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la storia

Italo Campanini, il tenore che portò Parma nel mondo

Nato a Parma nel 1845, il tenore lavorò con i maggiori direttori d'orchestra

Italo Campanini, il tenore che portò Parma nel mondo

di Paola Cirani

14 Giugno 2022, 07:47

Mio caro Fassi, ti do la grande novella che sono ancora libero per l’autunno carnovale e quaresima, […] vorrei essere impegnato […] perciò ti prego di annunciarmi disponibile con tanto di lettere, non una di quelle chiacchierate che sai fare dopo che hai mangiato 10 ova 4 cottolette una libbra di formaggio e trenta michette col suo rispettivo litro di vino, per non dire due […].

Così scriveva da Bilbao nel maggio del 1877 il celeberrimo tenore parmigiano Italo Campanini al suo agente teatrale a Milano, Annibale Fassi, sollecitandolo a trovargli al più presto un ingaggio per le imminenti stagioni liriche: infatti, il tempo passava e non c’era ancora alcun contratto in vista. Nonostante l’indiscutibile notorietà, le scritture non erano scontate neppure per i cantanti maggiormente quotati come lui ed era necessario fare appello per tempo alle diffusissime agenzie che conducevano le trattative per piazzare al meglio gli artisti. In questo caso, era lo spregiudicato Fassi che dovette occuparsi del nostro tenore che finì per trascorrere le stagioni successive a Mosca e a San Pietroburgo.

Il cantante, ormai in carriera da un paio di lustri, era ben noto a Parma dove era nato nel 1845. In gioventù, attratto dal richiamo garibaldino, si era imbarcato per il Regno delle Due Sicilie nella spedizione capitanata da Giacomo Medici del giugno 1860 e, una volta rientrato in città, era riuscito ad abbandonare la bottega di fabbro del padre per realizzare il sogno di dedicarsi al canto, sua grande passione. Dopo aver studiato con Giuseppe Griffini nella Regia Scuola di musica della città, aveva debuttato nel locale teatro nella stagione di carnevale 1863-64. Al termine di un lungo periodo in Russia assieme a una compagnia italiana, si era perfezionato con Francesco Lamperti per poi proseguire un’attività contraddistinta da tournées trionfali in tutta Europa che ne fecero uno dei divi del palcoscenico maggiormente contesi. La vera notorietà gli era arrivata, comunque, dopo che, a Bologna nel novembre 1871, aveva interpretato il ruolo del titolo nel wagneriano Lohengrin. Da allora la sua ascesa professionale era stata continua e sempre in crescendo, tanto da portarlo diverse volte pure in America. Nel 1873 era stato ingaggiato anche alla Scala per la realizzazione della stessa composizione wagneriana che costituì uno dei suoi cavalli di battaglia per tutta la vita. L’opera, in verità, a Milano non era piaciuta, anche se il pubblico ne aveva apprezzato l’interprete principale. Questi, peraltro, in vista dell’impegnativa parte che lo aspettava, aveva preteso di rimanere a riposo per alcune settimane in quanto l’altro titolo in cartellone stabilito contrattualmente, Ruy Blas di Filippo Marchetti, lo aveva affaticato in maniera eccessiva. Le pretese dei divi erano valutate attentamente dalle direzioni dei teatri, considerato che i cantanti si dimostravano spesso irascibili e permalosi ed era prudente piegare il capo per assecondarli. Italo non era da meno e, offeso, talora declinò stizzosamente persino le proposte di noti impresari quali Bartolomeo Merelli che, per la stagione viennese del 1876, aveva osato preferirgli il tenore Ernesto Nicolini.

