Luca Mazzieri ricorda l'amico Pinna, restauratore
Parma piange la prematura scomparsa di Marco Pinna, 66 anni, restauratore e maestro d’arte, molto noto e apprezzato in città. Con la società che ha fondato al termine degli studi si è sempre occupato di finiture edili su edifici storici e prestigiosi, su palazzi d’epoca e ville, chiese e monumenti. Aveva una profonda conoscenza e una grande passione per l’arte che lo ha portato negli anni a essere un raffinato collezionista, Di origini sarde, amava profondamente la sua terra, dove si recava spesso. Generoso e sensibile, a Parma aveva tanti amici cari, oggi attoniti e addolorati di fronte alla triste notizia. Pubblichiamo qui di seguito l'affettuoso ricordo di Luca Mazzieri, regista e amico di Marco Pinna.
di Luca Mazzieri
Caro Marco, scriverti oggi significa attraversare a piedi una città, così lunga e diversa da come l’attraversavamo insieme, si può dire, tanti anni fa. Ora ci provo, ma con le lacrime agli occhi; non sono certo di potere gioire della sua inafferrabile bellezza.
Non solo i suoi luoghi riconoscibili, le strade, le piazze, i nomi che tutti conoscono, ma le sue superfici più segrete, le sue ombre trattenute, le sue stratificazioni lente e profonde, che abbiamo vissuto in tutte le stagioni, di giorno e di notte, cercando di capire come mai sia così difficile andarsene per sempre da questa Parma. Perché la tua vita, a Parma, non è stata semplicemente vissuta: è stata abitata, intrecciata alla storia visibile e invisibile delle sue forme, fino a diventarne parte integrante.
Ci sono uomini che passano nelle città, e uomini che le ascoltano, che le comprendono, che le assimilano.
La Sardegna, la tua terra natia, non ti ha mai lasciato, sempre presente nei tuoi racconti e nelle tue storie condivise con tutti noi.
Era nel tuo rapporto fisico con la materia, nella confidenza naturale con la pietra, nella capacità di ascoltare il silenzio e di non temerlo. Anche quando Parma è diventata casa, lavoro, destino, la Sardegna è rimasta radice: una terra aspra e luminosa, che non concede nulla e insegna tutto. Una terra che educa al limite e alla misura. Ed è forse per questo che Parma ti ha accolto: perché anche questa città chiede rispetto, tempo, fedeltà.
Tu, Marco, le hai ascoltate tutte queste voci di bellezza. E Parma, che non concede nulla a chi ha fretta, ti ha riconosciuto come uno dei suoi.
La tua storia comincia con una prova durissima, una di quelle che arrivano quando si è troppo giovani per comprenderne il senso e troppo onesti per fingere che non faccia male. Una menomazione grave, improvvisa, che avrebbe potuto interrompere tutto: il corpo, il lavoro, il futuro, perfino l’immaginazione di sé. E invece no. Quella ferita non ti ha mai definito. Ti ha obbligato, piuttosto, a una concentrazione più alta, a una misura più severa, a una relazione con il mondo fondata sull’attenzione assoluta, sulla responsabilità di ogni gesto.
Non ti sei mai nascosto dietro il dolore. Non lo hai mai usato come giustificazione. Lo hai trasformato in disciplina interiore, in rigore, in una capacità rara di resistere senza indurirti. Guardandoti crescere ho capito che maturare non significa superare l’ostacolo, ma diventare attraverso di esso, come fa la materia quando, lavorata con rispetto, rivela una forma che era già lì, in attesa.
Quando sei arrivato a Parma, giovanissimo, hai sentito subito che non era una città neutra. Era un corpo vivo, complesso, fatto di pittura, di decorazione, di luce trattenuta nei muri. All’Istituto d’Arte Toschi, seduti allo stesso banco, educati da professori intransigenti e preparati, ho visto nascere in te non solo un mestiere, ma un’attrazione profonda per la storia figurativa della città, per il modo in cui qui l’arte non è mai semplice rappresentazione, ma struttura dello spazio e del pensiero. Qui le superfici parlano. Gli affreschi non sono solo immagini, ma pelle. Le decorazioni non sono ornamento, ma architettura mentale. Ogni muro è una pagina scritta più volte, ogni intonaco un deposito di tempo.
Parma ti ha trattenuto perché è la città delle cupole di Correggio, dove la luce non descrive ma avvolge, gira intorno alle figure, le rende terrestri e celesti insieme; di Parmigianino, dove l’eleganza è tensione, rischio, inquietudine raffinata; di Benedetto Antelami, dove la materia si fa racconto, tempo scolpito, teologia visiva. Queste presenze non erano per te nomi da manuale o citazioni colte: erano forze attive, parametri silenziosi, voci con cui dialogare ogni giorno.
Ed è qui che il tuo lavoro ha trovato senso pieno.
