure una "parmigiana" in quanto figlia dell’ultimo Duca di Parma, Roberto I. Nessuna meraviglia che tali origini possano suonare per molti sorprendenti. Da noi infatti, molto più che altrove e quel che è peggio a partire già dalle scuole, l’eclissi della Storia domina incontrastata grazie a un bene assortito mix di ignoranza, pigrizia, superficialità e settarismi vari che il flagello della Cancel culture e del Politicamente corretto ha portato a livelli semplicemente insopportabili. Eppure, mai come in questo caso la romanzesca vicenda di Zita e di suo marito Carlo andrebbe spiegata e presa a modello, carica com’è di insegnamenti straordinariamente attuali ("Historia magistra vitae", annotava già Cicerone). Chi ha detto, infatti, che i potenti - re, imperatori oppure eletti dal popolo - siano capaci solo di dichiararle o di subirle, le guerre? Il 28 giugno 1914, non appena informata che Gavrilo Princip aveva assassinato a Sarajevo l’Arciduca Francesco Ferdinando (zio di Carlo ed erede designato al trono), la giovane coppia (i due sono ancora fidanzati) avverte subito che il mondo intero sta per caderle letteralmente addosso. E così sarà. Rimasto l’unico maschio della dinastia in grado di succedere a sua altezza imperiale Francesco Giuseppe, alla morte di quest’ultimo Carlo diventa Imperatore con il nome di Carlo I. È il 21 novembre 1916 e la Grande Guerra ha già seminato milioni di morti. Un mese più tardi, anche Zita viene incoronata nella cattedrale di Budapest. Da quel momento, i due danno vita a una silenziosa "congiura" votata a porre fine il prima possibile alla "inutile strage" che sta divorando l’Europa intera e che in prospettiva minaccia di annientare lo stesso impero.

Deciso a salvare sia la prima che il secondo, Carlo è tutto tranne che un debole. Non a caso le truppe stravedono per il giovane monarca che va spesso a visitarle nelle trincee facendosi servire il pane nero al posto di quello bianco ("Quello datelo ai soldati feriti!"). Ed è proprio la frequentazione assidua dei campi di battaglia a spingerlo a prendere coscienza dei prezzi inaccettabili della guerra. Nell’agosto del 1917, al termine della XI battaglia dell’Isonzo, il fotografo di corte lo sorprende impietrito davanti alla distesa senza fine dei cadaveri maciullati. Sconvolto e in lacrime, Carlo mormora una frase che è anche un manifesto politico: "Nessun uomo può più rispondere di questo davanti a Dio". Qualche mese prima, ha scritto in segreto al presidente francese Poincaré facendogli intendere di essere pronto a firmare la pace anche separatamente dalla Germania di Guglielmo II, del quale non condivide l’ossessione per una "vittoria totale" da conseguire anche a costo di innalzare ulteriormente il già spaventoso livello del conflitto (era stato sempre Carlo, al termine di un furibondo litigio, a negare all’ammiraglio tedesco Alfred von Tirpitz il permesso di radere al suolo Venezia bombardandola dal mare).

In tutto ciò, il sovrano austro-ungarico ha un solo alleato di cui fidarsi ciecamente: sua moglie Zita, che con lui condivide appieno sia l’orrore per la guerra che l’ansia crescente per il futuro dell’impero. Entrambi pagheranno assai caro quel loro isolato, quanto alla fine inutile “complotto” di pace. Dopo la capitolazione degli imperi centrali (4-7 novembre 1918), Carlo è costretto insieme a tutta la famiglia a lasciare Vienna e a riparare in Svizzera. La monarchia, e con essa l’Austria-Ungheria, non esistono più. Falliti due avventurosi tentativi di tornare al potere, Carlo e Zita passeranno insieme ai loro sette figli dall’esilio svizzero al confino nella remota isola portoghese di Madera, dove Carlo, ridotto in completa miseria tanto che per mancanza di soldi non ha nemmeno potuto chiamare un dottore, muore di polmonite ad appena 34 anni il 1° aprile 1922. Il suo testamento è racchiuso in questa frase: "Anche se tutto è andato a monte, dobbiamo ringraziare Dio, giacché le sue vie non sono le nostre vie". Zita, che dopo avere perso il marito ha dato alla luce il loro ottavo figlio, sarà costretta a quel punto a girovagare per mezza Europa (Spagna, Belgio e Portogallo) dovendosi guardare anche dalla caccia spietata ordinata contro di lei dallo stesso Hitler che nella vedova di Carlo I e nei loro figli vedeva (a ragione) le uniche figure in grado di incarnare le speranza dell’Austria di riacquistare l’indipendenza perduta nel 1938 a seguito della brutale annessione (Anschluss) alla Germania nazista.

