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inserto la domenica

Non è forse una gioia avere amici che vengono da lontano?

La rubrica L'occhio del dragone

Non è forse una gioia avere amici che vengono da lontano?

22 Marzo 2026, 16:52

Soprattutto dopo un inverno come quello che sta passando. Chiusi in studio a brontolare con se stessi, con tutti che ti tirano per la giacchetta, perché nessuno, in realtà, vuole uscire da sotto al piumone. Poi ti arriva un amico in città, ti porta sorrisi e energia e voglia di fare e ti ricarichi come un telefonino. A New York succede spesso ed è un aspetto che mi piace molto. È facile isolarsi qua, o come scriveva Seth Price, scomparire in America, ed è forse un bene, ma ogni tanto bisogna farsi forza e andare ad annusare il branco. Fa parte del gioco e spesso gli amici ti aiutano in questo.

Sto lavorando a una grande mostra a maggio per cui mi ero isolato mantenendo rapporti col mondo solo via email. D’un tratto mi arriva una chiamata del mio amico Nicolò Talignani. È in città con Mauro Del Rio (chissà a fare quali maneggi) e hanno voglia di vedermi. Colgo l'occasione per uscire dal letargo. Giornata di sole, è ora di rimettere il mondo al mondo! Spolvero un vecchio cappotto che mi dà un tono da curatore e li invito a fare un gallery tour come si deve, "alla newyorkese". Ti studi una mappa con tre o quattro mostre che vuoi vedere e parti per una sorta di caccia al tesoro che finisce per deviare dal percorso iniziale incontrando fenomeni sulla via. Il piano era chiaro. Gli obiettivi meno, ma da queste parti succede spesso.
Incontro i miei amici fuori dal bar Pitti appena emersi da una fagiolata e partiamo convinti. Sulla mia lista di mostre da vedere avevo segnato per prima una collettiva curata da artisti (di solito le migliori) intitolata "Studio Visit" e ospitata da Hauser and Wirth. Ero andato all'opening ma c'era talmente tanta gente che non ero riuscito a vedere granché. La mostra, curata da Anicka Yi e Josh Kline è stata fatta in supporto della Biennale di Performa. I nomi degli artisti partecipanti erano altisonanti, ma essendo opere donate per raccolta fondi di Performa chiaramente non c'erano pezzi da novanta; però l'allestimento, che a sua volta è stato pensato come un'installazione firmata dal duo curatoriale, è di impatto. Ogni opera è stata appesa sopra a muri tappezzati con gigantografie di studi d'artista immaginari, creando un effetto collage brutalista simile a svariate esperienze di scrolling.

L'effetto a mio avviso funzionava. Nella società delle immagini in cui siamo immersi, vedere interagire spazzatura generata con IA e opere d'arte mi dà sempre un certo gusto. Come vedere una coppia che litiga al bar, non ti rimane che chiedere un'altra birra. All'entrata uno studio in green screen accoglieva il pubblico citando forse inconsapevolmente le vetrine verdi di Louis Vuitton fatte da Virgil Abloh. Il giro doveva continuare.
Fuori l'aria era pungente e il mio cappottino primaverile mi stava tradendo. Dovevamo arrivare da Jeffrey Deitch (se sei a SoHo non puoi non passare, fosse solo per rispetto) per vedere una mostra di quadri giganti di Doron Langberg. Quanto mi piacciono i quadri giganti, fuori scala, quasi stupidi nel loro rapporto col mondo. La mostra ne presentava una decina, ti ci potevi letteralmente tuffare dentro. Erano paesaggi astratti che a seconda di dove ti posizionavi, se molto vicino o a 30 metri, ti apparivano diversi: il paesaggio si perdeva nei gesti pittorici per ricomporsi appena ti allontanavi, come quando d'estate che non hai un cazzo da fare passi il pomeriggio a deviare i percorsi delle formiche e appena ti allontani riprendono scocciate quello originario. Tra tutti c'era un quadro di una festa all’aperto, un grande rave tipo quelli di Goa degli anni novanta. Si vedeva che era una bella festa e forse inconsapevolmente ci ha poi ispirato la serata.

Usciamo al freddo sapendo che il piano è perdersi nel dedalo di gallerie a sud di Canal Street. Senza esitare abbiamo guadato Canal come dei veri indiani. Nicolò sembrava vestito da Toro Seduto, grazie a un look hipster che lo mimetizzava perfettamente col contesto, mentre Mauro con un berretto arancione fluo fungeva da boa di salvataggio: non ci avrebbe fermato nessuno, lower Manhattan era lì per essere riconquistata!

In Tribeca le gallerie si abbuffano l'una appoggiata all'altra come leoni marini spiaggiati. Per farti strada devi scavalcarne alcune frettolosamente in cerca degli esemplari migliori. Aggrappate agli scogli della mia memoria ritrovo alcune opere a mio avviso più significative. Senza dubbio emergono le radio "dei Flinstones" della sofisticata Isa Genzken - blocchi di cemento spaccati con antenne di radio analogiche. Me ne sarei abbracciata una. I poeti punk rock con senso dell'umorismo sono sempre una prelibatezza quando sei a caccia. Mostra molto bella quella della Genzken, tanto quanto criptica, e a tratti ingenerosa col pubblico, come sempre coraggiosa e poetica con una punta di punk. Isa, che non ha mai bisogno di gridare all'opening, ha sussurrato: "Credo che sia ora che tutto il mondo dell'arte vada urgentemente a fare una bella vacanza". Come si può non essere d’accordo. Ho già le valige pronte.

Unico altro superstite tra le onde della mia traballante memoria, è il fumatore senza pensieri di Nicole Eisenman, l’immagine più originale che mi sono portato via da questo giro. Nicole è bravissima e ogni volta ci mette intensità e senso dell'umorismo. Vi ho parlato della sua personale qualche mese fa su queste pagine e spero la teniate d'occhio. I suoi quadri sono fatti per rimanere. Il tour è finito sotto il portoncino scalcinato di Orient 15 Gallery che purtroppo, pur essendo una delle gallerie più interessanti di Tribeca, era chiusa.

Era ora di bere un paio di birre e prepararci per la serata. Il piano prevedeva studio visit a casa dell'artista Marco Boggio Sella, pizza con esemplari del profondo Ridgewood e festone Resolute nelle cantine di Holo, uno dei club più hip del momento. Un buon gallery-tour non può che non finire su un affollato dance floor, in culo alla Luna e a ritmo di house techno.

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