CONDANNA
Normale perquisizione. Di quelle, per intenderci, che periodicamente scattano a sorpresa in carcere. Ma quel 22 settembre 2023, alle 8,15, nella sezione alta sicurezza di via Burla, poco dopo l'apertura di una delle celle, il metal detector aveva cominciato a vibrare mentre veniva passato sui pantaloni di Giovanni Pagano, 37 anni, napoletano, condannato lo scorso giugno in via definitiva a 10 anni e 4 mesi per associazione mafiosa di stampo camorristico. Segnale di qualcosa di anomalo, di un oggetto in metallo e molto probabilmente proibito. Subito dopo gli uomini della Penitenziaria avevano fatto spostare Pagano nella saletta ricreativa del reparto di alta sicurezza: mostrava tranquillità. Sembrava quasi indifferente. Aveva infilato le mani nei pantaloni consegnando subito un mini cellulare, con tanto di sim card attiva. Ma quando poi era stato portato nell'ufficio del coordinatore della sezione alta sicurezza, aveva perso tutto l'aplomb precedente: prima aveva afferrato la scrivania cercando di scaraventarla addosso all'ispettore, poi era passato alle minacce: «Vattene da qua che ti ammazzo», aveva urlato.
Era furente. Quando poi gli era stato prospettato l'isolamento, aveva dato in escandescenza, tanto che poi il medico del carcere aveva stabilito che la soluzione migliore fosse quella di una cella ordinaria con un compagno che lo «assistesse».
Accusato di accesso indebito di dispositivi idonei alla comunicazione e resistenza a pubblico ufficiale, ieri è stato condannato a 6 mesi (con rito abbreviato, e quindi sconto di un terzo) dalla giudice Cristina Pavarani, che ha ritenuto le due imputazioni in continuazione. Il pm Massimiliano Sicilia, che riteneva distinti i due reati, aveva chiesto 1 anno e 8 mesi.
Un uomo del clan Rinaldi, Giovanni Pagano, con una serie di condanne precedenti a quella per associazione mafiosa, tra cui spaccio, fabbricazione di documenti falsi, evasione. Un esponente della cosca, con base a San Giovanni a Teduccio, che tra il 2014 e il 2019, insieme ai Mazzarella, ha messo a ferro e a fuoco la periferia est di Napoli con quella guerra di camorra che ancora oggi continua a seminare terrore e morte. Due giorni fa, vicino a una scuola, è stato ucciso a colpi di pistola Salvatore De Marco, 34 anni, nipote di Ciro Rinaldi, esponente di spicco del clan.
Quel giorno di settembre, nella cella che Pagano condivideva con un altro detenuto, era stata trovata anche una lama affilata di circa 13 centimetri, probabilmente ricavata da una di quelle bombolette a gas consentite in cella. Una lama di cui nessuno dei due detenuti si è assunto la responsabilità, mentre sul cellulare, che peraltro Pagano nascondeva vicino all'inguine durante la perquisizione, non ci sono mai stati dubbi. Non c'erano messaggi, né inviati né ricevuti, mentre risultavano quattro chiamate effettuate, nessuna delle quali a numeri autorizzati di familiari o avvocati. Insomma, Pagano aveva sicuramente sentito qualcuno con cui non poteva parlare, mentre non aveva ricevuto telefonate su quel cellulare. La sim card, invece, risultava intestata a un cittadino bengalese residente a Napoli e acquistata in un negozio del capoluogo campano. Un'identità falsa, con ogni probabilità, visto che sono emerse diverse persone con lo stesso nome del bengalese, ma non nate nella data indicata sui documenti dell'acquisto.
Pagano è stato poi trasferito nel carcere di Voghera e successivamente a Palermo, da cui era in video collegamento per partecipare al processo. Uno spettatore, in realtà. Non ha detto nulla. Men che meno chi gli avesse fatto avere in cella quel mini cellulare.
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