Davide Barilli
Cuba, in attesa dell'arrivo di Obama, dei Rolling Stones e della sua ennesima «rivoluzione» (di quale tipo, ancora, non si sa), è la solita scacchiera magica e sgangherata di luci e ombre su cui aleggiano nuvolaglie vigilate dalle più belle poliziotte che siano in circolazione nel Caribe. Giganteschi feticci di ricchezza intasano la coda alla dogana, aeroporto Josè Martì. Cubani gonfiati dal benessere. Griffati dalla testa ai piedi. Catenoni d'oro (dicono che li affittino a Miami, poco prima dell'imbarco), facce lustre, capelli imbrillantinati. Sono loro, oggi, i più invidiati dell'Isla. Sono quelli che ce l'hanno fatta, perché hanno i portafogli gonfi di dollari o di euro, anziché del misero peso cubano che non vale nulla. Portano roba: tivù digitali, tablet, tecnologia all'avanguardia, quello che qui, per molti, è il sogno di un futuro migliore. Molte espatriate, per lo più ingrassate dal bengodi europeo, sfoggiano, sui corpi deformati, improbabili fuseau, stringendo fra le braccia enormi pupazzi rosa da regalare ai parenti che li aspettano, come messia, all'Avana o in qualche sperduto paesino del campo per la farandula, la fiesta senza tempo a base di cerveza e chisme, il pettegolezzo che varca cuori e oceani. L'aeroporto è un luna park del kitsch in cui non è semplice far capire che nella piccola valigia a rotelle che mi porto dietro, ci sono solo libri. Basta un gesto, un'occhiata dura e temi subito che arrivino guai. Che il delirio avanero vada a cominciare, svelto e truce come un passo di reggaetton e di bolero messi insieme, con il rischio di finire nelle grinfie di doganieri pronti a farti passare le pene dell'inferno dopo dieci ore di volo intercontinentale. E invece, per miracolo, la valigia gonfia di libri passa indenne ai controlli. Una decina di copie di «Gli amanti del secondo piano» e di miei libri – i romanzi e i racconti che ho scritto ambientati a Cuba – catapultati nella più affascinante città del Caribe. Lo devo all'invito dell'Istituto cubano del libro (una sorta di ministero della letteratura) a partecipare alla Feria internacional del libro. In trasferta nel Tropico, a rappresentare il Belpaese.
Oltre al sottoscritto, curatore del volume, ci sono l'editore Cecilia Mutti, il grafico Pietro Iaccarino e il traduttore Pier Luigi Mori: tutti parmigiani. Durante la XXV esima edizione della Fiera internazionale è infatti in programma la presentazione del volume, ideato e realizzato a Parma, che comprende sei racconti degli scrittori cubani Alberto Guerra, presidente sezione narratori della Uneac, Emerio Medina (fresco vincitore del premio Carpentier) e Marcial Gala, ovvero tre fra i più importanti scrittori cubani odierni. Un'antologia - edita dalla parmigiana Nuova editrice Berti - che ha avuto l'onore di partecipare, grazie all'intercessione dell'ambasciata d'Italia - da qui la presenza dell'ambasciatore italiano Carmine Robustelli e del Consigliere d'ambasciata Tancredi Francese - al più importante appuntamento letterario del Caribe. Sede della presentazione, la Sala Alejo Carpentier de La Fortaleza di San Carlos de La Cabana (lo stesso luogo dove, poche ore dopo, verrà presentata la prima traduzione in cubano di «1984» di George Orwell, storico sdoganamento, nella Cuba del disgelo, del libro simbolo di tutte le dittature, critica serrata a tutti i totalitarismi della storia rappresentati nell'immaginifica figura del «Grande fratello»). Il giorno successivo, altro passaggio alla Casa Garibaldi, ex Union Latina, attuale sede del comitato avanero della Società Dante Alighieri, diretta da Maurizio Capuano. Fuori dall'aeroporto mi aspettano in tanti. A cena, a casa di Alberto Guerra, una bella e silenziosa villetta tropicale nella tranquilla zona residenziale di Flores, si chiacchiera con il padrone di casa che mi sfotte («Davvero non capisco come ti ostini a prender casa nel caos del Centro Havana...noi scrittori cubani amiamo la tranquillità...ma tu sei proprio uno yuma...non puoi fare a meno delle pittoresche atmosfere tropicali....»). Emerio Medina e Marcial Gala preparano un pollo allo spiedo innaffiato di rum, parlando della cultura di casa nostra, da Zavattini a Calvino, da Gadda a Ungaretti, mentre il professor Jorge Domingo e il poeta Ale Pausides, gran patron della Collecion Sur, si illuminano all'idea di poter avere una copia del «Pendolo di Foucault» di Eco, introvabile nelle magre librerie cubane. La fiera del libro è ospitata in un'antica fortezza spagnola che si affaccia sulla baia dell'Avana. Ci si arriva a bordo di vecchi autobus stipati come sardine. Più che odore di carta e sussurri intellettuali, vieni accolto da afrori gastronomici. Decine di bancarelle dove mangiare lechon (una sorta di porchetta) o hamburger alla cubana.
