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Carlo Lucarelli: La mia coscienza «noir» è nata leggendo a 13 anni Scerbanenco

16 maggio 2020, 15:01

Carlo Lucarelli:  La mia coscienza «noir» è nata leggendo a 13 anni Scerbanenco

Domande secche, risposte dirette. A  scrittori, critici, saggisti, giornalisti di fama e di talento.  La rubrica  riguarda i libri del cuore, da ricordare,  da toccare, da annusare, da spostare. Pagine che ti hanno segnato dentro, fin da  da ragazzo, oppure occasioni mancate: libri come emozioni in cui specchiare la propria vita. 


Quale libro sta leggendo in questo momento?
Avevo tanti libri "sul comodino" che la sosta forzata di questo periodo mi ha dato occasione di leggere, per cui la risposta a questa domanda dovrebbe aggiornarsi continuamente. In questo preciso momento c'è il romanzo di una mia amica, uscito qualche tempo fa, che ho potuto finalmente raggiungere, "La fine dell'estate", di Serena Patrignanelli.

C’è un libro che le ha cambiato la vita o ha cambiato il suo modo di pensare?

Ce ne sono stati tanti e per fortuna continua ad accadere. Il primo in assoluto -o almeno il primo di cui abbia avuto consapevolezza, è stato "I ragazzi del massacro", di Giorgio Scerbanenco. Avevo tredici anni, abituato a letture scolastiche, anche riguardo al giallo, e ho pensato ma davvero si può scrivere così? davvero si possono raccontare certe cose in questo modo qui? Cose così dure e cattive, così feroci ma anche così vere? Con una sensibilità così cinica ma anche così tenera e appassionata? La mia coscienza "noir" è nata il quel momento.

Il libro che avrebbe voluto scrivere?
Sarebbe facile dire "Delitto e Castigo", "L'Odissea" o "La Bibbia", io mi fermo molto prima: "La notte dei generali", di Hans Helmuth Kirst. Non sarà storia della letteratura, ma per la forza della trama (la caccia ad un serial killer), i risvolti storico-politici (dalla Germania Nazista al dopoguerra, con tutte le contraddizioni possibili) e la finestra aperta sulla follia, avrei davvero voluto scriverlo.

Il libro che ha più influenzato la sua scrittura?
Ce ne sono stati tanti, e ogni volta imparo qualcosa di nuovo. Nel periodo di formazione è stato "Prima che il gallo canti", di Cesare Pavese.

Il libro che reputa sottovalutato?
"Il Cinquecentodelitti", di Giorgio Scerbanenco. Per la varietà dei racconti e la capacità di concentrare in poche righe la forza di un grande romanzo, dovrebbe essere un testo base in tutte le scuole di scrittura.

L’ultimo libro che l'ha fatta piangere?
"Piepel", di Ka-Tzetnik 135633, pseudonimo di Yehel De-Nur, scrittore ed ex deportato ad Auschwitz, il romanzo più disperato che abbia mai letto.

L’ultimo libro che l'ha fatta ridere?
Lo rileggo periodicamente e rido come sempre, anche questa volta: "Sei una bestia, Viscovitz!", di Alessandro Boffa. Storie geniali su un assurdo mondo animale.

Il libro che non è riuscito a finire?
Ce ne sono tanti, purtroppo. L'ultimo è stato "L'avvocato degli innocenti", di John Grisham. Bello, sicuramente, ma sarà per un'altra volta.

Il libro che ammette di non avere letto?
Tanti anche quelli. Valgono solo quelli che fingi di conoscere nelle conversazioni specifiche. Allora "Viaggio al termine della notte" di Céline.

Cosa leggeva da bambino?
Libri di avventure, di pirati e cowboy, i gialli sono arrivati subito dopo. Leggevo i racconti di Mino Milani ne "Il Corriere dei Ragazzi" come "La notte del gatto soffiante". Il primo libro che ho letto con la coscienza di aver letto un libro e che una volta finito mi è mancato è stato "Il Barone Rampante", di Italo Calvino.

È un lettore capace di leggere più libri contemporaneamente?
No, se inizio più di un romanzo vuol dire che gli altri non finirò di leggerli. Per quanto riguarda la saggistica, invece, allora sì. Quando scrivo romanzi storici, per esempio, ho parecchi libri aperti che seguo contemporaneamente, anche di materie che sembrano non essere tra loro coerenti. 

Legge le novità proposte dal mercato o preferisce rileggere?
Leggo soprattutto cose che non ho ancora letto. Di solito si tratta di novità perché col mestiere che faccio amici scrittori e amici editori mi mandano i libri appena usciti. Cosa di cui sono molto contento.

Come suddivide i libri? 
Ho la fortuna di avere una grande biblioteca e quindi la possibilità di suddividerli come voglio. Ho una libreria di "genere", una parte per il "giallo" emiliano romagnolo e un'altra per quello delle varie regioni italiane. Una libreria di letteratura italiana e una americana. Un'altra, più grande, divisa per nazioni. Per la saggistica, invece, ho soprattutto una libreria storica, e una criminale, di cui una a parte per le mafie.

Domanda con due risposte: quelli che tieni sul comodino e quelli scaffalati in libreria.
Sul comodino ci stanno tutti i libri che vorrei leggere subito, anche se poi non ci riesco. In libreria tutti quelli che prima o poi leggerò o immagino che mi serviranno. Una confessione: per comodino intendo anche lo scaffale che ho nel bagno, un luogo di lettura comune a molti, anche se mai citato.

Ci sono libri che tiene sempre a portata di mano?
Il mio studio è dentro la mia biblioteca ed è dove vivo una buona parte della mia giornata. Sono sempre tutti a portata di mano.

Oggi, nell’era digitale, si è arreso all’idea che in una lastra di computer ci può stare una biblioteca?
Non è un'idea a cui arrendersi, per me è semplicemente un altro modo di leggere un libro. Una fruizione diversa, anche meccanicamente, dallo sfogliare delle pagine. Non tiro in ballo "l'odore della carta", che a volte non è così piacevole, è proprio un processo di concentrazione, di memorizzazione della pagina, anche di prendere appunti fisici o mentali, diverso.

Qualcuno ha detto che la libreria per un (critico, un poeta, un giornalista, uno studioso, un narratore) è come la scatola degli attrezzi per lo stagnaro, si rivede in questa immagine?
Sì, certo. Un narratore, soprattutto, è un artigiano che ha bisogno di attrezzi. Come diceva Giorgio Scerbanenco, per scrivere bene bisogna averne voglia, è come stirare. Ecco, la libreria è il nostro asse da stiro.

Quale dei suoi libri pensa o vorrebbe rimanesse fra cento anni?
Quello che devo ancora scrivere.