Al termine di quella interminabile odissea costellata di insidie, rinunce e umiliazioni di ogni genere, nel 1940 Zita e i suoi otto figli riescono a rifugiarsi finalmente negli Stati Uniti e da lì a passare in Canada, dove si stabiliscono in una modesta casa della provincia del Quebec. Si tratta di un dettaglio importante, in quanto a Zita sarebbe bastato vendere anche una sola parte del tesoro custodito in quella piccola scatola di cartone che l’aveva seguita nel suo erratico cammino da migrante per assicurare, a sé e alla propria prole, condizioni di vita ben diverse e più consone al loro stato. Questo, però, avrebbe significato tradire il giuramento di fedeltà fatto sia al marito (morto anch’egli come si è visto in condizioni di totale povertà) che alla corona imperiale di cui lei era rimasta la principale depositaria. Tornata nel 1953 in Europa, Zita si spegne all’età di 96 anni in un istituto di riposo per anziani del Canton Grigioni in Svizzera. Il calendario segna la data del 14 marzo 1989.

Qualche settimana più tardi, il pesante portone della Cripta dei Cappuccini a Vienna (dove si trova anche la tomba di Maria Luigia d’Asburgo, Duchessa di Parma) si schiude per accogliere l’ultima imperatrice salutata lungo il corteo funebre da una folla strabocchevole.

Nel 2004 Giovanni Paolo II ha proclamato Beato Carlo I d’Austria, mentre nel 2010 è stata avviata la causa di beatificazione anche della “serva di Dio” Zita di Borbone-Parma. Ma, come si è già visto, la storia di questi due autentici "Imperatori della pace" aveva ancora in serbo un altro sensazionale capitolo, anche se non necessariamente l’ultimo. Quale sarà ora la sorte del tesoro degli Asburgo? Per Karl von Habsburg-Lothringen e i suoi cugini, i quali hanno escluso di volere speculare sul loro valore monetario, i gioielli dovranno restare esposti in un museo canadese come atto di rispetto e di riconoscenza per l’ospitalità concessa alla nonna Zita. Dal canto suo, l’Austria ha lasciato trapelare l’intenzione di avviare il processo di restituzione del "Florentiner" (cosa che sulla carta potrebbe fare anche l’Italia). C’è da pensare, dunque, che i colpi di scena di questa saga infinita siano tutt’altro che terminati. L’unica cosa certa è che da essa emerge ancora una volta l’eccezionale statura umana e morale di una donna capace di rimanere fedele al proprio mondo e ai propri valori anche dopo essere rimasta sola e avere perso tutto: fama, potere, onori e ricchezza. Quando ormai vecchissima e malata Zita fu ricevuta in udienza a Roma da Papa Wojtyla (il padre del quale aveva servito nell’esercito austro-ungarico), Giovanni Paolo II, vedendo che la donna cercava con fatica di inginocchiarsi, la fermò dicendole con dolcezza: "Imperatrice dei miei genitori, sono io che dovrei inginocchiarmi davanti a te!". Stranamente, la nazione dove Zita era nata come pure la città richiamata nel suo nome (e alla quale lei aveva donato il suo splendido manto nuziale interamente trapuntato d’argento) non hanno ancora pensato di fare qualcosa di simile. Sarebbe ora di porvi rimedio, rendendo finalmente il giusto e meritato omaggio agli ideali di pace e al cuore puro e intrepido dell’ultima Imperatrice d’Europa.

Pino Agnetti

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