Il Nostro lavorò con i maggiori direttori d’orchestra del momento e fu in teatro a Parma in diverse occasioni, a volte finanziando di persona le sue proposte musicali. Nell’autunno del 1879 allestì a proprie spese al Regio l’opera Ruy Blas con l’intento di contribuire alla raccolta di fondi per l’erigendo monumento dedicato al Parmigianino di Piazza della Steccata. Pure nell’autunno di due anni dopo, allestì a scopo benefico Carmen di Bizet e il verdiano Trovatore per soccorrere finanziariamente gli alluvionati del Po, oltre che per raccogliere denaro a favore del Comitato sorto per l’erigendo monumento a Garibaldi situato nell’omonima piazza. In quelle serate, comunque, volle sul podio quale debuttante l’amato fratello Cleofonte, artista più giovane di lui di quindici anni destinato a divenire uno dei maggiori direttori d’orchestra del tempo. I due mandarono in visibilio il pubblico e Italo, che interpretò i ruoli di Don Josè e Manrico, ricevette una medaglia da parte del Comune, mentre a Cleofonte fu donata una bacchetta in ebano. Italo seguitò quindi la sua carriera, guadagnò molto e poté acquistare diversi beni quali un’antica villa a Corcagnano.

La sua vita, tuttavia, non fu coronata soltanto da gloria e successi, ma pure da vicende spiacevoli che gli provocarono diversi fastidi. Nel 1873, l’agente teatrale londinese James Hawley lo citò in giudizio visto il rifiuto da parte del cantante di pagargli la mediazione pattuita contrattualmente per le recite in Gran Bretagna e Irlanda gestite dall’impresario James Henry Mapleson; e il tenore fu condannato a pagare la somma dovuta e a farsi carico delle spese processuali. A fine carriera, inoltre, ormai quasi senza voce e reduce da un clamoroso insuccesso a Napoli, decise di intraprendere una nuova strada, ma non ebbe fortuna. Formò una compagnia di canto e partì per l’America del Nord, intenzionato ad allestirvi per la prima volta l’Otello verdiano. L’opera andò in scena alla Academy of Music di New York il 16 aprile 1888 con un cast costituito dal tenore Francesco Marconi, nel ruolo del titolo, Eva Tetrazzini, cognata di Italo, Antonio Galassi e Sofia Scalchi. Dirigeva il fratello di Italo, Cleofonte. L’impresa si rivelò fallimentare, sia dal punto di vista artistico che economico. Il tenore Marconi, rivelatosi vocalmente inadatto alla parte e contestato, fu immediatamente cancellato dal cartellone e il suo nome fu sostituito con quello dello stesso Campanini, buon attore, ma non più l’impeccabile cantante di un tempo. Tuttavia, le recite successive non riportarono un esito migliore nonostante il prezzo del biglietto fosse stato dimezzato. Da New York, la compagnia si recò poi a Boston, ma gli affari non andarono meglio e così pure a Filadelfia. Pertanto, risultò impossibile proseguire la tournée come preventivato. L’iniziativa disastrosa portò lo sceriffo Grant, su richiesta di James Hubert McVicker, proprietario dell’omonimo teatro di Chicago che nell’operazione aveva perso 2800 dollari, a sequestrare vari oggetti di proprietà della troupe, compresi alcuni gioielli di gran valore appartenenti alla Scalchi che ne reclamò la restituzione. La questione finì quindi davanti alla corte suprema.

Considerato il progressivo venir meno della voce, Campanini chiese un consulto a un noto specialista di New York, il dottor Holbrook Curtis che, una volta eseguito l’esame laringoscopico, gli diagnosticò un tumore alle corde vocali. Si pensò inizialmente di estrarre la lesione con un apposito forcipe, ma non fu possibile adottare questa soluzione in quanto il cantante era allergico alla cocaina utilizzata solitamente come anestetico. Italo, quindi, si sottopose a una cura in più sedute consistente nell’applicazione, tramite catetere, di acido cromico nella parte malata. La voce sembrò tornare, tanto che l’artista, trascorse alcune settimane di convalescenza, poté nuovamente esibirsi in pubblico. Dopo diversi mesi in America, cantò di nuovo a Londra nel 1894, quindi si ritirò dalle scene. Nel 1896 infine, dopo una lunga e straziante malattia, si spense a soli 51 anni nella sua villa di Corcagnano. Le spoglie del musicista riposano ora accanto a quelle del fratello in un sontuoso famedio nel Cimitero della Villetta. Al grande artista, che ha portato il nome di Parma nel mondo, è stato inoltre dedicato un monumento a parete nella crociera della galleria del camposanto.

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