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Sanremo

Roberto Molinelli dirige Arisa e il Coro del Regio: «Ci sarà una sorpresa»

Molinelli firma l'arrangiamento e costruisce un ponte tra voce pop e tradizione lirica

Roberto Molinelli dirige Arisa e il Coro del Regio: «Ci sarà una sorpresa»

27 Febbraio 2026, 03:01

Parma stasera tiferà per il «suo» Coro del Teatro Regio, sotto le luci nella serata «cover» del Festival. Il maestro Roberto Molinelli, un «veterano» dell’Ariston, guiderà l’esibizione di Arisa con il Coro preparato (fino all'ultimo minuto, c'è da giurarci) dal maestro Martino Faggiani in «Quello che le donne non dicono». Molinelli ha anche curato l'arrangiamento del brano: e ci saranno delle sorprese.

Maestro Molinelli, il Coro del Teatro Regio porta con sé una lunga tradizione operistica. Qual è stata la sfida principale nel far dialogare le voci liriche con la vocalità particolare, quasi fanciullesca ma potentissima, di Arisa?
«La sfida è stata valorizzare le differenze. Il Coro del Regio ha un suono stratificato, costruito su secoli di tradizione operistica: è un suono ampio, verticale, architettonico. Arisa, invece, possiede una vocalità intimissima e insieme sorprendentemente potente, con quella fragilità luminosa che arriva dritta al cuore. Il mio lavoro è stato creare uno spazio in cui questi due mondi potessero respirare insieme senza sovrastarsi. Ho chiesto al Coro una tavolozza dinamica molto flessibile, quasi cameristica in alcuni punti, per lasciare alla voce di Arisa la libertà di raccontare. Non un confronto, ma un abbraccio sonoro. Quando le differenze si ascoltano a vicenda, nasce il dialogo».

Come ha lavorato sull'orchestrazione?
«Durante la mia carriera ho sempre cercato “ponti tra mondi lontani” attraverso la musica, mi piace ricordare in questo contesto parmigiano il mio lavoro per lo spot Barilla 1999 (“Farfalle” e “Un mare d'amore”, ndr) e Paganiniana con l’orchestrazione dei capricci di Paganini per Parma 2020. In questo caso sanremese invece abbiamo la cifra pop ed emotiva di Arisa, la tradizione corale lirica del Coro del Teatro Regio, e una scrittura orchestrale che prova a farle dialogare».

Ci sarà qualche sorpresa?
«Sorpresa? Diciamo che più che un effetto speciale, ci saranno momenti in cui l’ascoltatore potrebbe percepire qualcosa di familiare… ma trasformato».

Qualche purista può storcere il naso, ma portare il Coro del Regio a Sanremo non è anche un atto «politico/culturale»? Significa dire che l'opera non è un museo...
«Qualche purista può storcere il naso ma questo non è un tradimento: è una dichiarazione culturale. È dire, con semplicità e fermezza, che l’opera è un organismo vivo. La musica non è mai stata un museo. L’opera nasce popolare: nei teatri dell’Ottocento si andava per ascoltare, ma anche per incontrarsi, discutere, perfino prendere posizione. E Verdi lo sapeva bene. Le sue opere non erano pensate per una cerchia ristretta di intenditori, ma per un pubblico vasto, emotivo, partecipe. Cori come “Va, pensiero” non sono diventati patrimonio collettivo per caso: sono entrati nella memoria condivisa perché parlavano un linguaggio immediato, riconoscibile, profondamente umano. Verdi non concepiva il teatro musicale come una teca da conservazione, ma come uno spazio di relazione tra arte e società. In questo senso, l’idea che oggi un coro lirico possa incontrare una voce come quella di Arisa in un contesto mediatico e trasversale come Sanremo non è una rottura con la tradizione: è una continuità, immersa nei nostri tempi. E se anche solo una persona, ascoltando, sentirà il desiderio di entrare in un teatro e ascoltare un’opera lirica dal vivo, allora quel ponte avrà funzionato davvero».

 

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