Lirica
«Il mondo soffre della carenza di tenori». Non usa mezzi termini il britannico Economist nell'inchiesta dedicata alle difficoltà di molti cori amatoriali dei paesi nordici - Inghilterra e Germania in testa, dove la tradizione è assai diffusa - nel reperire voci maschili capaci di cantare il «Vincerò» (l'esempio che vien fatto è quello).
Le ragioni indicate sono tante, dalla difficoltà di costruire la voce tenorile fino al possibile abbassamento di tono negli uomini con l'alzarsi della statura. Tanto che alcune realtà corali britanniche hanno diminuito la quota associativa ai tenori per favorirne la presenza.
E a Parma, culla e custode del melodramma verdiano, il problema è avvertito? Andando a sentire dagli «informati», scopriamo che il problema c'è ma è legato ai più ampi cambiamenti sociali e culturali.
Alessio Vlad , direttore artistico del Teatro Regio, alle perenni prese con audizioni e cast, non crede al fattore fisico. «Oggi il problema è diverso e l'articolo dell'Economist rivela una situazione generale: quello che manca oggi, evidentemente non solo in Italia ma anche nei paesi anglosassoni, è un progetto sulla musica e sull'insegnamento della musica». Premette: «A Parma siamo viziati, il coro del Teatro Regio è uno dei migliori d'Italia». Dunque qual è il punto vero? «Non è che c'è un'assenza di tenori, c'è un'assenza di scuola, perché è chiaro che la voce naturale per un uomo è quella del baritono. Il tenore è un tipo di voce su cui bisogna lavorare, lo abbiamo visto con Carlo Vistoli nell'Orfeo ed Euridice». Anche la chiesa «ha una “responsabilità”, da quando ha cominciato a limitare il canto gregoriano nelle funzioni. Il canto gregoriano portava a considerare la musica in un modo intellettuale, dopo si è accostata la musica all'intrattenimento». Alle audizioni oggi chi si presenta? «La maggioranza dei candidati arriva dall'estremo oriente perché lì evidentemente c'è un investimento nella didattica. Noi abbiamo proclamato il canto lirico patrimonio dell'Unesco ma poi non vengono fatte delle iniziative per sostenerlo. Altra cosa fondamentale: oggi il cantante deve essere interprete. E per questo serve tempo, servono prove. Al Regio, al Festival questo tempo ce lo prendiamo. Altrove non più».
Dunque andiamo dove si «costruisce» la voce di tenore.
Lelio Capilupi , docente di canto e coordinatore del Dipartimento di Canto e teatro musicale al Conservatorio «Arrigo Boito» di Parma conferma che «la voce di tenore, la più acuta del registro maschile, è in un certo senso la più “costruita”: lo studio del canto lirico dovrebbe tendere a farla apparire “naturale”, superando, nell'esibizione, tutte le accortezze tecniche di cui necessita. Di qui la principale complessità di questo registro». Venendo ai numeri, quanti sono i tenori e quanti i bassi e baritoni in una classe del nostro Conservatorio? «I dati attuali del Boito relativi al Dipartimento di Canto nel suo insieme (10 classi) dicono che su un totale di 113 studenti abbiamo 27 baritoni (24%), 24 tenori (21%) e 9 bassi (8%). Come si vede, i tenori rappresentano un quinto dei nostri studenti, la situazione per ora non è così problematica». E da dove vengono? Sono più italiani o stranieri? «Qui si tocca un tasto dolente. Abbiamo studenti di varie nazionalità (Cina, Corea, Giappone, Russia e tanti altri paesi). Attualmente abbiamo solo 3 tenori italiani, ma la percentuale di italiani rimane bassa in generale. I motivi? Aprirei un dibattito complesso. Personalmente e molto sinteticamente ritengo che l’educazione musicale di base in Italia continui a rimanere carente e che la Riforma del comparto Afam (Alta Formazione Artistica e Musicale) cui i Conservatori appartengono, abbia penalizzato in particolare gli studenti italiani di canto che si trovano a dover intraprendere uno studio del canto lirico che parte da un Triennio già impegnativo senza aver avuto, in ambito di scuola pubblica, l’opportunità di una preparazione precedente. Si sta ora cercando di ovviare al problema con l’avviamento di Corsi propedeutici, ma non sono ancora sufficientemente conosciuti».