In un'atmosfera da festa popolare, da luna park, che fa discutere i puristi. Niente a che vedere con le asettiche atmosfere delle Fiere di Francoforte o Torino. Qualcuno ironizza sostenendo che qui si vendono più birre che libri. Quest'anno erano 37 le nazioni partecipanti, 3.600.000 i libri esposti, con dedica speciale all'Uruguay, paese invitato, che ha inaugurato la fiera con le autorità cubane (non c'erano i Castro, ma il vicepresidente Canel). Tra i vari appuntamenti, anche un inedito meeting tra Cuba e Stati Uniti, in cui si è discusso di questioni relative al mercato dei libri nelle due Nazioni, nell'ambito di un più continuo e importante scambio culturale e letterario. Alle Feria c'era anche Leonardo Padura Fuentes (con Pedro Juan Gutierrez il massimo scrittore cubano vivente) che ha scelto di restare nel suo barrio di Mantilla per scrivere dal di dentro il paese che ama – perché lontano non ci può stare – ma di cui non esita a denunciare storture e incoerenze. Anche lui sdoganato (un paio di anni fa gli è stato assegnato il Premio Nacional de Literatura de Cuba), Padura pubblica la prima edizione dei suoi romanzi con editori spagnoli e non cubani perché il suo Paese non importa libri e il prezzo sarebbe troppo alto: un romanzo come uno dei suoi costa 22 euro, qui lo stipendio di un mese. Inevitabile pensare a un incontro di alcuni fa alla libreria di Obispo. Con Padura che parlava del suo libro «L'uomo che amava i cani», miraggio introvabile sulle belle scaffalature di legno antico. Come una pasticceria senza dolci. Era il dazio che doveva pagare. Padura che ebbe il coraggio di suscitare gli applausi commossi del pubblico quando parlò di libertà, sfidando – da scrittore – chi lo lasciava libero di parlare. Denudato dei suoi libri, però. «Il mio prossimo romanzo? Parlerà di un cubano che torna a Cuba per restarci», aveva annunciato, fra i risolini (trattenuti dalla paura) del pubblico. Alla fine dell'incontro, la processione dell'autografo. Un cerimoniale, in questo caso, non scontato. Un gesto che assumeva il sapore di una sfida. Con le dediche che lo scrittore vergava sui suoi libri arrivati da lontano, magari editi in Spagna; libri consunti, passati di mano in mano come reliquie preziose perché a Cuba sono quasi introvabili. Già, l'incontro con l'autore; ma senza il romanzo dell'autore in vendita. Succedeva anche questo, nella città dei paradossi. L'Avana, cuore pulsante di questa Cuba che attende il cambiamento. Dove la doppia moneta arricchisce i ricchi e fa diventare ancora più povero chi già fatica a tirare alla fine del mese. Dove i ventenni danarosi, stregati dalla wifi a buon mercato, invadono le zone hotelere e si connettono con i parenti che vivono a Miami per respirare da vicino il sogno americano. L'Avana, dove, resiste - per la gioia dei turisti - l'abecedario dei grandi murales, i cartelli sulle strade con le scritte «Venceremos», feticci di un pensiero fossile che la gente, preda delle miserie quotidiane, osserva da lontano, come dinosauri ormai imbalsamati.
Pubblichiamo un estratto della prefazione al volume «Gli amanti del secondo piano» scritta da Davide Barilli. Il libro sarà in vendita dalla settimana prossima.
