MUSICA
Augusto Daolio, storica voce dei Nomadi, scomparso nel 1992
Sessanta anni di musica, sessanta anni di Nomadi. Una storia iniziata nel 1963 e ancora non conclusa. A ripercorrerla, arriva il documentario Nomade che non sono altro, in onda il 5 gennaio, alle 23.15, su Rai 2 e RaiPlay (inizialmente previsto su Rai3 il 7 gennaio).
Sono i primi anni '60 quando tra Modena e Reggio Emilia Beppe Carletti e Augusto Daolio decidono di formare una loro band. L'esordio avviene nel 1963 e il nome scelto è Nomadi. Nel 1966 inizia la collaborazione con un allora sconosciuto Francesco Guccini. Da questo sodalizio nascono canzoni che segnano una tappa fondamentale nel panorama musicale italiano. E nel 1972 Io Vagabondo, ancora oggi canzone simbolo della band e inno per diverse generazioni.
Attraverso il racconto di Carletti lo spettatore rivive la storia dei Nomadi e ci accompagna fino al concerto evento di giugno 2023 a Novellara dove la band festeggia i sessanta anni di storia insieme al popolo nomade. Due attori, Andrea Avanzi e Marco Santachiara, interpretano Beppe e Augusto nei luoghi dei Nomadi, Novellara, le valli e la bassa, in sottofondo le riflessioni di Augusto Daolio estratte da un’intervista radiofonica Rai «Lo specchio del cielo» del 1989. Il racconto è arricchito dalle testimonianze di Francesco Guccini, Luciano Ligabue Caterina Caselli, Rosario Fiorello.
Il paroliere Alberto Salerno racconta della nascita di Io Vagabondo. Al racconto si aggiungono il cantautore Stefano Cisco Bellotti, i musicisti Cico Falzone e Daniele Campani, i figli Elena Carletti e Davide Carletti, Don Giordano Goccini il parroco di Novellara, il giornalista Pino Strabioli e l’ex parlamentare e fan Renzo Lusetti. Le immagini di repertorio dell’archivio Rai ripercorrono le partecipazioni televisive e i concerti della band più longeva in Italia e prima di loro, al mondo, solo i Rolling Stones.
Ripercorrere la carriera dei Nomadi, con le sue molteplici sfaccettature, è anche ripercorrere un pezzo di storia italiana. «Se abbiamo avuto un ruolo - sono ancora le parole di Carletti -, è stato quello di rompere certi tabù, con canzoni come Dio è morto, veri e propri cimeli della musica italiana. Cosa lasciamo non lo so, di certo se siamo ancora qui non è perché siamo belli, ma perché siamo stati coerenti con la nostra storia e nessuno può dire il contrario. Difficile anche fissare in una sola immagine 60 anni di storia unica: siamo stati sei ragazzi che dalla provincia sono andati se non alla conquista del mondo, quantomeno alla conquista dei propri sogni».
Il futuro è ancora da scrivere perché, auspica Carletti, «questi sono solo i primi 60 anni».
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