Felino
Felino Agli altri il moschetto, a lui il cannone. L’alpino Dante Gigli, il presentat’arm lo faceva così: braccia tese davanti a sé e fusto d’acciaio da 105 saldo tra le mani. Si badi bene: 105 chili, prima ancora che millimetri. Nell’artiglieria da montagna è il peso a contare, più del calibro. I muli portavano le bocche da fuoco, gli artiglieri gliele caricavano sul dorso: Dante, penna nera della Julia, le maneggiava come fucili. Ora sorride a un altro peso da sostenere, quello degli anni. Ne compie 90 oggi e se ne scorderebbe, se non fosse per l’udito annacquato e gli acciacchi qua e là. Per il resto, tiene la posizione, come ogni alpino che si comandi.
La sua è in una casa colonica accanto alla chiesa di Sant’Ilario. Su un muro, una stinta data, risalente al 1800; tutt’attorno finestre e porticati che custodiscono macchine agricole. La grande corte sembra risuonare dei rumori della vita di una volta, che in campagna era affollata quanto oggi è deserta. Tutto si è svuotato, ma non la casa di Gigli. Al posto del granaio ora c’è una grande sala, occupata in buona parte da due tavole di ciliegio che insieme fanno sette metri. Un’apologia della convivialità. «Ci si sta in una ventina - commenta Nadia, la moglie di Dante -. E al bisogno c’è sempre la cucina sotto». A volte, anche lì è stato tutto esaurito. L’antico casale è il porto d’amicizia e generosità di Dante e Nadia tra le colline della val Baganza, dove per decenni - Covid permettendo - il lunedì è stato sera di festa, inventata per cenare insieme.
Dante ha mani grandi, piene del ricordo di tutto quanto ha donato (ed è molto) e ancora affamate di terra, della genuinità della vita contadina. Nato a Bedonia, di origini tarsognine, trascorse l’infanzia in Appennino. «Con i partigiani e i tedeschi che entravano e uscivano di casa, a volte sfiorandosi». Sei i fratelli Gigli: cinque maschi e una femmina. Tra la guerra e i campi, la scuola la frequentò fino alla seconda elementare. «A dieci anni pascolavo le mucche» ricorda. Se non era lavoro, erano traslochi: il padre Rinaldo, mezzadro, con i proprietari andava d'accordo per una stagione o due. Poi ognuno per la propria strada: e la sua lo portava via.
Il militare fu una bella parentesi, spiega Dante, maneggiando il cappello alpino vecchio 70 anni. Gli permise innanzitutto di riprendere gli studi, «nonostante la maestra fosse troppo bella per restare concentrati». A Bassano il Car, poi Cividale del Friuli, dove la domenica il piatto si riempiva degli adorati gnocchi e il bicchiere di un quartino in più. Per il resto, lunghe guardie al freddo e una quarantina di chilometri di marcia al giorno, anche nella neve.
Speciale il suo rapporto con i muli. «C’ero abituato, mi sembrava di stare a casa, mentre chi veniva dalla città piangeva, incapace di rapportarsi con loro». Eppure, proprio per un mulo ebbe cinque giorni di punizione. «Si chiamava Tango: gli ferii la lingua per mettergli il morso, mentre cercava di allontanarsi». Trascinato per una cinquantina di metri, Gigli non mollò («Poi facemmo pace» sorride). La sua forza buona gli fece conquistare anche un permesso premio, quando spostò una trave troppo pesante per altri quattro (insieme). «Perché non la rimettessi dove stava prima, il tenente mi diede licenza e soldi per il treno».
Alpino, lo sarebbe rimasto anche dopo la naja, fedele pellegrino alle adunate delle penne nere. Due giorni e mezzo resistette al lavoro in un prosciuttificio: meglio lavorare nel proprio e, per conto terzi, trebbiare e arare; meglio aprire rotte nella neve con il Fiat 135 cingolato, senza guanti né paltò. Il calore è sempre stata l'amicizia a darglielo. Infinite le sue serate in compagnia, con abbondanza di ogni bendidio: a casa (la cui porta è sempre aperta) o nei boschi.
Il viaggio di nozze nel gennaio del 1970, lo fece proprio con gli amici, nonostante il vetro ghiaccio per strada: tre giorni di bisboccia misurati in damigiane, passando anche davanti alle finestre di casa. Nadia per luna di miele ebbe un'eclissi. Poi, la nascita di Fausto e, tre anni dopo, di Fabio. Il primogenito, sarebbe morto in un incidente stradale nel 2016: quel giorno si fermò il tempo in casa Gigli, come racconta il calendario di dieci anni fa appeso in cucina. Ma la vita procede, e ora ci sono i nipoti Samuel, studente all’Accademia delle Belle arti di Firenze, e Nicole e Alice. Ci sono gli amici vecchi e nuovi, con i quali dirsi che «era meglio allora che adesso». E «allora» è anche un luogo: un lembo di collina o di bosco dove accendere il fuoco, sorvegliare le pecore al pascolo e sollevare il bicchiere in buona compagnia. Basta guardarsi attorno, per scoprirsi ricchi. A volte basta ricordare.
Roberto Longoni
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