Venuto meno il discrimine fra realismo hemingwayano per un verso e barocco – o «real maravilloso» - per l'altro, lasciati alle spalle gli anni dell'epica rivoluzionaria e quelli del ripiegamento di chi dentro al sistema è cresciuto, fra gli scrittori cubani si assiste attualmente, anche grazie alle aperture conseguenti a una più agevole comunicazione, tra blog e accesso a internet, a un periodo di trasformazione e di fluidità caratterizzato dal tentativo di internazionalizzare la narrativa isolana. Una strada che, mettendo l'accento sulla vocazione meticcia e pluralista di Cuba e della sua cultura, rischia però di snaturarne le radici, prendendo sempre più spesso come riferimento modelli esterni ai canoni della tradizione. Negli ultimi anni numerosi scrittori delle generazioni post-Rivoluzione sono stati tradotti e proposti nel nostro Paese. Ma, a parte casi sporadici come, solo per fare tre nomi di spicco, Miguel Barnet, Juan Pablo Gutierrez o Leonardo Padura Fuentes (esempio di autori ormai noti di cui è stata pubblicata gran parte dell’opera narrativa) quasi sempre, sia pur con le dovute eccezioni, in assenza di un progetto culturale ad ampio raggio, di approfondimento e soprattutto di continuità. (...) Riferendoci in particolare ai testi di singoli autori, slegati dalle raccolte mirate a proporre scelte collettive, si è preferito puntare soprattutto sulle cosiddette scrittrici della diaspora o dell’esilio (da Zoe Valdes a Karla Suarez e Cristina Garcia) o evidenziare «casi» come - solo per fare un nome - Senel Paz, la cui opera letteraria è stata conosciuta di rimbalzo attraverso il successo del film «Fresa y chocolate», o ancora, traiettorie individuali, come quella di Abilio Estevez, anch’egli – tra l’altro- narratore dell’esilio. Punte di un iceberg sotto cui si muove, sconosciuta ai più, una letteratura stratificata, radicata all’interno del paese, in un percorso complesso in cui il meraviglioso ha sempre più a che fare con la rappresentazione di una realtà, in lenta ma continua mutazione, che si espande e che si allarga per accogliere molteplici possibilità narrative, producendo intrecci e interazioni di scritture che travalicano i confini cubani. Nel caso specifico, riferendoci ai tre autori antologizzati in questo libro occorre chiarire subito che non si tratta di narratori esordienti. O nuovi. E neppure «alla moda», dunque preda di un facile (e contingente) interesse editoriale, strascico degli inevitabili e per certi versi auspicabili effetti di una renaissance conseguente alle recenti aperture e al rinnovato interesse per una realtà e un Paese al centro delle cronache politiche degli ultimi mesi. (...)
Contemporaneamente cronisti di una quotidianità sempre più assurda, frantumata, allucinata, e visionari narratori di un luogo simbolicamente centrale nell’immaginario collettivo, questi tre scrittori di diversa origine, ma uniti dall'essere figli della generazione post-Rivoluzione, girovagano con le loro storie tra l'illusione e il disinganno del surreale quotidiano di un'Isla in bilico tra un passato che sembra non riguardarli e un futuro?che fatica a prendere forma. Pur con notevoli differenze, condividono riferimenti sociali e culturali legati al cosiddetto periodo especial. (...) Preda di enormi difficoltà quotidiane, in una situazione dove mancava tutto, con black out continui, senza un trasporto pubblico decente, senza una alimentazione stabile, regolare, come in pieno tempo di guerra, anche gli scrittori sono stati costretti a una drammatica e costante situazione di precarietà. Un vivere disagiato che è diventato tema narrativo, relativo non solo alle personali peripezie di vita, ma anche alla deformazione che le terribili rotture della logica quotidiana hanno trasformato in una dimensione dell’assurdo. Dai loro testi, sia quelli ambientati nel microcosmo di modesti appartamenti e periferici bar di La Habana o in luoghi feticcio come il museo di Hemingway, passando dal cimitero di Cienfuegos a un festival letterario di Punta del Este, appare però anche un paese che sta lentamente cambiando pelle, rischiando una frantumazione di certezze, ma che al contempo si nutre, facendosene forza, di una specificità univoca. (...) Attraverso le loro storie, diseguali per tematiche e ambientazioni, ma accomunate dalla medesima urgenza, entriamo in una Cuba raccontata nella sua dimensione più autentica. È la Cuba privata, che uno straniero difficilmente può conoscere. Quella vissuta dai cubani, con i suoi riti e modi di essere, molto diversi dai nostri, e fotografati da uno sguardo che ne inquadra dettagli e doppifondi: storie spigolose che sprofondano in antiche abitudini, capaci di trasformarsi in risata abnorme o magiche epifanie. La cubania che questi tre scrittori ci fanno conoscere è il modo d’essere di chi non scrive per un pubblico internazionale, ma preferisce piuttosto raccontare dal di dentro il proprio mondo ancorato a logiche e strutture mentali non ancora indirizzate dalla globalizzazione culturale.
? Gli amanti del secondo piano
Alberto Guerra Naranjo, Marcial Gala, Emerio Medina
Nuova Editrice Berti, pag. 148, € 16,00
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