Sfogliare un vecchio libro dalle pagine ingiallite dal tempo che emanano quell’arcano profumo di robe antiche, leggere e pensare alla Parma sparita suscita sempre forti emozioni. Il libro in oggetto è «Vecchia Parma cara al cuore» di Giuseppe Balestrazzi (stampato nel 1971 da Artegrafica Silva e distribuito con la Gazzetta di Parma) contenente elzeviri davvero unici delle macchiette
CORNÉN
Si chiamava Cornelio Rossi ma nel secondo battesimo, magari ricevuto in un'osteria, gli fu affibbiato lo «stranòmm» «Cornén». Era nato libero e volle rimanere libero e, a dispetto della miseria nera in cui viveva, riuscì anche ad essere un uomo felice. Un aneddoto. Un giorno, Cornelio, passando sul ponte di Mezzo, scorse un asino che trainava un pesante carico di legna. «Cornén» non esitò a spingere il carro e, quando il carrettiere accennò ad un ringraziamento, «Cornén» subito rispose: «J’ ò aiutè l’äzon miga ti».
ONOREVOLE DIGESTIONE
Il suo nome non lo seppe mai nessuno. Solo questo strano soprannome che egli stesso si era dato poiché era una frase che ripeteva in ogni occasione. Lo chiamavano anche «professore» per via di una palandrana nera che, con il logorio del tempo, era divenuta color verderame. Viveva la sua miseria in modo elegante, nobile e dignitoso. Le sue postazioni fisse erano i caffè di piazza Garibaldi e un muro di un palazzo di strada Vittorio Emanuele che divideva con la moglie, una donnina piccola dal volto inespressivo. Di bello non aveva che il nome: Pamela.
STOPÀJ
Già il soprannome la diceva lunga su questo personaggio che ha pure ispirato barzellette e leggende a non finire proprio in virtù di quel suo costante stato di ebbrezza che lo rendeva unico anche nel fare, con quel vocione roco che alitava vino da osteria, battute che sono passate alla storia.
CIAPA CIAPA
Si posizionava in zona Ghiaia. Vendeva di tutto e riparava di tutto dai «canón ädla stùa» alle marmitte delle moto. Lo chiamavano «al ciapa ciapa».
PAN, BUTÉR E VÉN BJANCH
Collodi lo avrebbe chiamato «l’omino di burro». Invece, quello al quale facciamo riferimento, vestiva con un camiciotto turchino, pantaloni neri, bombetta ben calzata sulla fronte. Era soprannominato «pane burro e vino bianco». Lo si poteva incrociare nei borghi e nelle strade del centro con un cesto appeso al braccio zeppo di panini spalmati di burro coperti da un candido «boràs». Le sue postazioni preferite erano gli ingressi delle varie scuole.
AMBANÉL
Fu una delle macchiette più popolari di Parma. Si chiamava Attilio Benelli soprannominato «Ambanél». Persona piena di sarcasmo, dalla battuta pronta e pungente. Esordì come ciabattino ma poi abbandonò questo mestiere per dedicarsi ad un altro a lui più consono: pigiatore d’uva. Si ridusse in vecchiaia a vivere di elemosine. Lo si poteva incontrare nel suo posto fisso, lo zoccolo del Battistero, dove trascorreva le sue giornate fornendo saggi consigli o componendo rime piccanti avendo sempre a fianco la sua marmitta dove teneva la minestra.
SPAGIARÓN
Gigantesco commerciante di bestiame e mangiatore da primato. Si dice che in un pomeriggio abbia divorato un’intera coppa. Seguì regolare cena…
CILIÉN
Battuta sempre pronta arguta, fulminante. Altissima personalità e bassissima statura. Sì, Icilio Pelizza, per tutti «Cilién», era proprio un nano. Con gli inseparabili e fraterni amici Alberto Montacchini e i fratelli Clerici, fu, un mito ed una leggenda per il teatro dialettale parmigiano. Famosissimi gli scherzi ai quali partecipò con Montacchini e gli altri compagni di merenda.
