di KATIA SALVINI
«I miei primi meravigliosi 55 anni (in Italia)». Se potesse parlare - ipotesi non del tutto azzardata - Barbie direbbe proprio questo, sfoderando il suo sorriso indelebile. E infatti proprio 55 anni fa questa signorina americana bonsai sbarcò per la prima volta sullo Stivale e i sogni delle bambine italiane finalmente ebbero un volto: il suo.
Che dire? E' davvero una vita movimentata per una «bambola»! Ma non è tutto: Barbie avrebbe frequentato la Willows High School a Willows, Wisconsin e la Manhattan International High School a New York (ispirata alla reale Stuyvesant High School). Questa wonderwoman, inoltre, ha avuto 38 animali: gatti, cani, cavalli, un panda, un cucciolo di leone e persino una zebra. E poi decappottabili rosa, camper e molti altri veicoli. Ha inoltre una patente di volo per aerei commerciali, sui quali ha lavorato anche come hostess. E infine, udite udite, il 12 agosto 2004 Barbie ha annunciato la sua campagna elettorale per diventare presidente degli Stati Uniti, rappresentando il Partito delle Ragazze, con un vero e proprio programma elettorale messo per iscritto da Mattel. Difficile pensare che tutto è cominciato negli Anni '50, quando Ruth Handler, una delle rare donne imprenditrici dell’epoca che viveva a Hawthorne, in California, guardando la figlia Barbara giocare si rese conto che non sembrava apprezzare più i paffuti bambolotti destinati ai piccolissimi: preferiva armarsi di forbici e ritagliare dalle riviste patinate della mamma i vestiti da far indossare a manichini di cartone, giocando poi a fare l’adulta. E in quel momento Ruth «concepì» Barbie: non una semplice bambola, ma un sogno da inseguire, imitare, afferrare per ogni bambina.
«Ogni ragazza ha bisogno di una bambola attraverso la quale proiettare la sua visione del futuro e per vedersi a 16 o 17 anni: è stupido pensare che possa farlo con un bambolotto “piatto”: per questo ho dato a Barbie quel bel seno» spiegò la stessa Ruth Handler nel 1977 al New York Times. Le bambine potevano indossare i panni della madre attraverso una bambola adulta. E la loro era una sorta di rivalsa nei confronti degli adulti perché potevano farle fare quello che volevano. Così, intorno a Barbie nacque un piccolo universo parallelo, che rifletteva in tutto e per tutto il mondo dei grandi. La bambola si è adattata negli anni a ogni dettame della moda che arrivava da Parigi (gli stilisti della Mattel negli Anni ’60 non si perdevano una sfilata) e le bambine venivano invitate a comprare vestitini aggiornati secondo le ultime tendenze, da fare indossare alla loro bambola a seconda dell’occasione. Intanto, i «lifting» (se ne sono contati 3) la adeguavano all’ideale femminile. Oggi nel quartier generale di El Segundo, a dieci minuti dall’aeroporto di Los Angeles, solo per Barbie (di cui da quelle parti si parla come fosse una persona in carne e ossa) alla Mattel lavorano centinaia di persone, tra cui 50 stilisti e 12 parrucchieri. Ha decine di pagine Facebook e di recente ha debuttato su Istagram come modella, vestita da stilisti famosi prestigiosi come Karl Lagerfeld.
E lei a 55 anni è sempre uguale a se stessa: giovane, sorridente, senza una ruga. E oltre ad incarnare il sogno di ogni bambina, oggi è anche l'emblema di una società che insegue l'eterna giovinezza. Anche a costo di diventare di plastica. Come Barbie.
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