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Alberto Garlini: Saul, il mio detective della Bassa

«Il fratello unico», indagine sulla misteriosa morte di Bernardo Allandi di Porporano

Alberto Garlini

Alberto Garlini

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Un nuovo investigatore si affaccia nel panorama  dei gialli italiani. Si chiama Saul Lovisoni, di famiglia ricchissima, con una laurea ad Harvard, un passato da poliziotto e un presente da detective  privato. E' lui il protagonista dell'ultimo libro di Alberto Garlini «Il fratello unico» (Mondadori), da oggi in tutte le librerie. Lo scrittore, parmigiano - o meglio di Collecchio - da anni vive a Pordenone, dove è tra i curatori della  manifestazione culturale «Pordenonelegge». L'ultimo suo romanzo è stato «Piani di vita», edito da Marsilio nel 2015.
Come è nata l'idea di scrivere un giallo?
«Fin da bambino - racconta Garlini - sono stato un appassionato lettore di gialli, cresciuto divorando Ellery Queen e Nero Wolfe. Mi piaceva il gioco d’intelligenza che si creava con il lettore, la possibilità di essere messo nelle stesse condizioni del detective e quindi di poter giungere prima di lui alla soluzione. Era bello, e anche confortante, per un bambino credere che la forza del ragionamento logico del detective potesse risolvere anche casi che toccavano il torbido dell’animo umano. Penso che il successo mondiale di Sherlock Holmes derivi proprio da questo: Holmes riesce a ridurre alla ragione anche le paure più profonde. In seguito, crescendo, ho conosciuto anche le altre forme del giallo: per esempio il noir, dove la soluzione è sempre più grigia e si porta a casa di meno. Ma il mio amore è sempre rimasto per il giallo classico anglosassone, con una deviazione sostanziosa in Francia, con Simenon e Maigret. Il problema, per molto tempo, è che non mi sono mai reputato capace di scriverne uno e, molto umilmente, sei anni fa ho cominciato a provarci. Ne ho buttati via tre e questo è il primo che mi sembra di meritare di essere pubblicato. E' proprio il giallo che volevo scrivere e mi sono divertito tantissimo».
Perché ha deciso di ambientare un giallo a Parma, o meglio nella provincia: a San Secondo?
«Sono nato a Parma e ho cominciato ad amare questa città e la sua provincia fin da bambino. Credo che ci si senta veri solo in una piccola porzione di terra e la terra dove io sono vero è la discesa che porta dal parco Nevicati fino alle scuole di Collecchio. I cortili di via Combattenti. I pomeriggi estivi immobili al campo sportivo. Cosa resta di noi, se non questa sensazione di essere adeguati e nello stesso tempo a disagio, in un luogo che ti ha formato la memoria? Parma, poi a parte essere un luogo dell’affezione personale, è anche una città piena di storie tragiche, spietate e sognanti. Sembra che la pianura, a differenza della montagna, non possa nascondere nulla. È tutto piatto, non ci sono caverne o ostacoli verticali. Ma non è vero, la pianura, nella sua metafisica, è il luogo dove l’orizzonte si perde in lontananza, dove non c’è mai qualcosa di vicino. È tutto visibile ma è tutto lontano. E poi nella pianura c’è la nebbia. La nebbia che, quando ero bambino, negli anni Settanta, si piantava sulla città come una cappa indelebile. Dove quando si guidava si faceva come i ciclisti, uno tirava e gli altri seguivano, e poi ci si dava il cambio. Questo romanzo mantiene un po’ dell’amore che provo per questa terra e cerca di raccontarla con la chiave del mistero».
Ma come nasce questa coppia: Saul Lovison e Margherita Pratts?
«Sono due personaggi che adoro: Saul un po’ mi somiglia, vede la realtà nella sua narrativa e le persone come se fossero personaggi di un romanzo. Pensa che ognuno di noi si racconti una sua storia e se si scopre questa storia, si scopre anche la verità. Margherita, invece, è una ragazza fantastica, lavora come precaria, va in Africa ad aiutare i bambini bisognosi, vive storie amorose bizzarre, ma è vera, incazzosa, buona e sensibilissima. La adoro. È lei che racconta la storia di Saul; è lei che tiene le fila del racconto, arrabbiandosi e amando il geniale detective che, prima il caso e poi l’amicizia, le ha messo di fianco. Credo che siano una bella coppia: lui geniale e fragilissimo, lei affabulatrice, forte e sensibilissima».
Avranno un futuro insieme in un prossimo romanzo?
«Quando ho scritto “Il fratello unico” l'ho pensato in tre soggetti. Cioè con uno sviluppo seriale. Per cui vedo un futuro. Ecco, adesso lo dovrebbe vedere anche il pubblico, e spero proprio che sia così…».
Ma, ritorniamo indietro, al romanzo giallo: la storia - raccontata in prima persona da Margherita Pratts - comincia quando proprio lei viene assunta, come assistente, da Saul Lovisoni, investigatore privato che vive in un casolare nella campagna della Bassa parmense. E, poco dopo, arriva il primo caso: Cosima Allandi di Porporano, di nobile famiglia, chiede di indagare sulla scomparsa del fratello Bernardo. L'inchiesta diventa sempre più ingarbugliata quando viene ritrovato il corpo di Bernardo: si passa da una semplice sparizione a un omicidio. Alberto Garlini, grazie ad una scrittura elegante, accompagna il lettore in un giallo - come si conviene al genere - ricco di colpi di scena. Costruito su dialoghi efficaci e, soprattutto, con numerosi richiami alla letteratura colta. Così, pagina dopo pagina, il lettore scopre l'intreccio che lega i diversi personaggi protagonisti del romanzo, fino ad arrivare alla soluzione finale. Un sottile gioco che appassiona gli amanti del genere e non solo, lasciando aperto ad un futuro, ancora, con la «strana» coppia Saul Lovison e Margherita Pratts.

Il fratello unico
di Alberto Garlini

Mondadori, pag. 180, 18,00

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