Fra i più spassosi, un episodio accaduto nel corso di un carnevale, con Montacchini travestito da balia che trasportava in una carrozzina «Cilién» vestito da bebè completamente fasciato proprio come si usava fare una volta con i neonati. Siccome «Cilién» era pure molto goloso, la «balia» portò il «neonato» alla pasticceria Bizzi. Gli amici, ben conoscendo la golosità di «Cilién», ingozzarono il «pupo» con una decina di cannoncini alla crema che, però, contenevano una robusta dose di purga. Il povero «Cilién», dopo poco, sentì i brividi della morte e fu abbandonato in un borghetto a ridosso della Piazza. Titanico fu lo sforzo del povero Icilio dal divincolarsi delle fasce per correre in bagno. Non è detto che sia arrivato in tempo!
Invece un altro scherzo fu lo stesso «Cilién» che, per scommessa con gli amici, fece ad una signora. Travestito da marinaretto e fingendosi un bimbetto, chiese piagnucolando alla signora se lo avesse aiutato a fare la pipì. Presa da tenerezza la signora acconsentì. Il resto è top secret.
GIUSEPPE CHIARI
Fra gli avventori della storica osteria «Cavallo Bianco» di Strada Nuova c'era anche un personaggio che portava un largo cappello alla cow-boy: si trattava del simpaticissimo Giuseppe Chiari, classe 1903, l'ultimo «casonér äd Pärma». Arrivava con la sua bicicletta nel primo pomeriggio da borgo Nazario Sauro, dove abitava, e quando a tarda sera lasciava l'osteria, la strada, era tutta a sua disposizione. Infatti, non esisteva più nè la destra nè la sinistra. Cantando a squarciagola, zizzagando in sella alla bici, se ne tornava a casa testimoniando inconsapevolmente l'ultima Parma autentica e gioiosa che sarebbe notevolmente cambiata negli anni.
CONTE LODOVICO DA PARMA
Si chiamava Lodovico Copelli ma tutti lo conoscevano come «Conte Lodovico» di professione «capo clacqueur». Chi frequenta i teatri sa di cosa sono capaci i «clacqueur» per il successo o il fiasco di un’opera lirica. Espatriò a Genova con la moglie «contessa», bravissima e coscienziosa lavandaia. Nella città della Lanterna il «Conte» divenne «capo clacqueur» del Teatro Carlo Felice. Invecchiò nella città ligure. Con il passare degli anni la sua andatura, da gagliarda, si fece lenta e stentata. Il suo viso nobile, incorniciato da due baffoni neri all'Umberto I, divenne sofferente e rugoso. A chi lo scherniva per i suoi piedi ormai gonfi il «Conte» rispose «al so a gh'ò dò nózi ch’ a gh’ vén déntor du comò».
ANGHINÈTT L’EPICUREO
Indubbiamente fu uno che si gustò i bei piaceri della vita, specie quelli della tavola, anche perché aveva una stazza di 130 chili su due gambette da trampoliere. Quindi, un tombeur de femmes non lo poteva essere stato. Famosa una serata da lui trascorsa al Regio durante la rappresentazione dell’opera Sigfrido. I proprietari del palco che invitarono Anghinetti, avevano preparato un’invitante «pitén’na ròst con ciòp äd salam par guarnisjón». All’intervallo dell’opera i proprietari del palco notarono con sorpresa che, sia la pitina che il salame, erano spariti. Si chiesero dov’erano finiti. «Chi déntor» ribattè Anghinètt accarezzandosi il pancione.
