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Bedonia

Don Roberto: «La montagna come un dono»

Don Roberto: «La montagna come un dono»

29 Gennaio 2026, 10:13

Bedonia Dei suoi quasi quarant’anni, Roberto Ponzini ne ha vissuti metà in montagna. E non ha smesso di andar per funghi. Nel 2014 è stato ordinato presbitero nella diocesi di Piacenza-Bobbio. Neo parroco di San Corrado, a Piacenza, racconta: «Sono proprio contento di essere prete. Attraverso la preghiera e l’Eucaristia la mia fede si rinsalda. Ho favorito l’ingresso di qualche giovane in seminario che è arrivato alla meta. Il Signore utilizza anche le mie povere capacità per annunciarsi».

A Carniglia, sette chilometri da Bedonia, dove è nato, nota per le cave di pietra, ci sono la falegnameria di suo padre e un’altra, un’azienda di apicoltura, un laboratorio di serramenti in alluminio, un ristorante, un’azienda agricola e la parrocchia.

Cosa ha significato per lei crescere in montagna?

«È stato un dono. Il mio rapporto con la montagna è stato sempre molto viscerale. Mi ha permesso di esprimere quello che sono, di coltivare alcune passioni: la campagna, i funghi, le escursioni, l’orto. Ho avuto la fortuna di crescere in una parrocchia in cui c’era ancora il parroco residente. La comunità e la famiglia mi hanno trasmesso una fede radicata, genuina, fondata sui valori di un buon umanesimo che nasce dal cristianesimo: la sussidiarietà, la fraternità, l’amicizia, lo stimarsi a vicenda, l’inclusività. Sono elementi costitutivi anche del mio essere prete oggi».

Com’era Carniglia negli anni '80?

«Avevamo ancora le scuole elementari, c’erano un bar, una bottega di alimentari, alcune trattorie e diversi bambini. Ho vissuto un’infanzia felice grazie anche alla frequentazione di amici più o meno coetanei. Un ambiente vitale e molto meno povero a livello demografico di oggi. In questi anni abbiamo assistito a un grande spopolamento: molti anziani sono morti e i giovani si sono spostati verso i grandi centri. La frazione era sui 300 abitanti, adesso si è dimezzata».

Qual è stato il suo percorso di vita?

«Dopo le elementari ho frequentato a Bedonia le medie e l’Ipsia e sono diventato perito meccanico. Per qualche anno ho lavorato nella falegnameria di mio padre. Ma ho sempre avuto l’idea del sacerdozio. Facevo catechismo, partecipavo al rosario e alla Via Crucis. In chiesa mi sentivo a casa. Ho frequentato i corsi di teologia per laici al seminario di Bedonia. Monsignor Domenico Ponzini mi aiutò a fare discernimento e anche la morte del mio parroco, don Armando Delgrosso, ha segnato una pietra miliare nel lasciarmi quest’eredità. Nel 2008 sono entrato al collegio Alberoni».

Lasciare la montagna è stato difficile?

«È stata una bella sfida. Piacenza, pur non essendo enorme, mi ha costretto ad adeguarmi a un’impostazione che non era quella di prima, sempre a contatto con la natura. Eravamo 14 seminaristi piacentini, alcuni anche di campagna e di montagna con i quali, per affinità, si è creato un bell’affiatamento. Oltre allo studio e alla formazione spirituale abbiamo vissuto bei momenti di convivialità».

La sua prima parrocchia?

«Dopo qualche mese in centro storico, da ottobre 2014 sono stato curato a Carpaneto Piacentino, dove sono rimasto sette anni. Mi hanno accolto benissimo, ho lavorato tanto con i bambini e i ragazzi, sono fioriti gruppi giovanili e di sposi. Mi hanno dato tanto e siamo riusciti a fare tanto insieme. Nel dicembre 2021 sono stato trasferito a Piacenza alla SS. Trinità dove sono rimasto quattro anni: una parrocchia molto grande, dove c’è il Cammino neocatecumenale. Con i più giovani sono stato alla Gmg di Lisbona e al Giubileo, momenti di fede e di grazia. Sono stato codirettore dell’ufficio pastorale del matrimonio e della famiglia e responsabile del servizio per la pastorale giovanile-vocazionale. Ora sono assistente spirituale del Rinnovamento nello Spirito e da due settimane parroco di San Corrado a Piacenza».

Torna in montagna?

«Salgo a Carniglia una volta al mese per andare a trovare i miei genitori e qualche conoscente e amico. Il paese oggi ha due volti. In inverno è meditativo, vive molto il silenzio. D’estate è esplosivo, grazie al ritorno degli emigranti dagli Stati Uniti, dalla Francia e dall’Italia, e per gli eventi della parrocchia, come la festa del Campanile d’oro, il 12 e 13 agosto, che attira un migliaio di persone, e la sagra di Santa Giustina in settembre».

Un ricordo che ha nel cuore?

«Il volto della mia bisnonna materna, Domenica Mazzadi, che recitava sempre il breviario, e ha dato l’input più forte alla mia fede. D’estate andavamo tutti i giorni a raccogliere una rosellina e la portavamo alla statua della Madonna di Lourdes. Ricordo belle raccolte di funghi nei boschi, spesso da solo. Da quando sono prete ci vado con qualche amico di Piacenza, tre o quattro volte l’anno. Ne trovo tanti, nei posti che mi ha insegnato mio nonno».

Laura Caffagnini

© Riproduzione riservata

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