Georgia Azzali
Solo due anni di differenza tra i fratelli. Vicini anche sul lavoro, nella stesso casolare di Careno, a pochi chilometri da Pellegrino. Eppure lontanissimi, Lucio e Giancarlo Sacchi. In conflitto da tempo, proprio sulla gestione e gli affari dell'azienda agricola di famiglia. Fino a quel pomeriggio del 15 gennaio 2014, quando le grida e gli insulti sono solo il prologo di un finale tragico. Lucio, 56 anni, cade a terra nella cucina di casa e muore, dopo essere stato colpito dal fratello con una serie di ceffoni e molto probabilmente da un pugno in piena faccia. Omicidio preterintenzionale aggravato: il pm Paola Dal Monte ne è stata convinta fin dal primo momento. E ieri la Corte d'assise, presieduta da Pio Massa (giudice a latere, Adriano Zullo), ha condannato Giancarlo Sacchi a 6 anni e 8 mesi, riconoscendogli tuttavia le attenuanti generiche prevalenti sull'aggravante di aver commesso il reato nei confronti del fratello. Alla moglie e ai due figli di Lucio, che si erano costituiti parte civile, sono stati riconosciuti 50mila euro ciascuno di provvisionale immediatamente esecutiva, mentre il risarcimento complessivo sarà stabilito in sede civile.
Da quel giorno di gennaio Sacchi è sempre rimasto libero. E lo resterà fino a un'eventuale condanna definitiva, visto che la difesa farà sicuramente appello, «perché una serie di eventi disgraziati ha portato alla morte», ha sottolineato l'avvocato Luca Berni durante l'arringa che ha tentato di scardinare il nesso tra l'aggressione e la morte di Lucio. Bisognerà attendere tre mesi prima di poter leggere le motivazioni della sentenza, ma è chiaro che i giudici hanno ritenuto provato quel collegamento. Omicidio preterintenzionale, ossia un delitto che è andato «oltre le intenzioni» di chi l'ha commesso. In altre parole: Giancarlo Sacchi, 62 anni, mettendo le mani addosso al fratello, l'ha fatto cadere e - senza volerlo - ne ha causato la morte.
Il punto centrale dell'accusa. E il nucleo del processo. Secondo Lorenzo Marinelli, il consulente medico-legale della procura, quel giorno Lucio, in evidente stato di ubriachezza, fu aggredito con una violenza inaudita: le ossa nasali fratturate e quasi immediatamente la caduta a terra. In breve tempo si scatenò una grave emorragia delle vie aeree, che poi portò alla perdita di coscienza. Non solo. Lucio era disteso sul pavimento e aveva bevuto parecchio quel giorno (il tasso alcolemico era 2,65 grammi per litro): due condizioni che, unite alle lesioni provocate dall'aggressione, hanno portato a un'ostruzione delle vie respiratorie e poi all'arresto cardiaco.
Uno che alzava spesso il gomito, Lucio Sacchi. Molti testimoni sfilati in aula l'hanno confermato, così come hanno parlato di frequenti dissidi familiari. «Ma non una persona pericolosa: è ciò che in tanti hanno ribadito - sottolinea Matilde Rogato, difensore di uno dei figli di Lucio -. La frattura all'osso del naso non è stata causata da alcuni manrovesci, ma da un pugno. Il medico legale Marinelli ha detto che la contusione al metacarpo della mano destra di Giancarlo Sacchi è compatibile con un pugno». «La storia della pericolosità di Lucio è una favola di paese - aggiunge l'avvocato Fabrizio Poggi Longostrevi, difensore della moglie e dell'altro figlio di Lucio -. I due fratelli venivano alle mani facilmente, e questo era un fatto risaputo».
Giancarlo ha sempre negato di aver spinto il fratello. Perché dopo la discussione, «il contatto fisico sarebbe in realtà avvenuto tra Lucio e la madre - sottolinea l'avvocato Berni -. Pare sia andata così, ma nel frattempo la donna è morta. Giancarlo interviene per liberare la madre, dà qualche schiaffo, e Lucio cade su un fianco».
La madre era l'unica testimone della trama di quel pomeriggio. Ma il peso di una sua testimonianza al processo sarebbe stato tutto da valutare. Lei, «divisa» tra un figlio e l'altro. Ciò che è certo, invece, è che - dopo essere caduto sul pavimento - Lucio viene preso per i piedi e spostato in corridoio. Un tentativo, per quanto maldestro, di modificare la scena, secondo le parti civili. «Attribuire a questo fatto un intento criminale è pura fantasia - ha evidenziato Berni durante l'arringa -. E' stato il panico a far scattare quel comportamento. Anzi, la madre prende uno straccio bagnato e bagna la fronte del figlio, mentre Giancarlo chiama i soccorsi: è l'unica cosa che può fare ».
Ma, dopo i colpi e la caduta, Lucio è vivo o morto? E' la domanda centrale per arrivare a capire se l'imputazione di omicidio preterintenzionale regge. «Non c'è nesso di causalità - sottolinea il difensore -. Sacchi non era deceduto, tanto è vero che quando arrivano, gli operatori del 118 attaccano il defibrillatore».
Un «doveroso» estremo tentativo di far ripartire il cuore, ma in quel momento Lucio è già morto. L'autopsia parla chiaro, secondo la procura. E la Corte d'assise - pur riconoscendo a Giancarlo Sacchi una serie di attenuanti - ha scritto la stessa storia di quel tragico pomeriggio.
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