×
×
☰ MENU

Intervista

Paolo Crepet al Regio: «AI, l'umanità rischia di perdere le sue capacità»

Paolo Crepet al Regio: «AI, l'umanità rischia di perdere le sue capacità»

di Mara Pedrabissi

08 Dicembre 2025, 09:34

Dopo il doppio appuntamento di un anno fa con «Mordere il cielo», sul tema dell'educazione ai giovani, Paolo Crepet tornerà a Parma («Il reato di pensare», Teatro Regio, 18 dicembre ore 21). Ritroverà il suo pubblico, fedele e soprattutto «eterogeneo» come osserva lui, caratteristica in cui è insita la sfida: parlare di questioni non semplici in modo semplice, per arrivare a tutti.

Professore, la prima cosa che si nota è il titolo, forte: «Il reato di pensare». Cosa l'ha spinta proprio a denunciare l'esistenza di un reato di pensare?

«Se devo dire la verità, quando ho cominciato a pensare a quel libro, a quel titolo, alla base dello spettacolo, non potevo immaginare quello che poi è accaduto e cioè un'accelerazione enorme delle tecnologie digitali, dell'intelligenza artificiale. Sì, due anni fa c'erano, facevano capolino, ma noi le abbiamo trattate come qualsiasi upgrade che abbiamo conosciuto in questo periodo. Quindi non ci siamo più di tanto soffermati nel capire quale cambiamento avrebbero portato. Un cambiamento enorme: culturale, antropologico. Non è un cambiamento legato a cosa fa lei col suo telefonino. Ma a cosa pensa lei, a cosa sceglie lei. Perché se interpella una “app” anche per scegliersi lo shampoo, è il suo pensiero che in qualche modo si ritrae. Questo si chiama deskilling in termini tecnici».

Cioè la perdita di competenze lavorative e di abilità, per l'adagiarsi sulle tecnologie...

«Esatto. La perdita delle nostre capacità c'è sempre stata, intendiamoci. Quando è stata inventata la scrittura, qualcuno diceva che sarebbe stata a danno della memoria. Racconto un episodio parmense. Tanti anni fa, mi avevano portato in un cascinale nella Bassa da un signore che produceva i salami. Eravamo lì a bere, a mangiare il salame, e lui si è alzato e ha cantato Verdi. Per tre quarti d'ora, non un motivetto. Ecco, una volta esercitavamo la memoria, oggi non abbiamo più necessità di farlo».

Eppure oggi la tecnologia, i social danno la percezione di avere più libertà, più informazione. Ma è un abbaglio...

«Ma certo. Vabbè, se uno va a sentire l'oste, dice che il vino è buono. E noi siamo bersagliati da un mondo che ci dice che il vino è buono. Cominciamo a dirla tutta: non c'è mai stato nella storia dell'umanità un investimento economico così rilevante su una cosa, pur con tutti i confronti che possiamo avere con il passato. Isabella, la regina di Spagna, diede molti soldi a Colombo, facendo un investimento, barche che andavano dall'altra parte del mondo. Però l'investimento più potente è quello nel digitale, centinaia di miliardi ogni giorno, una corsa che preoccupa anche gli ambienti della Finanza. Finalizzato a cosa? A fare in modo che l'umanità intera dipenda da quello, è ovvio».

Dunque secondo lei qual è il massimo “dittatore” del pensiero moderno? Gli algoritmi, il politically correct o la nostra pigrizia che causa la perdita di capacità?

«L'umanità è pigra: Dante ha messo gli Ignavi nell'Antinferno. Quindi non è una cosa nuova. Anzi, i grandi avevano paura di un'umanità pigra, perché l'umanità pigra avrebbe finito per subire. E il dittatore gode del fatto che parte della popolazione subisca. Allora che il mercato o il mondo sia basato su questa “languida incapacità” - per usare un linguaggio verdiano - è nelle cose. Quand'è che ci siamo riscattati? Con le rivoluzioni, con i viaggi, con le invenzioni. Le invenzioni non nascono necessariamente dal mercato. Poi fruiscono di un mercato, ma nascono in autonomia».

Lei lancia una sfida: «Chi scoprirà le nuove Indie?», che è un modo per dire: come possiamo uscirne?

«Io credo che ci sia ancora la possibilità. Sono cautamente ottimista. Il problema è una certa visione delle cose. Non è il fatto che lei abbia il navigatore in macchina. La battaglia è nella visione. Parliamo di Frankenstein che è risorto. Allora, Frankenstein risorge laddove si vuole l'uomo perfetto, senza difetti. E questo è ciò che la nuova intelligenza artificiale generativa vuole: da una parte i robot e dall'altra l'umanità. Musk è un incantatore di serpenti. Dice al popolo: “Guardate che il futuro porterà a vivere 130 anni e non lavorare”. Che è un incubo. Ma perché Elon Musk ce l'ha col lavoro? Il lavoro rende straordinari, imprevedibili. Attraverso il lavoro la persona si redime, si redime da una parte dalla stanchezza di vivere, ma anche dalla faciloneria».

Prevendite su www.ticketone.it e www.vivaticket.it; info 0521.993628 - info@puzzlepuzzle.it.

Mara Pedrabissi

© Riproduzione riservata

CRONACA DI PARMA

GUSTO

GOSSIP

ANIMALI