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"Paolotti", splendore ritrovato

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Mariagrazia Villa

Sette anni per costruirla. Almeno per l’iscrizione che, stando alle fonti storiche, stava sull'arcata del presbiterio. E sette anni per riportarla, con attenzione e sensibilità, a un antico consapevole del nuovo. Venerdì, alle 11, sarà inaugurata dal Rettore dell’Università degli Studi di Parma, Gino Ferretti, l’ex chiesa dei Paolotti in via  D’Azeglio, recentemente restaurata e recuperata dal nostro ateneo.
Tutti sono invitati al taglio del nastro, davanti alla scenografica facciata tardo-barocca, inquadrata dalle due torri gemelle.
Perché finalmente, non è più una facciata «di facciata». Non più il simulacro vuoto, la quinta architettonica con dietro il nulla. Ma il fronte principale della nuova biblioteca dei dipartimenti della Facoltà di Lettere e filosofia.
Già nel Duecento, nell’allora Strada Maestra di Santa Croce, esisteva la chiesa di San Giovanni Battista con annesso convento, di proprietà dell’Ordine di Malta che, nel 1574, la cedette ai religiosi Minimi, detti «Paolotti» dal loro fondatore, San Francesco di Paola. Rivelandosi il complesso insufficiente alle loro esigenze, nel 1625 i Minimi decisero di ricostruire chiesa e convento. I lavori della basilica, a una sola navata con tre cappelle laterali per parte, un’ampia e profonda abside circolare, e campate coperte da volte a botte lunettate, divise da archi ribassati, terminarono nel 1632. Tranne la facciata, completata nel 1689, su progetto dell’architetto piacentino Carlo Virginio Draghi.
Nel 1810, dopo la soppressione napoleonica degli ordini religiosi, il complesso venne confiscato dallo Stato e utilizzato come alloggio di truppe. Nel 1813, su decreto di Maria Luigia, venne adibito a «Ospedale dè Pazzarelli» e la chiesa, a eccezione della facciata, fu abbattuta.
Nel 1872, quando il manicomio fu trasferito nella residenza ducale di Colorno, il complesso venne utilizzato come ospedale pediatrico fino al 1926, quando il reparto fu spostato al Maggiore. Nel '32 il complesso venne acquistato dal Comune di Parma, che lo cedette nel '36 all’Università di Parma che vi collocò gli Istituti di Chimica, Farmacia, Fisica e Geologia. Con la decisione, nell’85, di trasferire le Facoltà scientifiche al Campus, l’Università ha pensato di destinare gli spazi dell’ex complesso dei Paolotti a Lettere e filosofia. Nel 2004 ha redatto un progetto preliminare (esecutivo approvato nel 2006), a cura dell’architetto Anna Barozzi con gli ingegneri Paolo Bertozzi e Luca Guardigli e il coordinamento dell’ingegner Livio Mingardi dell’Ufficio Tecnico dell’ateneo, e sottoscritto una Convenzione con il Comune di Parma e il Provveditorato per le Opere pubbliche per l’Emilia Romagna, per concordare le modalità di intervento sul complesso edilizio. Nell’area dell’ex basilica sono stati condotti scavi archeologici. «Un’operazione proceduralmente corretta, far intervenire gli archeologi prima del restauro e non durante, come spesso accade», osserva Sauro Gelichi, ordinario di Archeologia medievale all’Università Cà Foscari di Venezia e coordinatore degli scavi nel plesso dei Paolotti. «Pochissimo restava delle pavimentazioni e di una serie di sepolture che coprivano dal tardo Cinquecento l’area occupata dalla chiesa». Purtroppo, non ne è stato trovato il contenuto.
 «L'ipotesi è che queste sepolture per più inumazioni vengano svuotate dopo l’editto napoleonico di Saint Claude, che impone il trasferimento dei cadaveri fuori dalle città. Nemmeno le identità dei defunti conosciamo, perché non rimane nulla delle lastre funerarie». Dagli scavi emergono «tracce riferibili all’utilizzo dell’area nel XIII e XIV secolo, ma come spazio aperto, pertanto, la chiesa medievale doveva essere più spostata verso l’interno; non esiste alcuna traccia, invece, della successiva destinazione ospedaliera dell’edificio».
Il progetto di consolidamento, restauro e rifunzionalizzazione ha eliminato, nel sedime dell’ex chiesa, tutte le alterazioni all’impianto originario. «Le linee guida - spiega Luciano Serchia, soprintendente per i Beni architettonici e del paesaggio di Parma e Piacenza - sono state recuperare la preesistenza storico-architettonica a livello planivolumetrico e riutilizzarla, in modo da sottolinearne quegli elementi architettonici di invariante storica che possono acquisire pregnanza anche ora». L'elemento di maggior rilievo del nuovo spazio è senz'altro la copertura, realizzata in vetro e acciaio, in parte opaca, in parte trasparente.
«Le travi trasversali ad arco ribassato hanno connettori puntuali che, per sottolineare la ripartizione storica della struttura, sono in corrispondenza delle paraste binate che la chiesa presentava tra una cappella e l’altra. L’azione restaurativa deve far sì che il nuovo, come architettura e materiali, lasci intatta la capacità interrogante del testo architettonico ereditato».
La stessa teoria dei valori, per citare Riegl, ha guidato i lavori nel chiostro e il consolidamento e il restauro della facciata.  «Massacrata da imprudenti interventi restaurativi, abbiamo cercato di ripristinarne tutti gli elementi decorativi e di recuperarne, non solo i forti risalti plastici e architettonici, tipici del barocco, ma anche le più sottili modanature, sottolineandole con variazioni cromatico-tonali».
Così, uno dei monumenti più caratteristici dell’Oltretorrente ritorna alla città, abbandonando la china del mero resto archeologico. E la bellezza che si era allontanata, e con lei l’autenticità, riparano quel che sembrava irreparabile: la sopravvivenza di un significato.

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