TOGNÉTT POLENTA
Di nome Antonio, di cognome Ferrari ma fu subito chiamato «Tognétt Polenta» per il suo amore sviscerato per la farina gialla. Dotato di un eccezionale spirito, trascorse la sua vita a schernire il prossimo. Una burla memorabile fu messa a segno ai danni di Don Nestore Pelicelli, illustre prelato nativo di Colorno, prefetto della Steccata, ispettore emerito dei monumenti di Parma, autorevole cultore di ricerche storiche nonché possessore di due magnifici gatti siamesi che custodiva gelosamente in canonica. «Tognétt», un bel giorno, riuscì a catturare i due rari esemplari felini che utilizzò per cucinare una succulenta cacciatora ovviamente con contorno di polenta. Al banchetto fu invitato, ospite d’onore, l’insigne reverendo don Pelicelli il quale esaltò la bontà di quelle carni non mancando di complimentarsi con il cuoco…
MONASRO
Frequentatore del Regio, in particolare del loggione, era famoso perché la sua presenza in piccionaia, durante l’opera, era caratterizzata da un lungo sonno. Brutto come la paura, fu spesso oggetto di scherzi da parte degli amici. Una sera invitarono Monasro in un locale equivoco dove una vivace donnina attendeva la compagnia ed in modo particolare il povero Monasro il quale, com’era negli accordi, si appartò con la donna. Per conquistarla voleva dedicarle un brano di musica con il trombone, l’unico strumento che sapeva suonare. Ma il trombone, gli amici, lo avevano riempito di vino. Facile immaginare i gorgoglii nel momento i cui il poveretto iniziò a suonare facendo fuoriuscire dal trombone zampilli rossi come una fontana del paese del bengodi per accaniti bevitori.
GINGINÉLO
Fu il «padre» dei taxisti parmigiani. Ma, invece di essere al volante di un’elegante auto bianca come i colleghi moderni, il povero Ginginélo era a cassetta della sua romantica carrozza trainata da stanchi cavalli.
STOPÉN
Abitava in borgo delle Grazie, amava tantissimo il vino e dormiva in un letto che si era fabbricato egli stesso utilizzando una bara.
TÉSTA ÄD LOTÓN
Assiduo frequentatore della pasticceria Pattono (ora Cocconi) di strada Vittorio Emanuele dove provava ad entrare senza successo nel gruppo di aristocratici che si davano appuntamento nel locale.
TAVLÀSS
Così soprannominato per la schiena larga e liscia come una tavola. Patito di lirica era solito cambiare sovente abito. A chi gli fece notare ciò Tavlàss rispose: «Mi a poss cambiär vestì, mo ti a 'n t‘ pól miga cambjär sarvél».
NASÉLLO
Al secolo Enrico Guardoli, fu un dilettante corridore ciclista, sfigatissimo, munito di un naso tanto pronunciato da meritarsi il soprannome «nasèllo». Dicono che di polvere nelle strade ne mangiasse tanta in quanto, il povero Guardoli, non fu mai tra i fuggitivi per vincere una corsa.
In compenso, per via di quel gran naso ciranesco, il traguardo di sfottò lo tagliò quando gli dissero che aveva un naso «c’al paräva ‘l mànogh äd ’na bròca».
PIT VÉC'
Era un venditore ambulante di stoviglie che riempivano lo sgangherato carretto che trainava. Era una caricatura vivente ma, soprattutto, assomigliava ad un pito vecchio: testa pelata e lucida, con un ciuffetto di radi capelli, lunghissime sopracciglia e baffi che invadevano metà del volto.
PEZZIGA
Cantastorie in Ghiaia, venditore ambulante e gran confusionario.
ROMLÒN
Suonatore ambulante di piffero in «Sträda Santa Lusja», «Sträda di Genvéz», «Basa di Magnàn» e «Sträda dal Cuartér».
AL RISOLÓN
Di professione «cibàch» (calzolaio). Una volta salito sul tram cominciò a fissare un uomo che gli stava davanti il quale gli chiese ragione di queste attenzioni. «Se non fosse per i baffi - rispose Risolón - lei avrebbe la stessa faccia di mia moglie». «Ma io non ho i baffi» fece notare l’uomo. «Lu no ma me mojéra si» disse sconsolato Risolón.
GIASBO
«Cibàch» con bottega in borgo Giacomo, gran cacciatore di gatti e gran bevitore. Una sera tornò a casa tardi e fu accolto dalle invettive della madre e della sorella. Giasbo replicò che non era ancora l’una di notte. Ma, l’orologio traditore, suonò di lì a poco le tre. Di nuovo Giasbo fu coperto di insulti dalle due donne. Al che rispose con la serenità di chi ha la testa nei fumi dell’alcol: «che colpa agh’ n’ oja mi se l’arlój al s’intartaja».
