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Premio Sant’Ilario

Il sindaco Guerra: "Parma, una città in movimento" - Videointervista - Il testo integrale del discorso

13 Gennaio 2026, 13:17

Il sindaco di Parma, Michele Guerra, commenta il suo intervento sul palco del Regio in occasione della festa patronale di Sant'Ilario e della consegna delle medaglie d'oro e delle civiche benemerenze in cui ha parlato di una città in movimento: "Nel 'movimento' vedo elementi positivi, movimento che porta anche criticità e difficoltà da affrontare".

Il discorso intergrale del sindaco

Saluto le autorità civili, militari e religiose presenti, tutte e tutti voi che stamattina avete scelto di venire al Teatro Regio per celebrare insieme Sant’Ilario. Saluto chi ci segue in streaming e di nuovo le premiate e i premiati, con grande affetto e gratitudine per ciò che hanno fatto, che continuano a fare e che rappresentano per la nostra comunità.

Questo è il 40^ Premio Sant’Ilario. Un giorno lungo, che inizia molti mesi prima del 13 gennaio, quando migliaia di cittadini cominciano a mobilitarsi e a raccogliere firme e consenso attorno a figure che ritengono meritevoli delle onorificenze civiche. Una partecipazione vera, che in tempi di disamori e disillusioni verso la cosa pubblica non può che sorprendere e scaldarci un po’ il cuore. Decenni di donne e di uomini, di imprese e di associazioni, di impegno per la collettività. Ogni edizione del Sant’Ilario è tessera di un mosaico più grande, che nel tempo cambia – lo dimostrano anche le nuove tendenze nelle candidature – ma che rimane comunque il mosaico di Parma e che ci invita a nutrire un pensiero di città che trovi nei premi occasione di ispirazione.

Ogni anno, ricordiamo anche le Medaglie d’Oro che ci hanno lasciato, ma il cui insegnamento rimane tra noi. Quest’anno, insieme a voi, rivolgo un pensiero alla memoria di Roberto Delsignore.

Molte sono le immagini e le parole che l’anno 2025 ci ha consegnato e che restituiscono in forma composita l’identità della città che costruiamo ogni giorno. Ho sempre cercato, in questi anni, per questi discorsi, una parola che potesse farsi sintesi, fotografare la complessità della Parma di oggi. Non è semplice, ovvio, ma aiuta a tenere un fuoco e a non essere troppo dispersivi o elencativi. E la parola che ricorreva di più nella mia mente a ripensare l’anno appena trascorso era “movimento”. Parma è una città in movimento, da diversi punti di vista, e ognuno di questi punti di vista, vedremo, è in grado di aiutarci a leggere la realtà in cui ci diamo quotidianamente tutti da fare.

Parma è una città in movimento anzitutto perché è una città che cresce. Il trend demografico nel 2025 ci ha portato a superare i 202.000 residenti, cioè persone che fissano, registrate, la loro residenza qui. Un numero significativo, se pensiamo che venticinque anni fa la popolazione residente arrivava a 163.000 abitanti. Un numero che non fa più di Parma una città di provincia, ma un centro urbano tra i maggiori in Italia, tra i primi addirittura, se escludessimo le città metropolitane. Un numero che porta con sé indubbi benefici dal punto di vista dello sviluppo sociale, della crescita culturale e della tenuta economica, ma che pure presenta le criticità e le complessità della comunità che si amplia e si differenzia e che è chiamata a fronteggiare le sfide e tenere il passo di una dimensione di questo tipo.

Se la popolazione residente cresce significa che Parma è una città ospitale, cioè una città adatta ad accogliere il progetto di vita di chi la sceglie per abitarvi, di chi decide di portarvi la propria famiglia o di costruirla qui, di chi ritrova i servizi di cui c’è bisogno e un modo di muoversi che è ancora costruito e pensato sulla sostenibilità delle distanze. Ospitalità che, su altro versante, viene confermata dal record storico di presenze turistiche toccato nel 2025, risultato di un lungo e costante lavoro, di un sistema integrato che funziona e di un collegamento virtuoso tra il patrimonio di valori culturali, artistici, enogastronomici che abbiamo l’onore e l’onere di preservare e la capacità di calare tutto questo dentro le giuste strategie di pianificazione turistica. Da questo punto di vista permettetemi di augurare anche da qui alla neonata Fondazione Parma Welcome – che ha avuto in questi giorni la sua prima riunione, altro esempio di proficua collaborazione tra il pubblico e il privato in questo territorio – ogni fortuna nel suo lavoro di potenziamento e coordinamento delle politiche turistiche di Parma e della sua provincia. La grande scommessa che dovremo vincere in questo campo, così come in quello della pianificazione territoriale, è di considerare un tutt’uno il capoluogo e le terre che dalla Bassa alla Montagna rendono unica e così varia quella che Attilio Bertolucci – esagerando ironicamente un po’, da buon parmigiano – chiamava “la nazione Parma”.

