Scenari nel mondo che cambia
Tra Usa, Russia, Oriente in movimento e debolezza dell'Ue: Arlacchi e Carnelos, esperti di geopolitica, relatori a Villa Pallavicino, sede di Synergetic Group
Il futuro del mondo globale: per riflettere sui tanti interrogativi che caratterizzano il nostro tempo The Synergetic Group ha ospitatoa Villa Pallavicino «Noi e Loro. L'Occidente e il resto del mondo nel momento più difficile», un incontro di analisi geopolitica organizzato in collaborazione con InsideOver.
In un passaggio storico segnato da instabilità crescente, conflitti asimmetrici e da una profonda ridefinizione degli equilibri di potere, The Synergetic Group ha scelto di aprire uno spazio di riflessione su uno dei nodi centrali del nostro tempo: il rapporto tra l'Occidente e il resto del mondo.
Villa Pallavicino, luogo storicamente vocato al dialogo e alla riflessione strategica, ha fatto da cornice a un confronto rigoroso e insieme informale, al crocevia tra analisi geopolitica, responsabilità economica e decisioni d'impresa.
Due i relatori
A parlare di scenari futuri mondiali due ospiti qualificati. Pino Arlacchi, sociologo di fama internazionale, considerato una delle massime autorità mondiali in tema di sicurezza umana. Dal 1997 al 2002 vicesegretario generale delle Nazioni Unite e direttore dell'Ufficio Onu per il controllo delle droghe e la prevenzione del crimine a Vienna: in quel ruolo ha fatto approvare all'Assemblea generale la Convenzione contro la criminalità organizzata transnazionale, firmata a Palermo da 124 paesi nel 2000 - il primo trattato mondiale contro le mafie, un'idea di Giovanni Falcone. Parlamentare italiano ed europeo, vicepresidente della Commissione antimafia, tra gli artefici della Dia. Visiting professor alla Columbia University di New York. Autore di bestseller tradotti in più lingue, tra cui il recente «La Cina spiegata all'Occidente».
Altro relatore Marco Carnelos, venticinque anni di carriera diplomatica italiana nelle aree più sensibili del pianeta: Somalia, Iraq - dove ha ricoperto il ruolo di ambasciatore - Nazioni Unite a New York, Australia. Inviato speciale per la Siria e coordinatore per il Medio Oriente nel processo di pace. Consigliere diplomatico di tre presidenti del consiglio su dossier strategici: Medio Oriente, Russia, terrorismo, promozione economico-commerciale. Oggi fondatore di Mc Geopolicy, società di consulenza strategica e geopolitica.
Imprenditori, decisori e stakeholder del territorio si sono confrontati con due degli osservatori più lucidi delle dinamiche globali. I temi discussi: dazi, dollaro, rotte commerciali, ribilanciamento dei poteri. Variabili che entrano nelle scelte di investimento, nella competitività delle filiere, nel valore dei capitali. Chi decide oggi deve capire questi movimenti prima che diventino mainstream.
La scelta di dedicare un incontro alla geopolitica a Villa Pallavicino nasce da una convinzione precisa. «Farsi un'idea di dove sta andando il mondo è sempre più difficile. Oggi l'informazione spesso opta per narrative più orientate alla velocità e al rumore, che al coraggio e alla lealtà. Noi facciamo una scelta diversa: come The Synergetic Group sosteniamo chi crea spazi di confronto indipendenti, rispettosi dell’oggettività dei fatti», commenta Giampaolo Cagnin, fondatore e Ceo di The Synergetic Group. «Questa iniziativa nasce dal bisogno di riportare profondità nel dibattito su un mondo che cambia in modo radicale, senza retorica di parte e con responsabilità etica».
Andrea Pontini, fondatore di InsideOver e moderatore, ha offerto una chiave di lettura precisa su perché ci sia così tanto interesse per un dibattito geopolitico come questo. «InsideOver risponde al grande desiderio e bisogno di un'informazione leale che emerge sempre più nel panorama italiano. I media devono ritrovare il coraggio dell'oggettività, puntando a comunicare ai lettori con lealtà. Purtroppo, l’informazione in questi tempi sembra sempre più asservita a questa o quella tesi, se non addirittura alla propaganda. Questo facciamo tutti i giorni con passione, lealtà e professionalità su Inside over, con giornalisti reporter, analisti accademici e tantissimi lettori che ci seguono tutti i giorni».
La fine di un'egemonia: i numeri del declino militare americano
Negli ultimi vent'anni, il Pentagono ha condotto ventiquattro simulazioni di guerra contro la Cina. In tutte e ventiquattro, gli Stati Uniti sono stati sconfitti, spesso dalla prima settimana. È Arlacchi a ricordarlo, precisando che le portaerei - da sempre simbolo di proiezione di forza - sono oggi vulnerabili ai missili ipersonici e agli sciami di droni di cui dispongono Cina, Russia e Iran. La supremazia militare americana - osserva - è una narrazione a uso interno. Non può reggere a uno scontro reale con una potenza pari.
