Progetto
Il Giubileo della Speranza, indetto da papa Francesco il 9 maggio 2024 con la Bolla «Spes non confundit», si è concluso ieri e anche la Chiesa di Parma ha celebrato la chiusura dell’Anno santo con una messa solenne in cattedrale presieduta dal vescovo Solmi.
Un anno santo che si conclude ma che non finisce. E non è un gioco di parole ed è stato lo stesso vescovo Solmi dall’altare a svelare il perché. «Un segno particolare del Giubileo – ha spiegato il vescovo nell’ultima parte dell’omelia –, che potremmo dire la “stele”, sarà la riqualificazione del complesso di San Giuseppe, nell’Oltretorrente, unendo alla riapertura della chiesa un forte servizio caritativo e sociale. La “stele” si innesta nel vissuto della nostra Chiesa, nell’impegno missionario e caritativo animato, quest’ultimo in particolare, dalle Caritas parrocchiali e dalla Caritas parmense. La sua realizzazione, pertanto, non interessa soltanto la città, ma per i servizi offerti, per la mobilità delle persone e per la sinergia intessuta tra tutte le Caritas presenti in diocesi, coinvolge l’intera Chiesa locale».
Il fabbricato, che comprende le strutture pastorali come la casa canonica, l’ex oratorio di San Giobbe e la chiesa di San Giuseppe diventerà una casa capace di offrire cinque alloggi per l’emergenza o per la seconda accoglienza di persone e famiglie in stato di bisogno. Ma non solo: ospiterà anche uno spazio per la formazione dei volontari della Caritas, degli studenti che affrontano per la prima volta l’esperienza del servizio nella mensa di via Turchi o dei ragazzi sospesi per ragioni disciplinari che si misurano con la povertà in un responsabile rapporto con gli operatori della Caritas. Il tutto affiancato all’attuale lavanderia già attiva da molte settimane.
«È significativo l'intrinseco incastro di questa opera con la chiesa luogo storico e identitario dell’Oltretorrente con il titolo di San Giuseppe patrono dei migranti, uomo lavoratore, tenace, prudente, venerato da cristiani e mussulmani – ha proseguito monsignor Solmi -. Un segno per la città. Le risorse sono poche, siamo sempre al top delle classifiche, ma ci sono poveri e chi rischia di andare nell’indigenza e scivolare nella povertà: perché non partire dalla gente per progettare Parma, una volta almeno, capitale della sua gente che viene da tutto il mondo e che solo insieme può farle ritrovare e arricchire un’anima ricca che non solo non può perdersi, ma crescere come pianta gracile su un terreno che vogliamo tutti custodire».
Il progetto di ristrutturazione della chiesa è stato reso possibile dal contributo della Conferenza episcopale italiana attraverso l’8 per mille e, per la parte di destinazione sociale, dalla generosa contribuzione della Fondazione Cariparma e, ha sottolineato il vescovo, «dall’indispensabile apporto di tutti per potere raggiungere la completa realizzazione di questo progetto, “Stele del Giubileo della Speranza”».
Durante le celebrazione in duomo di ieri, il vescovo ha ricordato anche le centinaia di parmigiani pellegrini a Roma per varcare la Porta santa di San Pietro e le diverse migliaia che hanno partecipato ai 28 Giubilei diocesani.
«La storia di Dio con il suo popolo – ha sottolineato Solmi nell’omelia – si immedesima con la nostra, fino al punto che il suo progetto, la sua logica, la sua parola diventa carne non solo per parlare a noi, ma per essere in noi luce, vita, senso. Ci sono fatti nella nostra vita che diventano snodi o spinte che danno una sferzata ai nostri giorni – una nascita, un matrimonio, una morte, un lavoro – così è stato questo Anno santo che oggi concludiamo: un passaggio della straripante misericordia di Dio, per mettere ogni cosa nel suo pensiero: la terra da custodire, la libertà di tutti per vivere e amare, il perdono per una vita rinnovata».
«La misericordia di Dio – ha proseguito – in questo anno santo è entrata veramente nella nostra esistenza contraddittoria, fragile a volte e nella vita concreta delle nostre case. Come il seme della parabola ha trovato terreni diversi, sui quali ora germina, come può. Dovremo verificare come sono andati i giubilei, le convocazioni, le risposte, ma con il cuore del contadino che ha seminato e sa – come di questi giorni – attendere la crescita. Spera nella neve. La madre del grano ha paura dell’aridità o della pioggia eccessiva, ma non si tira indietro dall’accudire, custodire, sperare».
r.c.
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