Georgia Azzali
Fine del primo atto. E due sole uscite di scena. Non luogo a procedere per Iana Rezepova e Maurizio Bosi: posizioni minori della maxi operazione Aemilia, l'inchiesta che ha portato alla luce nomi e affari della 'ndrangheta da Piacenza a Bologna. Un maxi esercito rinviato a giudizio dal gup Francesca Zavaglia: 147 persone, tra presunti capi, sospetti affiliati e comprimari, imprenditori e colletti bianchi che avrebbero fatto affari con la 'ndrangheta. Volti famosi, come l'ex calciatore Vincenzo Iaquinta, campione del mondo 2006, finito a processo per la detenzione illegale di alcune armi insieme al padre Giuseppe, accusato anche di associazione mafiosa. Ma alla sbarra finiscono anche i cinque parmigiani che avevano deciso di scegliere il rito ordinario, a partire da Michele Bolognino, ritenuto il boss di riferimento della cosca Grande Aracri per Parma e la Bassa Reggiana. Insieme a lui, a giudizio vanno Salvatore Gerace, Rosario Adamo, Aldo Pietro Ferrari e Giuseppe Manzoni. Il dibattimento prenderà il via il 23 marzo a Reggio Emilia. Gli altri nove parmigiani coinvolti nell'inchiesta, tra cui l'ex assessore comunale Giovanni Paolo Bernini, hanno optato per i riti alternativi: le sentenze sono previste tra febbraio e marzo. Stessa scelta anche per altre 81 persone, tra cui capomafia del calibro di Nicolino Grande Aracri (che in questo processo deve rispondere di riciclaggio), ma anche personaggi come Nicolino Sarcone, Alfonso Diletto, Francesco Lamanna, Antonio Gualtieri e Romolo Villirillo, considerati dagli inquirenti gli organizzatori della cosca emiliana.
Pochi istanti per leggere quel decreto che ha mandato (quasi) tutti alla sbarra. La grande aula bunker, ricavata nel padiglione 19 delle Fiere di Bologna, è semideserta: pochi avvocati. E ancora meno imputati. Resta un'eco solitaria, quel «vergogna» che esce dalla gabbia dei detenuti. Perché se è pur vero che la vera partita comincerà a primavera, davanti al tribunale di Reggio, ieri non ci sono stati sconti. A parte i due «non luogo a procedere», per gli altri 147 tutti i reati contestati dai pm della Dda di Bologna, Marco Mescolini e Beatrice Ronchi, sono rimasti in piedi.
Pagine di accuse per Michele Bolognino, il boss, rinchiuso al 41 bis nel carcere dell'Aquila, che spaziava dall'edilizia ai trasporti, senza dimenticare la ristorazione e i locali notturni. I natali a Locri, viveva e faceva affari tra Parma e il Reggiano, mantenendo i rapporti con la casa madre della cosca, a Cutro. Un'abitazione nella nostra città, in via Zanetti, ma soprattutto un giro vorticoso di società, locali e imprese. Gli contestano di tutto: dall'associazione mafiosa al reimpiego di soldi provenienti della cosca fino all'estorsione. Uno stratega delle intestazioni fittizie, secondo la procura. Aveva messo le mani su discoteche, bar e night: sarebbe stato lui il vero titolare dell'ex Astrolabio, della Para di Baganzola e dell'Ariete di via Milano, prima del passaggio ai nuovi proprietari.
Estorsione e reimpiego di soldi di provenienza illecita, invece, per Salvatore Gerace, l'ingegnere, originario di Cutro, che nel 2007 era stato consigliere del quartiere Oltretorrente con «Parma per Ubaldi» e cinque anni dopo si era candidato al consiglio comunale nella lista dell'Udc, ma non era stato eletto. Un ruolo di primo piano, secondo l'accusa, nella gestione di una serie di imprese in cui venivano reinvestiti i soldi della 'ndrangheta. Non solo. Anche lui avrebbe fatto parte del gruppo che dal 2010 al 2012 minacciò Francesco Falbo, l'imprenditore edile di Sorbolo poi costretto a cedere le quote delle sue aziende. «Francamente, però, non riusciamo a capire cosa abbia portato il giudice a disporre il rinvio a giudizio in particolare per l'estorsione, perché non c'è nulla che colleghi Gerace a questo reato», commenta Francesco Saggioro, uno dei difensori dell'ingegnere.
E tra i parmigiani spediti a processo spunta anche il nome del re Mida di Madurera, al secolo Aldo Pietro Ferrari. Vari processi per truffa sulle spalle, ma in questo caso è accusato di estorsione: nell'autunno 2011 avrebbe infatti deciso di rivolgersi a Francesco e Domenico Amato, «di cui conosceva l'appartenenza alla criminalità organizzata», si legge nella richiesta di rinvio a giudizio, per farsi restituire un'auto da Francesco Pellegri e dalla moglie. Un unico episodio, ma aggravato dal metodo mafioso.