TEMILALUCE
Al secolo era Bruno Cassi, ma per tutti fu il poeta da marciapiede «Temilaluce». Un soprannome che si era affibbiato per una malattia agli occhi che non gli permetteva di stare alla luce obbligandolo a portare un paio di occhiali neri. Come copricapo usava «indossare» un pacco di vecchie Gazzette per evitare qualsiasi infiltrazione di luce. Classe 1913, girava con una borsa da postino a tracolla zeppa di fogli battuti a macchina della sue poesie che vendeva per pochi spiccioli davanti alla sede del Consorzio agrario in piazzale Barezzi. Era nato in via Bixio nella casa della Marianna, la «fruttaróla» antesignana, a Parma, della pattona, «pomm còt» e «sugh d’ùvva». Lavorò al macello comunale come trippaio insieme al padre Giuseppe mentre la madre Maria aveva in Ghiaia un negozietto di cibarie per cani e gatti (frattaglie di infima serie). Dopo aver abitato per anni in bórg Bartàn (borgo Bernabei) finì i suoi anni, sempre «dedlà da l’acua», nella casa di via Costituente con la moglie Elena.
GORÌLLO
Girava con un triciclo carico «äd bùlla» (segatura) scortato dai fedelissimi cani neri, Leone 1 e Leone 2. Alla morte del suo secondo cane, lo fece impagliare per poi tenerlo sempre sul suo carretto. Cappello di lana in testa, maglione spesso di lanaccia ruvida «abbottonato» sul collo con una spilla da balia («gocia pasànta»), attore di strada, era abilissimo nel fare rocambolesche capriole… con il sigaro in bocca. Fu protagonista di una viaggio a piedi, effettuato nel 1928 ( Primo Ziveri «Gorìllo» era nato nel 1881), con un gregge di 250 pecore da Santo Stefano Magra ad Aquileia. Fu un cuore d’oro, Primo, infatti aiutò concretamente due fratellini ospiti dell’orfanotrofio Vittorio Emanuele.
DALMAZIO
E’ stato l’ultimo strillone di Parma che, a bordo della sua « edicola a pedali», dava il cambio al collega ELICO BARVITIUS (grande mangiatore di gatti) il quale distribuiva la «Gazzetta di Parma», ancora calda di tipografia, agli habitué delle notti parmigiane. Dalmazio Maestri, detto «Mazio», era figlio d’arte in quanto iniziò da bambino ad aiutare il padre Attila nella distribuzione dei giornali mentre la madre Norma Pelizza fu la titolare dell’edicola di strada Saffi - angolo viale Mentana. Per molti anni aveva gestito in società con alcuni strilloni, compreso il polare Peo, un punto vendita fisso di giornali (un «tavlén») in piazza Garibaldi dinanzi alla pasticceria Bizzi che iniziava a funzionare nelle ore serali. Poco prima della morte, avvenuta nel 1992, la «Gazzetta di Parma» premiò il buon «Mazio» con una medaglia d’oro.
MAT SICURI
Di statura bassa, fisico asciutto e muscoloso, barba folta e nera da Sandokan padano, una tunica di lanaccia o di juta legata in vita con uno spago da pacchi, immancabile bustina fatta con sacchi di cemento calcata in testa, a cavallo dell’inseparabile bici o a bordo di un arrugginito trabiccolo a pedali, Sicuri, tutto il santo giorno andava avanti e indietro per i borghi di Parma trasportando carta o altro materiale che portava dove, molto probabilmente, sapeva solo lui. Non aveva casa. Il suo tetto era il cielo, o meglio i portici di strada Farini dove ultimamente trascorreva la notte rannicchiato su un cartone mentre per coperta utilizzava fogli di giornale. Lo conoscevano tutti, e con tutti (o quasi), scambiava la battuta sempre sarcastica, pungente, appropriata. Mai volgare. Poche volte lo si è visto sorridere. Non stese mai la mano per mendicare una lira in quanto la sua innata dignità glielo impediva e, quello sguardo penetrante e severo alla Bakunin con quella barba folta e incolta color carbone, diventava brillante quando intonava qualche aria d’opera. Neanche quando fu ricoverato in ospedale si arrese al pigiama ma preferì coprirsi con un lenzuolo a mo' di tunica come un senatore romano.
