Damiano Ferretti
E’ sopravvissuto al campo di concentramento di Dusseldorf, in Germania, dove venne internato come prigioniero di guerra per quasi due anni: ventiquattro lunghi mesi costretto a convivere con i pidocchi, la fame, il freddo e dove arrivò a pesare 47 chili.
Dopo una lunga malattia, Francesco Aleotti si è spento sabato mattina. Classe 1923, soprannominato simpaticamente dagli amici «Ceci», era originario di Quattro Castella ma risiedeva a Parma dal 1953.
Soltanto pochi mesi fa, in occasione del 25 aprile, raccontò, con una lucidità davvero invidiabile, la sua drammatica storia vissuta durante la seconda guerra mondiale in una lunga intervista alla «Gazzetta» che terminò con un vero e proprio auspicio: «Tutti i giorni prego il Signore perché non permetta più che possano ripetersi queste guerre che hanno spezzato la vita a milioni e milioni di persone».
Il personale calvario di Francesco Aleotti prese il via nel gennaio del 1943, quando aveva 19 anni e gli arrivò la cartolina per la chiamata alle armi: pianse per giorni interi al solo pensiero di andarsene da casa.
Come militare di fanteria, venne mandato prima a Cuneo, poi a Genova, a Lavagna e infine nel Lazio, nella zona dei Castelli romani dove rimase fino all’8 settembre.
Proprio durante questa storica giornata, quando l’Italia si arrese agli Alleati e si illuse che la guerra fosse finita, Aleotti decise di scappare in treno da Roma e, con un vestito da borghese, raggiunse la stazione di Reggio Emilia dove trovò il cugino Bobo che gli chiese di entrare a far parte di una formazione fascista con tanto di moschetto, divisa e fucile di ordinanza. Senza pensarci un attimo, Aleotti rifiutò perché la sua intenzione era quella di andare in Germania a lavorare.
Dopo una giornata di viaggio in treno, il 10 settembre 1943 arrivò a Dusseldorf ma venne fatto prigioniero dai tedeschi e internato nel campo di concentramento dove al mattino la sveglia suonava prestissimo e, senza colazione, doveva camminare per tre chilometri per raggiungere la fabbrica «Rein metall Borsig».
I prigionieri erano costretti a mangiare le bucce delle patate cotte sopra il tubo arrugginito della stufa a legna del rifugio che conteneva 24 uomini.
Nel 1953 Aleotti si trasferì insieme alla moglie Livia a San Prospero per fare il contadino. In seguito, lavorò alla «Plastoblok» di via Nuova Naviglio fino al raggiungimento della pensione nel 1989.
Per anni è stato volontario all’interno del reparto di Cardiologia del Maggiore ed è sempre stato legatissimo all’adorata moglie Livia, alla figlia Rina e ai nipoti Gianni, Giorgio e Nando. I funerali si svolgeranno questa mattina alle 10.30 nella chiesa di Marore, in forma privata.
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