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EDITORIALE

Le donne iraniane lottano anche per noi

Le donne iraniane  lottano  anche per noi

di Pino Agnetti

09 Ottobre 2022, 14:05

Quando nel 2009 feci venire e premiai a Parma Shirin Ebadi, prima donna musulmana a ricevere il Nobel per la Pace, il suo Paese - l’Iran - era scosso dalle manifestazioni contro la vittoria truccata alle elezioni presidenziali dello stesso anno dell’ultra conservatore Ahmadinejad. Ricordo ancora che, al termine della premiazione al Ridotto del Regio, cantammo insieme «Bella ciao» con Shirin in lacrime accanto a me e tutto il pubblico in sala ad applaudire lei e le studentesse iraniane che guidavano la protesta.

Sono trascorsi tredici anni e una nuova generazione di iraniane è scesa in piazza per raccogliere il testimone delle loro madri e sorelle più anziane. Ma stavolta non è come allora. Stavolta a manifestare contro la cappa opprimente della Repubblica Islamica non sono solo le ragazze di Teheran, bensì le donne dell’intero Paese e con loro - questa la novità forse maggiore - decine e decine di migliaia di uomini.
Nessuno sa, o può dire, come andrà a finire. Una cosa però è certa: 43 anni dopo la rivoluzione khomeinista del 1979, la vera controrivoluzione è finalmente iniziata. Lo dice la vastità senza precedenti della rivolta che interessa ormai più di cento città dell’Iran.

Lo dice il suo carattere interclassista e transgenerazionale, tragicamente confermato dal numero degli adulti fra cui molti anziani falciati dal fuoco della polizia insieme ai loro figli e nipoti poco più che adolescenti. Lo dicono i cartelli e gli striscioni che non si limitano più a chiedere il rispetto dei diritti civili, ma una ben più radicale svolta che archivi definitivamente l’odiosa dittatura degli ayatollah e apra un’era del tutto nuova anche negli assetti politici e istituzionali della nazione. Ecco perché oggi ha un senso parlare, per la prima volta ripeto dopo oltre 40 anni, di “controrivoluzione”. Perché a ribellarsi è tutto il popolo. Un popolo stanco di voltarsi dall’altra parte e che non arretra più di fronte alle cariche degli sgherri del regime, ma anzi decide di affrontarli a muso duro in una insurrezione di massa a cui mancano solo le armi per potere essere assimilata a quella dei nostri partigiani nella guerra di liberazione dal nazifascismo.
In questo quadro, la centralità delle donne si staglia nuovamente in tutta la sua trascinante e irriducibile forza. “Donna, vita, libertà” è l’urlo che apre i cortei della sommossa dilagata dopo la fine atroce della 22enne Mahsa Amini, arrestata e percossa a morte solo perché non portava il velo correttamente. A seguirla sulla strada del martirio sono state fra le altre la ventenne Hadis Najafi, uccisa da sei proiettili che l’hanno raggiunta al viso, al petto e al collo (un plotone d’esecuzione non avrebbe potuto e saputo fare meglio), e la diciassettenne Nika Shakarami, svanita nel nulla durante una manifestazione e riapparsa con il cranio fracassato nell’obitorio di un centro di detenzione.

Ai genitori disperati che la cercavano da dieci giorni le guardie hanno detto che era morta cadendo da un edificio. Non è andata meglio ai familiari della stessa Mahsa Amini, la cui morte secondo il collaudato Minculpop del regime sarebbe da attribuire a una malattia congenita, o di Sarina Esmailzadeh (un’altra delle oltre 150 vittime fatte finora dalla repressione) che, sempre a detta delle autorità, si sarebbe addirittura suicidata.
Sembra di riascoltare le stesse grottesche menzogne sparse a piene mani da Putin per giustificare l’invasione e lo scempio dell’Ucraina: “Siamo noi a essere stati attaccati dalla Nato”, “Sono l’America e l’Europa a minacciarci con l’atomica” e via di questo passo, fino ai recenti referendum farsa organizzati da Mosca per legittimare il furto di un pezzo d’Ucraina grande quasi come il Nord Italia. Ma nei tanti regni della violenza e della menzogna cresciuti e rafforzatisi in questi anni grazie anche alla complicità miope e spesso interessata del mondo libero e al silenzio assordante delle sue opinioni pubbliche questa non è altro che la regola.

Magistralmente descritta nel magnifico libro autobiografico di Shirin Ebadi intitolato “La gabbia d’oro”. La dura verità è che pure noi abbiamo contribuito a rinsaldarne le sbarre infernali. Lo abbiamo fatto ogni volta che, alla notizia di una sommossa repressa nel sangue ad esempio in Siria o nel Myanmar dell’altra Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, abbiamo reagito quasi infastiditi e trincerandoci dietro le ragioni della “realpolitik”. Perdendo in questo modo non solo la faccia, ma ciò che più conta la supremazia morale (gli analisti la chiamano “soft power”) insita nelle nostre democrazie imperfette e criticabili finché si vuole, eppure in grado di garantirci decenni di pace, stabilità e sviluppo. Oggi che proprio per salvarsi dal contagio democratico i regni del male hanno deciso di unirsi fra loro - i russi in Ucraina non stanno forse usando i droni di fabbricazione iraniana e Putin si sarebbe spinto tanto avanti se la Cina non lo stesse utilizzando per testare la reale tenuta dell’Occidente prima di invadere Taiwan? - non c’è più margine per i silenzi più o meno complici. Né si può pensare di affrontare la sfida semplicemente tagliandosi qualche ciocca di capelli. Le donne dell’Iran e con esse quelle altrettanto eroiche dell’Afghanistan ci chiedono ben altro. Dalla nostra risposta dipende il futuro non solo loro, ma delle nostre stesse democrazie.

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