Davanti al tribunale di Reggio dovranno poi comparire Rosario Adamo e Giuseppe Manzoni. Per il primo l'accusa è di aver accettato, nel 2008, l'attribuzione di quote fittizie dell'impresa edile di Palmo Vertinelli, l'imprenditore di Montecchio rinviato a giudizio per associazione mafiosa. Stesso reato contestato anche a Manzoni, che nel 2010 avrebbe accettato la titolarità formale delle quote della srl Truck&Trade da parte di Mario Vulcano, finito a processo per associazione mafiosa. Ma Manzoni, secondo gli inquirenti, avrebbe anche emesso false fatture per oltre 500.000 euro tramite la stessa società. Un modo per movimentare i i soldi della cosca. Cercando di non far accendere i riflettori degli investigatori. Grazie al sistema dei prestanomi. Che la 'ndrangheta aveva oliato (quasi) alla perfezione.
La soddisfazione degli inquirenti
Snocciola i numeri, il procuratore reggente di Bologna, Massimiliano Serpi. Sono i dati della più grande inchiesta sulla criminalità organizzata in Emilia Romagna. Che ieri ha superato il primo grande «esame»: 147 rinvii a giudizio e solo due «non luogo a procedere». «Avendo presente l’articolo 425 comma 3 del codice di procedura penale, secondo cui il giudice pronuncia sentenza di non luogo a procedere anche quando gli elementi acquisiti risultano insufficienti, contraddittori o comunque non idonei a sostenere l’accusa in giudizio, riteniamo che questo primo importante step processuale possa essere inteso come una conferma del lavoro sin qui svolto», ha commentato Serpi al termine dell'udienza.
Eppure, nonostante la prima parte dell'udienza preliminare si sia conclusa, l'inchiesta Aemilia è tutt'altro che finita. Ieri, i carabinieri si sono presentati di nuovo in prefettura a Modena, dopo il blitz dei giorni scorsi, e hanno acquisito altri faldoni di documentazione. Nel mirino il meccanismo delle «white list»: le certificazioni antimafia alle imprese ammesse per operare nella ricostruzione dopo il terremoto del 2012. Otto sarebbero gli indagati, tra funzionari e imprenditori, anche se la procura non ha confermato né smentito. Ma nuovi sviluppi sarebbero in arrivo. G. Az.
Riti alternativi per Bernini e altri otto
Quelli che hanno conosciuto ieri il loro destino (a breve termine). E quelli che dovranno ancora attendere. Perché se 147 sono stati rinviati a giudizio, altri 71 hanno scelto il giudizio abbreviato (che prevede lo sconto di un terzo in caso di condanna) e 19 sono pronti a patteggiare, dopo aver raggiunto l'accordo con la procura. Nel gruppone dei riti alternativi ci sono anche gli altri nove parmigiani finiti sotto inchiesta.
A partire dal nome più noto: l'ex assessore comunale Pdl, Giovanni Paolo Bernini, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Ha scelto l'abbreviato, l'ex esponente della giunta Vignali. Ma sia il gip che il tribunale del Riesame, a cui la procura aveva fatto ricorso, avevano ritenuto insussistente il reato. Per i giudici di secondo grado, in particolare, le condotte di Bernini potevano essere qualificate «come corruzione elettorale». Un'accusa, però, che, anche se fosse accertata, sarebbe già prescritta. Al centro dell'inchiesta, le elezioni comunali del 2007: secondo l'accusa, era lui l'uomo su cui la cosca aveva puntato. «Deve ritenersi che Bernini abbia effettivamente promesso, e almeno in parte versato, a Villirillo (referente dell'associazione mafiosa, ndr) l'importo complessivo di 50mila euro - si leggeva nell’ordinanza del Riesame -. Non può invece stimarsi acquisito un quadro di gravità indiziaria sufficientemente grave in ordine al fatto che il patto prevedesse anche la possibilità di partecipare ad appalti indetti dal Comune in posizione privilegiata».
E se Michele Bolognino è ritenuto un capo della cosca, ad altri tre parmigiani, che hanno scelto l'abbreviato, viene contestata l'associazione mafiosa, in quanto partecipanti: Alfonso Martino, Giuseppe Pallone e Francesco Lepera.
Ci sono, poi, Domenico Amato, Francesco Pellegri, Gaetano Caputo e Antonio Marzano. Reati diversi, ma stessa decisione per tutti: giudizio abbreviato. Infine, Francesco Falbo, l'imprenditore che si è costituito parte civile, ma che allo stesso tempo deve rispondere di reimpiego di soldi di provenienza illecita. La procura ha riconosciuto il suo contributo «determinante» alle indagini e gli ha concesso un patteggiamento a 1 anno e 11 mesi (pena sospesa). Le decisioni del giudice? Tra gennaio e febbraio. G. Az.
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