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Gli islamici parmigiani in piazza. Ma contati Foto Video

Gli islamici parmigiani in piazza. Ma contati Foto Video

11 Gennaio 2015, 11:12

Gabriele Grasselli

«Non in mio nome» scritto in tutte le lingue. «Je suis Charlie» stampato su carta o luminoso sullo schermo dell'iPad. «No al terrorismo» in rosso su fondo colorato. Bandiere della pace. Ieri pomeriggio in piazza Garibaldi i musulmani di Parma e provincia hanno voluto condannare «in modo netto e chiaro i fatti di Parigi».

Ma i musulmani di Parma e provincia sono più o meno 15 mila, come conferma Farid Mansouri, presidente della comunità islamica locale. E ieri in piazza erano poche decine. Pochi? «Pochi, sì», dice Adil Eddal del centro culturale Ennour di Fidenza. «Pensavo che saremmo stati di più, molti di più. Ieri nelle riunioni del venerdì abbiamo raccomandato la presenza». Come mai questa scarsa affluenza, allora? «Facciamo fatica ad aprirci e tendiamo un po' troppo a delegare. Ma questo non significa non condividere la volontà di condanna per quello che è successo». Chi era in piazza ieri era molto motivato, però. C'erano uomini, donne, bambini. Intere famiglie. Come quella di Abderrahim Mahfoud arrivato da Fornovo con la moglie Malika, i figli Sara, studentessa universitaria, Zaccaria e Khaola, il nipote Hassan, tutti appartenenti all'associazione «Bel-Agire»: «La nostra vita qui è normale, non abbiamo difficoltà. E ci sentiamo italiani. Siamo italiani. L'Italia ci sta dando tanto. Sono gli atti terroristici come quello di Parigi che ci danneggiano. E quelli sono atti terroristici e basta, non c'entra la religione, non c'entra la politica, non c'entriamo noi».

Tutti i manifestanti si affannano a spiegare gli stessi concetti: «Certi atti sporcano la nostra religione, che è una religione di pace. Noi vogliamo difenderla, così come vogliamo difendere quella cattolica, quella ebraica, tutte. Siamo tutti esseri umani, quello che vogliamo è collaborare. Collaborare nel rispetto comune», dice un 50enne. Tanti però non credono alla vostra volontà di integrazione: «Per giudicare bisogna conoscere, per conoscere bisogna leggere», interviene il vicino. «La prima parola detta al profeta è stata “leggi”. I musulmani hanno l'obbligo di leggere. Prima di condannare i musulmani bisogna conoscerli bene. E poi: se noi veniamo qui vuol dire che non vi odiamo. Se io ti odio non vengo a casa tua». I rappresentanti dell'associazione Ahmadryya puntualizzano: «Il Corano non parla di martirio per meritare il Paradiso. Queste sono interpretazioni assurde che non appartengono alla nostra religione».

In piazza ieri c'erano anche diversi esponenti del Forum interreligioso. Luciano Mazzoni, il coordinatore, chiosa: «Sono pochi? Hanno deciso tardi. Ma la risposta è chiara e per darla hanno scelto l'agorà. Hanno piena coscienza che certi episodi sono prima di tutto contro loro stessi, le loro famiglie. Noi dobbiamo ricordarci che il pluralismo fa pienamente parte del mondo islamico. E dobbiamo comprendere che il ruolo più grande devono averlo gli educatori, gli insegnanti, più che i militari».

 

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