salute
In Italia ogni anno si registrano 80.000 nuovi casi di demenza; la malattia di Alzheimer resta la demenza più diffusa (50-60% dei casi), ma ne esistono anche altre forme.
Sono dati allarmanti che fanno comprendere come il deterioramento cognitivo sia un problema di primaria importanza anche per gli importanti risvolti sociali che comporta.
Al deterioramento cognitivo e ai disturbi comportamentali è stato dedicato un incontro che si è svolto alla sala convegni della casa di cura Città di Parma nell’ambito del «Progetto geriatria» del programma di educazione medica continua 2025, relatori Fulvio Lauretani, professore di Medicina interna e geriatria dell’Università di Parma, e Simonetta Morganti, specialista in geriatria della Città di Parma.
Moderatore Andrea Artoni, medico di medicina generale, che ha evidenziato come «il problema delle demenze, con l’aumentare dell’età media, diventa sempre più centrale negli ambulatori di medicina generale anche per gli importanti impatti che ha sulla famiglia dei pazienti».
Quali sono i campanelli d’allarme che dovrebbero far pensare ad un inizio di deterioramento cognitivo?
«Fare diagnosi precoce è veramente molto importante - risponde Lauretani - Vanno intercettati i primi segnali di cambiamenti cognitivi, ad esempio un campanello d’allarme è avere dimenticanze nell’assunzione dei farmaci. È però necessario non sottovalutare anche cambiamenti “bizzarri” del comportamento, con esacerbazioni e reazioni anomale ad eventi di poca importanza. Tutto questo deve indurre a portare il soggetto ad una valutazione medica. I disturbi comportamentali possono essere predittori di malattia e comparire anche anni prima che venga diagnosticata la demenza».
Ma piccole dimenticanze possono essere considerate normali con l’avanzare dell’età?
«Inevitabilmente con l’invecchiamento si assiste ad un declino cognitivo, caratterizzato da deficit della memoria e disturbi nella concentrazione, però è importante rivolgersi al medico curante o allo specialista per una valutazione. Un declino cognitivo lieve, che non compromette le attività funzionali e quindi l’autonomia, può definirsi “fisiologico”, ma merita un monitoraggio nel tempo - spiega Lauretani - Si parla di demenza quando i deficit cognitivi compromettono l’autosufficienza. Una diagnosi precoce è fondamentale per riconoscere la patologia ed intraprendere una terapia in fase iniziale».
Vi sono dei fattori di rischio da controllare?
«È fondamentale fare una valutazione in particolare dell’assetto cardiovascolare, anche a partire dai 65 anni. Quindi, ad esempio, controllo della pressione arteriosa, dei vasi carotidei, controlli cardiologici per evidenziare eventuali problematiche - dice Lauretani - Circa il 40% delle demenze sarebbero prevenibili, controllando tutti i fattori di rischio vascolari».
I disturbi comportamentali sono sempre associati a demenza?
«I disturbi comportamentali rappresentano una parte molto importante della patologia demenziale. Il 90% dei pazienti affetti da demenza presenta uno o due disturbi psicotici o comportamentali - sottolinea Simonetta Morganti - Questi ultimi possono presentarsi in qualsiasi fase della malattia e ciò dipende dalle diverse forme di demenza e dalla diversa causa. I principali disturbi comportamentali sono costituiti da agitazione psico-motoria, aggressività verbale e fisica, allucinazioni, deliri persecutori, disturbi dell’umore come apatia e depressione, disturbi del sonno e alterazioni della personalità. La gestione dei disturbi comportamentali prevede inizialmente un approccio non farmacologico e successivamente farmacologico».
Quali sono i possibili approcci non farmacologici?
«Interventi di carattere ambientale, ad esempio creare un ambiente rasserenante o togliere elementi disturbanti per l’ammalato, o interventi psico-sociali, come inserire il paziente in gruppi di lavoro omogenei o dedicargli sedute individuali, coordinati da neuropsicologi che cercano di interagire con l’ammalato per potenziarne le abilità residue ed individuare i campi di maggior difficoltà - risponde Simonetta Morganti - Altri interventi di tipo non farmacologico riguardano l’inserimento in gruppi di lavoro in cui si applica la terapia della reminiscenza fondata sulla rievocazione di ricordi positivi che possano suscitare nell’ammalato sensazioni di benessere. Anche la musicoterapia, l’aromaterapia e soprattutto l’attività fisica hanno dimostrato un certo beneficio nel controllo dei disturbi comportamentali, soprattutto nelle fasi iniziali ed intermedie della malattia. Una volta che l’approccio non farmacologico risulta inefficace ed i disturbi sono fonte di grave stress per il caregiver, si ricorre al trattamento farmacologico. I disturbi comportamentali sono la causa principale di istituzionalizzazione del malato affetto da demenza per il grave quadro di stress che possono determinare nel caregiver o personale di assistenza».
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