Affreschi, decorazioni pittoriche, stucchi, finti marmi, lacche, dorature, velature, calci antiche: conoscevi le tecniche non come repertorio da esibire, ma come linguaggio vivo. Sapevi quando intervenire e quando fermarti. Quando consolidare e quando lasciare respirare. Quando la mano doveva guidare e quando, invece, farsi da parte. Per te il restauro non è mai stato un atto di dominio, ma un esercizio di ascolto profondo, quasi una forma di etica applicata.
A Parma il tuo lavoro è stato riconosciuto e cercato da privati consapevoli, da architetti, da colleghi, da professionisti, da storici dell’arte. Perché non eri un semplice esecutore: eri un interprete. Qualcuno capace di leggere una parete come si legge un testo stratificato, di riconoscere le epoche, le mani, le intenzioni, gli errori e le verità. Qualcuno con cui confrontarsi, discutere, crescere, senza mai semplificare.
Ma non eri solo un restauratore eccellente. Eri un uomo di cultura, un artigiano colto, un pittore capace, infine un Maestro generoso.
Lo sei stato quando hai insegnato, quando hai trasmesso saperi antichi a tecnici e allievi, quando hai spiegato che il restauro non è rifare, ma comprendere; non imporre, ma rispettare; non cancellare, ma custodire. In un tempo dominato dalla velocità e dalla superficialità, hai difeso la lentezza come valore e la competenza come forma di responsabilità civile.
E poi c’è stato il tuo luogo dell’anima: Villa Mattei. Un restauro incredibile, visionario, amorevole.
Non un semplice intervento edilizio, ma un atto culturale totale. Una bottega rinascimentale sulla via Emilia, un luogo onirico dove affreschi, decorazioni, collezionismo, impresa e amicizia si intrecciavano senza gerarchie. Lì la storia non era messa sotto vetro: era abitata. Lì il passato dialogava con il presente senza nostalgia, diventando energia, possibilità, futuro.
Hai amato l’arte in tutte le sue forme: pittura, scultura, cinema, grafica, architettura.
Hai sostenuto artisti della città e della provincia di Parma, credendo che il territorio non sia un limite ma una responsabilità. Allo stesso tempo sapevi guardare lontano, al Novecento e alla modernità italiana. Il tuo amore speciale per Pino Sciola racconta bene chi eri: attratto dalla materia viva, dalla pietra che suona, dalla forza primordiale trasformata in poesia. Un legame profondo tra la tua Sardegna interiore e la tua vita parmigiana.
Accanto a te, in tutto questo cammino, c’è sempre stata Maddalena.
Compagna di una vita, presenza discreta e fondamentale. Con lei la tua dimensione umana e spirituale si è ampliata. Insieme avete costruito non solo progetti, ma equilibrio; non solo lavoro, ma senso. Maddalena ha condiviso il peso e la bellezza di questo percorso, rendendo più abitabile, più umano, più profondo tutto ciò che hai creato.
Parma ti ha adottato, e tu hai restituito tutto.
Sei diventato, di fatto, un meritorio cittadino onorario. Ma il riconoscimento più vero non stava nei titoli: stava negli sguardi di chi ti incontrava, nella fiducia di chi ti affidava un frammento di storia, nella gratitudine silenziosa di chi sapeva che con te la materia era in buone mani. Hai davvero creato, nell’amicizia e nel bene condiviso, un esercito di persone che ti ricorderanno per sempre, per sempre.
Oggi la tua assenza pesa a tutti noi, e pesa davvero tanto, perché la tua presenza è stata sempre reale, concreta, trasformativa e davvero esemplare. Tu non sei stato solo parte di questa città, ma di tanti nostri animi: ne hai abitato la stratificazione, ne hai continuato il racconto, ne hai custodito l’anima fragile e potente.
Per questo ti scrivo, Marco. Mi prendo la responsabilità di tanti che credo lo avrebbero fatto meglio di me e meno emotivamente. Ti scrivo per dirti che la tua vita è stata un’opera d’arte aperta e lo sarà per tanto tempo ancora, e la vedremo ancora trasformarsi.
Un’opera fatta di simboli, di affreschi e di silenzi, di tecnica e di etica, di dolore trasformato in forma e, alla fine, in gioia condivisa.
Quello che hai custodito non chiede di essere ricordato, perché non si è mai arrestato nel tempo della memoria, ma ha continuato a farsi materia attiva e pensante, criterio silenzioso, misura profonda del fare e dello stare al mondo, e ciò che hai costruito non resta alle spalle né si irrigidisce in monumento, non si lascia chiudere in una forma conclusa, ma continua a lavorarci dentro con la stessa pazienza con cui tu lavoravi la materia, spostandoci impercettibilmente, educandoci allo sguardo, rendendoci più attenti e più responsabili di ciò che tocchiamo, di ciò che trasformiamo, di ciò che scegliamo di custodire e anche di ciò che, con rispetto e consapevolezza, scegliamo di lasciare andare.
Grazie Marco Pinna, grazie Maestro silenzioso, per quello che continuerai a insegnarci.
Un abbraccio forte, anzi fortissimo, amico mio.
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