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L'Iran produce 1.6 milioni di auto. La guerra apre nuove scenari. Anche per l'Europa

Dall'aumento dei prezzi del petrolio al rischio di fermo di un'industria (anche di componentistica) che esporta

La guerra in Iran un'occasione per l'auto?

di Aldo Tagliaferro

09 Marzo 2026, 16:18

Che la guerra in Iran non faccia benissimo anche all'industria dell'automotive è stato evidente fin dal primo colpo sparato sabato 28 febbraio. La conseguenza più ovvia, subito rimarcata da tutti con pochissima fantasia, riguarda la crescita del prezzi del petrolio con tutto quello che ne consegue fino al consumatore finale, già di per sé scoraggiato da costi sempre più alti sia di listino che di manutenzione.

Ma mettere l'Iran alle corde (a sentire The Donald sarebbe ridotto come la vttima sacrificale nel Wrestling) può avere conseguenze molto più complesse per il settore mondiale dell'automotive. L'Iran infatti è uno dei principali produttori asiatici di automobili: nonostante le sanzioni che lo affliggono da tempo, lo scorso anno è stato il tredicesimo Paese a livello mondiale con 1.6 milioni di veicoli prodotti (a noi dicono poco, ma Case come Khodro e Saipa sono autenticii colossi) tanto che il settore vale il 10% del Pil e raggruppa 1200 aziende incluso l'aftermnarket. Il grosso della domanda è sostenuto dal mercato interno (80 milioni di persone non sono poche e la crescente urbanizzazione ha fatto il resto) ma c'è anche parecchio export di veicoli o di parti, perchè anche la componentistica ha un peso rilevante con qualche punta di eccellenza, come i radiatori in alluminio. Destinazione? Ovviamente l'area mediorientale, Iraq, Azerbaigian, Turchia, poi parecchi Paesi afircani e perfino Spagna e Cina. Non è tutto: in Iran i leader di mercato assemblano anche modelli su licenza (ad esempio Peugeot e Kia).

È evidente, a questo punto, che se si inceppa il mercato automobilistico iraniano si possono aprire nuovi sbocchi anche per i produttori europei, sia per chi già assembla nell'area i propri modelli sia per chi non è ancora presente, soprattutto nei promettemto mercati africani che sembrano stare tanto a cuore all'Italia con il piano Mattei nel quale ha già un ruolo anche Stellantis. Forse è l'occasione per dare uno sbocco alle nostre linee di produzione che languono.

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