Sono passati trent'anni dal disastro di Chernobyl. Nella centrale nucleare della località ucraina (allora una cittadina qualunque dell'Unione Sovietica) esplose un reattore. Le notizie filtrarono oltre-cortina; poi i timori per la nube radioattiva che si spostava verso ovest.
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Erano le ore 1:23:45 (ora locale) del 26 aprile 1986, di 30 anni fa, quando il reattore numero 4 della centrale nucleare V.I Lenin di Chernobyl esplose. Il disastro ambientale più vasto della storia, primo incidente nucleare ad essere classificato come livello 7, seguito nella stessa scala di valori, da quello occorso nella centrale nucleare di Fukushima in Giappone del 11 marzo 2011.
Sono trascorsi trenta anni e resta da chiedersi quale eredità ha lasciato questa immane tragedia, per tanti aspetti dimenticata. Non si parla quasi più di Chernobyl se non alle scadenze ormai rituali, come la celebrazione di ogni anniversario o in occasione dei viaggi umanitari che a distanza di tanti anni, tra necessità e business locali, ancora continuano, soprattutto nella vicina Bielorussia. Oppure quando arrivano i pullman carichi di bambini ospitati dalle famiglie italiane, tutti nati oramai dopo anni dalla grande catastrofe mentre quelli dell’epoca hanno superato da tempo i trent’anni. Ancora oggi gli abitanti di quella zona dell’Europa Orientale vivono nel terrore di quel che è stato. Molte le aree contaminate e le persone che le abitano. Sono quasi 5 milioni le persone che, con il benestare tacito delle istituzioni locali, continuano a vivere in Bielorussia, Ucraina e Russia in aree con livelli di radioattività pericolosi per la salute. E se anche sono passati 30 anni dall’incidente la situazione continua ad essere preoccupante. Per questo non occorre abbassare la guardia, essendo necessaria una costante presa di coscienza della situazione che è opportuno che si manifesti, non solo attraverso i supporti umanitari, ma anche sollecitando i doverosi interventi soprattutto presso le istituzioni di quei paesi più colpiti, per ridurre i rischi e gli effetti della contaminazioni, e l’insopportabile pericolo dell’oblio.
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