Il Coro del Teatro Regio non è certo comparabile alle compagini amatoriali. Però qualche considerazione si può fare anche qui.
Martino Faggiani , che lo ha costruito e ne è il maestro da 26 anni, guarda la questione da un altro punto di vista: «C'è effettivamente difficoltà a trovare tenori rispetto alle altre voci, ma la questione è più generale. Il mestiere del corista è difficile, non è che uno si nasconde nel gruppo e può cantare come vuole. Tutti qui sono indispensabili, quindi servono specializzazione, impegno e conoscenza. Allora cantare in un coro diventa poco appetibile perché è un mestiere molto difficile, faticoso, non dà sufficienti visibilità e gratificazione economica». Un tempo era diverso, fino a 30/40 anni fa, «quando fare l'artista del coro, soprattutto in realtà come l'Accademia di Santa Cecilia o la Scala, comportava una retribuzione interessante». Oggi alle audizioni chi si presenta? «Abbiamo questa grande affluenza di cantanti dall'oriente, coreani, cinesi, o delle ex repubbliche sovietiche. In linea di massima hanno buona disponibilità economica, vengono in Italia, si pagano gli studi, così poi possono inserire nel curriculum di aver studiato al Conservatorio di Parma o di aver cantato nel Coro del Teatro Regio. Comunque credo che, a un certo punto, questa bolla esploderà. Cioè bisognerà ridisegnare la figura di artista del coro».
È stata fondata nel 1905 la Corale Verdi di Parma, istituzione da cui sono usciti fior di solisti. Attualmente il coro è istruito dal maestro Claudio Cirelli docente di Accompagnamento pianistico al «Boito», maestro di sala e direttore di palcoscenico al Regio. Conferma che «la voce di tenore è la più difficile da educare al canto, ancor più a livello amatoriale. Ma consideriamo che anche per i cori professionali non è facile trovarne: il rapporto soprani contro tenori è 10 a 1. Nei cori polifonici, non essendo richiesta una particolare preparazione tecnico vocale ma più musicale (leggere la musica), ci si avvale del registro di falsetto, cioè di testa, più alla portata di tutti. Nel repertorio lirico occorre cantare il registro acuto in voce piena, cosa che presuppone una preparazione tecnica, una competenza e una disciplina sconosciuta agli amatori. La “vecchia” Corale Verdi godeva di coristi cresciuti a “latte e lirica”: la grande tradizione melomane del secolo scorso, vissuta in ambiente domestico, aveva qui creato i presupposti per una generazione fenomenale, un Dna ormai scomparso alla base di un coro dal “colore verdiano” sconosciuto anche ai più blasonati cori professionali. La mancanza di tali presupposti socio-ambientali e il continuo svilimento culturale che si protrae almeno da 20/30 anni sono tra le cause principali del problema». La società moderna va di fretta: «Pochi prendono in considerazione seriamente una disciplina “lenta” che richiede tempo e regolarità».
Anche per Andrea Rinaldi , storico tenore del Coro del Regio, in pensione da un paio di anni, e presidente del Coro dell'Opera di Parma, «L'interesse per la lirica è in discesa e questo significa meno interesse, meno possibilità. Questo vale per tutte le altre corde ma la corda del tenore (è un po' come il centravanti nel calcio) è quella più difficile perché è tanto bella quanto innaturale, ha bisogno di un “meccanismo” supplementare per poter funzionare, una specie di codice la cui combinazione rimane sempre più segreta e con colleghi e insegnanti sempre meno disponibili a rivelarli». Meno collaborazione e più individualismo, insomma. L'evoluzione della specie? «Non credo sia passato un lasso di tempo sufficiente: quando sono entrato nel Coro nel 1983, c'era abbondanza di tenori. Oggi alcune belle voci tenorili guidano gli autobus, lavorano nei supermercati oppure negli ospedali».
Non crede alla teoria evolutiva neppure Cristina Bersanelli , presidente di Parma Lirica, qui nella veste di docente di Pedagogia musicale al Conservatorio di Castelfranco Veneto: «Noi siamo nati cantando, l'uomo di Neanderthal si esprimeva emettendo suoni. Le mutazioni nell'organo fonatorio sono lentissime». Crede invece al fattore socio-culturale: «Ho insegnato fino a quattro anni fa in una scuola inglese a Milano, molto grande, con cori per tutte le età e ho visto che, formando i bambini fin da piccoli, guidandoli nei passaggi di voce, non viene a mancare nessun registro vocale. Quindi è un problema di scuola. Però ora i ragazzi, anziché andare a fare coro, vanno a fare padel o jazz. C'è uno spostamento degli interessi».