COCO PAGÀN
Forzuto «ciapa-ciapa» a bordo del suo trabiccolo a pedali, scortato dall’inseparabile moglie Mafalda, trasportava le lapidi mortuarie in marmo da piazzale San Lorenzo (dove era ubicato il marmorino De Giuli) alla Villetta. Era uso parcheggiare il suo trabiccolo sul marciapiede del palazzo ubicato sullo Stradone dinanzi al Petitot dove viveva in uno scantinato.
PIERÓN E LA ROMILDA
Giravano i borghi antichi di Parma, di qua e di là del torrente, spingendo la loro pianola ed intrattenendo la gente con le note saltellanti che ne uscivano fuori. A volte avevano un collaboratore, vecchio come loro, che, all’elemosina, preferiva che gli venisse offerto «un bicér äd vén».
DELÉN LA CASTAGNÉN’NA
Di nome faceva Adele, donna robusta e matura dal trucco pesante e vistoso. Teneva molto alle lusinghe del suo sesso nonostante l’età avanzata e, memore dei suoi trascorsi di corista, lanciava gorgheggi al cielo mentre distribuiva i marroni caldi. Portava al collo un medaglione d’oro con il ritratto di un baffuto cosacco che sosteneva avesse fatto follie per lei. Delén aveva la passione per il tabacco. Teneva sempre a portata di mano la scatoletta di tartaruga e, appena pensava di non esser vista, si portava alle narici una presa di macuba. Un giorno la tabacchiera finì sotto le castagne ed il prezioso contenuto, bruciando tra le braci, profumò di essenza esotica i prelibati marroni.
DANTE SPAGGIARI
Fu il Diogene parmigiano. Incisore, filosofo e poeta, Dante, nella sua botteguccia di borgo Giacomo, alternava il proprio lavoro a voli filosofici che lasciavano incantati tutti coloro che gli stavano accanto. Dotato di una cultura disordinata ma eclettica aveva una notevole capacità di sostenere interessanti e, a volte, sconcertanti tesi sui più svariati argomenti.
FIORLICCH AL NOBIL
D’origine era un nobile ma tanto decaduto per finire a chiedere l’elemosina. Battuta sempre pronta, ad una signora che gli fece l’elemosina di soli 2 centesimi, vedendola passare il giorno dopo con un braccio al collo, disse: «ala vìsst sjòra coza a gh’ sucéda a fär dil limòzni acsi grossi».
IL MODELLO
Elegantissimo, sfoggiava abiti ricercati ed anche eccentrici, ma il suo portamento era da vero gentiluomo noncurante delle battute anche un pò pesanti che poteva rivolgergli qualche passante. Appariva nel tardo pomeriggio sotto i portici di via Mazzini, attraversava piazza Garibaldi, faceva una «vasca» in via Cavour per poi sparire come un fantasma là da dove era venuto.
MAT GABI
Si chiamava Albino Gabbi da San Lazzaro. Ogni mattina e, con qualsiasi stagione, a bordo della sua sgangherata bici, arrivava verso le 10 in Piazza Garibaldi e lì iniziava il suo show fatto di frasi sconclusionate e senza senso che ascoltava solo…. Garibaldi. Chi gli passava accanto si accorgeva della sua presenza, non solo per quel blaterare senza capo né coda ma, soprattutto, per quel mefitico lezzo di aglio che usciva dalla sua bocca.
RENATINO GIUFFREDI
Concludendo in bellezza questa carrellata parmigiana è doveroso citare un personaggio che ha fedelmente incarnato il grande cuore di Parma: il popolare ed indimenticabile Renatino Giuffredi, massaggiatore per anni della Rugby Parma, donatore avisino e «gran bón ragàs».
PECCHIONI
Pietro Pecchioni di mestiere barcaiolo. Ma non del Po, di qualche lago o altro importante fiume. Ma barcaiolo ducale del nostro laghetto, comandante in capo delle barchette che solcavano le acque, a quei tempi un pò più pulite delle attuali, dove si specchia il «Trianon». Vecchietto secco ed arzillo fu un fervente mazziniano.
A cura di Lorenzo Sartorio
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