Teatro Regio
Venerdì 23 gennaio il Teatro Regio inaugurerà la Stagione lirica con «Orfeo ed Euridice» di Gluck, titolo raro che mancava quasi da 40 anni, precisamente dalla Stagione 1986-'87, nonostante l'opera abbia un legame storico con Parma, visto che qui avvenne la prima italiana, il 24 agosto 1769 nel Teatrino di Corte, quando il Regio ancora non esisteva.
Ebbene, in quel marzo del 1987, nell’«Orfeo ed Euridice» il ruolo di Amore veniva interpretato dalla soprano parmigiana di fama internazionale Lucetta Bizzi. Uno spettacolo rimasto nella storia.
Lucetta Bizzi, «Orfeo ed Euridice» torna dopo quasi quarant’anni.
«Non è certamente uno dei titoli più frequenti, ma è un capolavoro. Quando la ascolti, percepisci quanto sia gradevole e interessante. Certo, non è il classico titolo di repertorio, ed è per questo che la scelta di riproporla oggi è così significativa».
Cosa pensò quando le proposero il ruolo di Amore, sapendo che sarebbe rimasta appesa al soffitto del Regio?
«Il regista era il bolognese Luciano Damiani. All’inizio non lo convincevo: aveva in mente una figura eterea, con gli occhi azzurri che io non avevo. Così, con la direttrice del Regio Angela Spocci, andammo da un ottico a farci fare delle lenti a contatto blu che dovevo mettere ogni sera. Mi fasciò poi in una tunichetta per ottenere la figura che desiderava. Quanto al “volo”, era una cosa complicata: mi imbracavano dietro la balaustra della buca dell’orchestra, verso la prima fila della platea. Scendevo insieme a Orfeo - all’epoca interpretato dalla bravissima mezzosoprano Kathleen Kuhlmann - lei mi agganciava e io, piano piano, risalivo».
Tutto questo cantando sospesa nel vuoto...
«Sì, cantavo lassù. Era il finale dell’opera, che si concludeva proprio con la celebrazione di Amore. Dall’alto lanciavo e spargevo petali di fiori, rigorosamente veri: Damiani li pretendeva freschi ogni sera. Dovevano simboleggiare piccole gocce d’amore sul mondo che cadevano sul pubblico».
Per l’epoca era una proposta molto innovativa. Come reagì il pubblico?
«Era incuriosito, applaudiva. Era una visione spettacolare e suggestiva, merito di una regia particolare e nuova, che però non stravolgeva mai il libretto. Damiani era anche uno scenografo straordinario: c’era una coerenza profonda, nulla era “circense”. Era attentissimo ai dettagli: tutto doveva essere vero o verosimile, dai miei occhi azzurri ai petali, fino alle rane vere che voleva in scena».
Fu un’operazione complicata, tanto che la “prima” iniziò in ritardo e il regista parlò addirittura di complotto...
«Non ricordo bene i dettagli, ma non parlerei di complotto. Era semplicemente uno spettacolo tecnicamente difficilissimo. Ci furono diversi problemi tecnici: pensi che alla prova generale si staccò un gancio dell’imbracatura e rimasi lì, a penzoloni nel vuoto».
Ora «Orfeo» inaugura la Stagione...
«È un’operazione coraggiosa e alta per un’inaugurazione, ma credo sia una proposta molto interessante. Vedremo una regia completamente diversa, affidata a Shirin Neshat, che darà il suo tocco personale. Sono molto curiosa e, lo ammetto, sarò anche un po’ emozionata».
Mara Pedrabissi
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