Infine, il punto di vista di chi le voci le dirige con il direttore parmigiano Sebastiano Rolli : «Con i cori ho un contatto indiretto, nel senso che hanno il loro maestro, un loro percorso. Il contato diretto è con i solisti. In questo caso ho visto un cambiamento in generale, più che nelle voci, nella consapevolezza di come porsi di fronte al repertorio. Non ci sono più le grandi voci di una volta? Credo, semplicemente, che manchi quello che era l'atteggiamento verso il mestiere, si sacrificava veramente la vita al canto o alla direzione». Specchio dei tempi? «Sì, siamo bombardati da talmente tante sollecitazioni e suggestioni che uno canta, ma intanto il suo tempo viene occupato anche da mille altre cose. Ho potuto dirigere i cantanti di un'altra generazione - Bruson, Devia - lì capivi che la vita era piegata all'arte».
Intervista a Simone Fenotti
Simone Fenotti, 25 anni, bresciano, è uno dei tre tenori italiani attualmente allievi del Conservatorio «Boito» di Parma. Il mese prossimo, si laureerà in canto lirico concludendo così il suo percorso di studi.
Com'è che dalla cittadina di Nave, 10mila abitanti, hai detto: «Voglio fare il tenore»?
«Quando frequentavo le scuole medie, organizzarono di assistere a una prova aperta al Teatro Grande di Brescia. In realtà non sarei potuto andare perché i biglietti erano esauriti. Gentilmente una mia compagna di classe, vedendomi tanto dispiaciuto della cosa, disse: "Vai, ti cedo il mio posto". Se non me l'avesse ceduto, chissà come sarebbero andate le cose... Insomma sono andato a vedere questa prova di “Elisir d'amore” e proprio la voce del tenore mi affascinò. Tornai a casa e iniziai a ricantare le parole di Nemorino, “Una furtiva lagrima”. Mi colpisce il fatto che alla fine non è che ho imitato la voce di baritono o di basso ma quella di tenore. La più difficile ma anche quella che inconsapevolmente mi apparteneva. Quindi è come se ci fosse stato una sorta di richiamo naturale».
E a casa? I bresciani hanno la fama di essere pragmatici. Quando hai detto «Io voglio cantare», cosa è accaduto?
«Devo dire che i miei genitori, la mia comunità in generale, mi hanno sempre sostenuto. Anche se loro non hanno nulla a che fare con il canto, mia mamma è ragioniera in comune, mio padre ha una piccola azienda di distributori automatici di bevande e snack. Quindi avrei potuto seguire il lavoro di papà, però mi hanno sempre incoraggiato a fare ciò che mi piace».
Come sei arrivato a studiare a Parma?
«In realtà ho iniziato prima, ho studiato privatamente, poi al liceo musicale. Ho portato avanti per anni sia clarinetto che canto e, alla fine del liceo, ho sostenuto l'ammissione al Conservatorio “Boito”».
In questo momento siete tre italiani su 24 tenori iscritti. Che riflessione hai fatto su questo?
«Credo che in Oriente ci sia un rispetto per la cultura italiana maggiore di quello che abbiamo noi stessi. Inoltre da noi si è persa la spontaneità del canto. Lo comprendo dai racconti di mia nonna che è del '28 e mi dice "Sì, io cantavo per strada, il mio amico si metteva a cantare in bicicletta...”. Oggi, se vedessimo fare una cosa del genere, diremmo "Oh, questo è matto"».
Infine, qual è il tuo modello di tenore di riferimento e cosa speri per te?
«È sempre difficile dirne uno, perché per ogni repertorio ce n'è un interprete di riferimento. Però posso dire che, alla fine, quelli che mi fanno sentire tenore, che mi risvegliano dentro quel fuoco, sono Mario Del Monaco e Franco Corelli. Quanto a me, spero di essere sempre felice nel fare il mio lavoro. Dico la verità, sono una persona timida, quindi per me è sempre difficile salire sul palcoscenico, però alla fine è il mezzo per esprimere la mia passione».
Mara Pedrabissi
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