Di questi dati che attengono al movimento di crescita e di espansione di Parma, quello che voglio sottolineare con maggiore speranza è il dato giovanile: Parma, secondo l’ultima rilevazione ISTAT, è la sesta città italiana per attrazione di giovani, preceduta solo da quattro città metropolitane e da Siena. Un dato di grande valore, che conferma, tra le altre cose, la forza di un sistema universitario generalista che funziona (e che tiene duro nella contrazione demografica) e lo stato di salute di un mondo del lavoro che riesce ancora a dare risposta alle aspettative delle generazioni più giovani. In questi anni abbiamo visto entrare anche nel nostro Comune tanti nuovi dipendenti di giovane età, provenienti da diverse parti d’Italia e il cui contributo di rinnovamento e di energia è per noi fondamentale, all’interno di una relazione solidale e produttiva tra le generazioni cui bisogna pazientemente e ogni giorno lavorare, per fare sì che la nostra città sia sintonizzata sul ritmo veloce di questo presente e guardi al futuro che arriva saldando l’esperienza passata con lo sguardo nuovo dell’oggi.

Viviamo un’epoca di grande distanza tra i giovani e le generazioni più anziane, di drastica riduzione delle opportunità di dialogo, di alterità dei registri comunicativi, di paradigmi tecnologici e mediali che rendono meno comuni le esperienze da confrontare e i linguaggi da condividere. Il dato sull’attrattività giovanile è un dato che ci deve dare coraggio e coraggio vuol dire mettere veramente i giovani nella condizione di incidere, di far valere la loro idea di mondo, di sentire ascoltate le loro angosce e i loro sogni. La Parma dei giovani è una Parma, per fortuna, diversa. Non è più giusta o più sbagliata, è diversa. Ed è esigente. O la consideriamo seriamente, oppure perdiamo un’occasione. Parma European Youth Capital 2027 ha una grossa responsabilità, perché dovrà aiutarci in questo esercizio e avrà bisogno del supporto e della cura di ognuno di noi.

Il movimento di Parma, in questi anni, è stato anche il movimento della città che si trasforma e si riqualifica fisicamente. Non potrebbe essere altrimenti considerati i trends espansivi di cui dicevo. In questo momento, anche grazie al PNRR – sfida senza paragoni – che si avvia alla sua felice conclusione, a Parma, se consideriamo solo le opere pubbliche di pertinenza comunale, sono in corso 30 grandi cantieri, 14 si sono appena chiusi nell’ultimo scorcio del 2025 e 9 sono in avvio. Ho voluto che nell’ultimo Documento Unico di Programmazione del Comune di Parma fosse graficamente rappresentato l’impatto di queste opere pubbliche su ogni singolo quartiere della città. La quasi totalità di questi cantieri vedrà la sua fine nel 2026 e qualcuno nel 2027. Gli ambiti sociali, educativi e sportivi rappresentano la maggioranza di questi lavori e sono ambiti cruciali per la coesione della nostra comunità. Così come lo è il patrimonio artistico e culturale che sta tornando a splendere grazie a importanti cantieri, dall’Ospedale Vecchio ai Giardini di San Paolo, dalla Peschiera del Parco Ducale e dalla Fontana del Trianon alle mura farnesiane del nostro Giardino, dalla Pilotta fino ai magnifici lavori che hanno interessato la Cattedrale, il Battistero o stanno interessando la Steccata. Se a tutti questi aggiungiamo i cantieri (PNRR e non solo) della Provincia in ambito urbano, dell’Ateneo (penso al grande lavoro sugli studentati, o all’Orto Botanico), dell’Azienda Ospedaliera (penso al decisivo e pionieristico progetto di realizzazione delle Case della Comunità, ma anche ai nuovi poli del nostro Ospedale), o dei molti progetti privati che concorrono a lavorare su residenzialità, imprenditoria e ospitalità, l’idea del movimento prende ancora più concretezza.

Il movimento è di per sé – anche per gli esseri umani – il più forte dei segni di salute e di vita, si costituisce di forze che lo rendono possibile e reca in sé una direzionalità e una intenzionalità che tracciano vie e opportunità di lettura del nostro intorno.

Se Parma è una città in movimento, per forza di cose è una città che muta e il mutamento, che non si può interamente prevedere, non si può tuttavia subire. Va fronteggiato e guidato, rifuggendo dalle scorciatoie e dagli slogan, combattendo il cinismo – che mentre ci fa credere di essere più furbi o più smaliziati degli altri ci riempie silenziosamente di paura e solitudine – e costruendo alleanze per il bene di un corpo sociale sempre più vasto e sempre più diffidente delle relazioni.