Sul piano diplomatico, i numeri confermano la stessa traiettoria. Fino a quattro anni fa, settantacinque Paesi seguivano le posizioni americane nelle votazioni all'Assemblea generale dell'Onu. Oggi sono quattro: Israele, Micronesia e poche isole del Pacifico. Una maggioranza globale tra il settanta e il novanta per cento non segue più l'Occidente, fa notare Arlacchi. E questo non è un dato simbolico, ma va visto come un riassetto che ridisegna alleanze, flussi commerciali, architetture finanziarie.
La Cina non è quello che i media raccontano
Un operaio cinese guadagna oggi quanto uno italiano, con tutele analoghe. La Cina domina oggi le infrastrutture, la tecnologia militare avanzata e le catene di valore della transizione energetica - gli stessi settori in cui un operaio cinese guadagna quanto uno italiano, con tutele analoghe.
Senza Pechino, che ha trainato l'economia globale dopo la crisi del 2008, il mondo sarebbe ancora in recessione. È Carnelos a ricordarlo, aggiungendo che tutta la transizione verde - dai pannelli solari alle batterie, dalle terre rare ai semiconduttori - dipende dalla Cina.
L'India, indicata da molti come alternativa strategica, non è la nuova Cina. Il sistema delle caste impedisce quella mobilitazione sociale coesa che ha reso possibile il miracolo cinese, fondato sul confucianesimo più che sul comunismo: lo osserva Carnelos.
«Politicamente - fa notare Arlacchi - l'India si sta allineando sempre più alle posizioni del Sud globale, smentendo l'idea che possa essere una pedina occidentale in funzione anti-Pechino.
L'Europa ha sbagliato calcolo. E lo sta pagando
La Germania acquistava gas russo per venti miliardi di dollari all'anno, generando un Pil industriale di duemila miliardi di euro. Quel ciclo è interrotto. Il gas americano costa multipli. La competitività industriale europea si è deteriorata: è il quadro che Carnelos traccia sulle scelte europee dell'ultimo triennio. L'obiettivo storico degli anglosassoni - prima la Gran Bretagna, ora gli Stati Uniti - è sempre stato impedire la saldatura tra le risorse della Russia e la tecnologia dell'Europa. La guerra in Ucraina ha servito questo obiettivo, inquadra Arlacchi nella geopolitica classica di Mackinder. A pagarne il conto è l'Europa.
La classe dirigente europea ha operato con una lacuna storica grave: ha dimenticato il contributo sovietico alla fine del nazismo, ventisette milioni di morti, costruendo su questa dimenticanza una politica estera che ha prodotto isolamento e debolezza. Paragonare Putin a Hitler, osserva Carnelos, significa offendere la memoria di quei morti.
Il dollaro come arma. E le conseguenze
L'uso del dollaro come strumento di pressione geopolitica - sanzioni, sequestri di asset - ha accelerato la ricerca di alternative da parte di decine di Paesi. È la più grande minaccia esistenziale per Washington, osserva Carnelos. E' la Cina che ha ridotto il suo investimento in debito americano da 1200 a 600 miliardi di dollari. A comprarlo, oggi, sono gli europei. Perché nessun leader europeo usa questa leva nei confronti di Washington? È la domanda che Arlacchi pone, rimasta senza risposta politica. L'interesse americano per la Groenlandia e per il petrolio venezuelano, secondo Carnelos, è un tentativo di collateralizzare con risorse fisiche un debito che la fiducia nella carta non riesce più a sostenere.
Gaza e la credibilità perduta dell'Occidente
Il diritto internazionale esiste. Il problema, emerge dal confronto, è che viene applicato in modo selettivo. La Corte penale internazionale ha chiesto l'arresto di Netanyahu. La Corte internazionale di Giustizia esamina accuse di genocidio. Israele, osserva Arlacchi, agisce sistematicamente al di fuori del diritto internazionale, coperto dalla protezione americana. Questa copertura ha un prezzo: isola entrambi. Carnelos ricorda che nel 2018, nel silenzio europeo, i cecchini israeliani spararono su manifestanti pacifici, medici e paramedici lungo la barriera di Gaza. Il Global South non ha dimenticato. Lo dimostra il voto alle Nazioni Unite, dove il novanta per cento del mondo si colloca ormai su posizioni opposte a quelle occidentali.
Informazione e potere
Il declino americano, la forza cinese, il suicidio europeo sono fatti documentabili. Raramente entrano nei telegiornali della sera. La distanza tra la realtà e la sua rappresentazione pubblica è il filo conduttore dell'incontro. Chi è davvero potente non lo dice: è l'osservazione con cui Arlacchi sintetizza il meccanismo. La ripetizione ossessiva del mantra sull'invincibilità americana serve a convincere se stessi di essere quello che non si è più. È propaganda che guarda verso l'interno, non verso l'esterno.
Il paper dell'incontro disponibile per il download
Le analisi e i dati emersi durante la giornata sono raccolti in un paper scaricabile gratuitamente dal sito thesynergeticgroup.it. Un documento di orientamento per imprenditori, manager e decisori che operano in un contesto globale in rapida trasformazione. Una bussola per chi deve prendere decisioni oggi, su mercati, capitali e posizionamento strategico, mentre il vecchio ordine si ridisegna.
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