Mi ha colpito positivamente il fatto che il movimento di Parma nel 2025 sia stato anche un movimento di decisa riappropriazione dello spazio pubblico come luogo di manifestazione di idee e di ricerca di confronto. Il 2025 è stato un anno che ha visto tante volte la piazza riempirsi. Si è continuato a scendere in piazza per la pace. Per l’Ucraina ancora sotto attacco e per Gaza, dove le condizioni della popolazione restano disumane. Questo inizio di 2026 si è aperto con la tensione internazionale legata alla situazione del Venezuela e si è manifestato perché venga condotta la transizione verso la democrazia secondo le regole del diritto internazionale. Nelle ultime ore ci preoccupano e ci addolorano le immagini e le testimonianze che arrivano dall’Iran, la violenza repressiva contro le persone che stanno scendendo in strada a Teheran e in altre città del Paese per chiedere libertà e giustizia, un altro popolo che non può essere lasciato solo da chi si batte per il contrasto a queste forme di oppressione.

Sono oltre 90 negli ultimi 24 mesi i conflitti nel pianeta, un record storico dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il segno evidente che il mondo ha perso l’abitudine a parlarsi, a risolvere attraverso il dialogo la ragione del conflitto, a non procedere, nel modo di pensare, dalla primitiva e antisociale legge del più forte.

Le piazze per la pace non sono qualcosa di distante dalla quotidianità di Parma. La paura della guerra è tornata prepotentemente nelle nostre vite e una delle esperienze che mi è capitato di fare in questi anni e che più fa male è veder la paura delle bambine e dei bambini della nostra città che in più momenti, quando ho potuto passare del tempo con loro, mi hanno chiesto: “sindaco, ma Parma dovrà andare in guerra?” Questo clima ci impone di chiederci senza sconti che cosa significa “essere pacifici” e di misurarlo concretamente nei nostri comportamenti e nell’esempio che diamo ai più giovani.

Ma le piazze del 2025 sono state anche le piazze dei diritti, dell’ambiente, del lavoro malpagato, precario, messo in pericolo e che crea la più insopportabile delle discriminazioni sociali. E poi le piazze dei valori costituzionali e della democrazia, le piazze dell’antifascismo, le piazze dell’Europa (che deve tirar fuori più coraggio e ha bisogno di aiuto), le piazze contro la violenza di genere, che in questo ultimo tempo ha scosso profondamente anche il nostro teatro stabile, che ora si avvia ad un cambiamento per certi versi storico e cui dovremo essere vicini. Ultima solo in ordine di tempo, la piazza della fiaccola olimpica, che ha radunato tanti protagonisti dello sport cittadino e persone di ogni età attorno ai valori della cultura sportiva.

Siamo stati insieme in questo spazio pubblico con i nostri pensieri e con le nostre idee, ora separate da sfumature, ora più contrapposte, ma ci siamo stati come chi sa che è dalla dialettica tra le posizioni, dal pensiero critico e dall’informazione corretta che procede il benessere di una comunità.

E vedete, anche dal punto di vista del confronto politico cittadino, non penso sia un caso che i momenti di maggior tensione siano venuti dai grandi temi. Certo, anche le scelte amministrative ci fanno legittimamente discutere, ma è impossibile non registrare il fatto che sia sui valori politici più universali e radicali, o sulla politica estera, che i toni si sono accesi in modo deciso, a testimonianza che la politica è ancora pane quotidiano del dibattito civile. Un dibattito che dobbiamo volere alto, non strumentale o peggio ancora a difesa di deboli posizioni di rendita, sempre meno interessanti per chi ci guarda e ci ascolta.

E qui vorrei avanzare una riflessione cui tengo particolarmente. Lo spazio pubblico e il movimento che porta al suo interno hanno una cifra importante: la realtà. Ci sono persone in carne ed ossa, non ci sono fake, la propria identità è affermata e non nascosta. Incontrarsi tra persone vere, farlo fisicamente, in uno spazio aperto come attorno a un tavolo, è il punto di partenza necessario per invertire il tragitto verso la solitudine e l’individualismo che rappresentano la più preoccupante patologia sociale di questi anni. Questo dato di realtà è un requisito importante, che dobbiamo tornare a reclamare. Realtà non significa verità, ma significa compartecipazione ad un orizzonte di senso che consenta di orientarsi e di capire chi siamo e chi vogliamo essere domani.

Parma è scesa in piazza anche per la sicurezza, un tema che da decenni scuote le città con sempre maggior carico, paragonabile nel dibattito politico forse solo – per la forza con cui ricorre – al tema del taglio agli enti locali, altra dolorosa piaga per chi amministra e per chi vive i nostri Comuni. Ho apprezzato, lo dico senza retorica, l’ammissione della Premier sui risultati insufficienti conseguiti dal governo sulla sicurezza in questi tre anni e mezzo di mandato. Un modo di non aggirare il problema, di ricordare bene a tutti dove sono incardinate le politiche di sicurezza di un Paese e un modo, lo auspico, di riequilibrare un dibattito che è stato troppo scaricato sulle amministrazioni locali, di ogni colore politico. La sicurezza è un diritto fondamentale. Lo dico da sindaco, da cittadino, da padre di due figli adolescenti. Noi ci saremo sempre, cercando di fare sempre di più. Il bilancio comunale 2026 porta con sé investimenti che superano i 10 milioni di euro per la sicurezza. Ci saremo nella leale collaborazione e nel supporto alle forze dell’ordine, che voglio anche da qui ringraziare, insieme al Prefetto, per il lavoro che quotidianamente svolgono sul territorio e per i risultati che sono stati ottenuti. Su questo si è espresso, nell’anno appena concluso, anche il Consiglio comunale all’unanimità, confermando questo riconoscimento all’operato di forze dell’ordine e Polizia Locale di Parma.

Ma tornando alle manifestazioni, dicevo, ho preso parte anch’io ad uno di questi incontri sulla sicurezza. E benché l’amministrazione – e ovviamente il sindaco – fossero sul banco degli imputati, ho incontrato, con qualche fisiologica eccezione, gente che si confrontava, anche da posizioni e da idee molto distanti. Che è venuta a parlarci senza invettive violente, senza cercare di sfogare rabbia su capri espiatori comodi. Chiedendo informazioni e avanzando proposte. Dovrebbe essere sempre così in una città che si ritiene tale: capire come funziona un tema, valutare ciò che è in campo, avanzare proposte informate e di senso nell’ambito di una sacrosanta critica costruttiva.

Lo si riesce a fare solo nella realtà, non altrove. Solo tra persone in carne ed ossa. Costa più fatica che digitare dal divano su un cellulare, ma alla lunga, vi assicuro, paga e rende anche un po’ di felicità.

Reale contro virtuale. Presenza contro distanza. Dialogo contro invettiva.

Questa è la sola risposta possibile alle derive ciniche e individualiste, alle ricette facili, alla semplificazione ad uso social dei problemi complessi, alle dinamiche pericolose che ci spingono fuori da ogni comunanza di intenti e ci rinchiudono dentro prigioni anguste di paura e diffidenza. Oggi tutti lamentiamo la perdita di punti di riferimento, la disgregazione dei più elementari rapporti di vicinato, la crescita di iniquità sociali che ci indeboliscono, la disinformazione che passa per i social network o per le più infide declinazioni dell’intelligenza artificiale. E allora posiamo gli smartphone e usciamo, confrontiamoci. Sono felice che la piazza sia in concreto e in metafora il filo rosso scelto ormai quasi tre anni fa per Parma dalle ragazze e dai ragazzi di European Youth Capital 2027. Qualcosa vogliono dirci.

Il 2026 sarà dunque un anno in cui questa città “che si muove” continuerà a lavorare sui suoi margini di crescita, cercando di ampliare i suoi orizzonti e i suoi sistemi di relazione. Vedo una Parma che sa compattarsi sulle sfide più importanti, unendo le forze e le competenze. Lo ha fatto sull’abitare, lo ha fatto sul Contratto Climatico di Città, sulla cultura e sul turismo, sul Patto Sociale, sulle politiche giovanili e sulle infrastrutture strategiche (ultima in ordine di tempo l’aeroporto, che ha trovato una strada di sviluppo passeggeri che è quella che Parma si augurava). Esprimo un desiderio, che è un auspicio su cui si può e si deve lavorare. Trasferire sempre di più questa filosofia del gioco di squadra al nostro discorso pubblico. Che non vuol dire tutti a bordo e tutti d’accordo (non sarebbe sano), ma tutti consapevoli, propositivi e rispettosi della città e delle sue istituzioni. La coesione, il bene più prezioso, si crea così. Il rispetto e l’amore per la città che ci rende orgogliosi e che tanto ci ha dato e ci dà, nasce da questi sentimenti.

Non sono cose che arrivano da fuori, sono cose che nascono dentro, la più vera forma di decoro sociale. E Parma e tanti parmigiani di ogni età queste cose le sanno ancora trovare e le sanno trasmettere. Impegniamoci per questo, facciamolo davvero. Mentre la città si muove e cresce con noi, la rigenerazione umana deve corrispondere a quella urbana. Gli spazi devono produrre tempi innovativi. E i tempi, come diceva Sant’Agostino, siamo noi. Negli anni incerti che la Storia ci presenta, è questo modo di vivere che serve più di ogni altra cosa.

Buon Sant’Ilario a tutti noi.

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