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CULTURA

Pasolini: i legami con Parma del poeta e regista corsaro

Un volume a cura di Primo Giroldini con pagine di vari intellettuali

Pasolini: i legami con Parma del poeta e regista corsaro

di Camillo Bacchini

09 Marzo 2025, 10:27

«Parma, un viale e il riso di mia madre./Su questa breve apparizione/il crepuscolo di un’epoca felice/che rode e stinge l’oro dell’Appennino./E tu, Italia, fai di Parma un capolavoro/di memorie bianche nelle piazze ducali,/di foglie che nei viali padani/hanno un respiro di autunni vellutati»: sono questi i versi con cui Pier Paolo Pasolini ha immortalato la nostra città. È il ricordo, tinto di luce corrusca, di quando un tratto della sua esistenza l’attraversò; fu da bambino, tra il settembre 1923 e il marzo dell’anno successivo.

In seguito, Pasolini ebbe modo di stringere con Parma relazioni strette, segnando in parte il destino della città. In un volume dal ricco apparato iconografico - ben distribuito, con anche documenti d’archivio inediti radunati in una nutrita appendice dedicata - sono raccolti, a cura di Primo Giroldini, i contributi di Giroldini stesso, Roberto Chiesi, Mirco Grasso, Piero Spila, Paolo Briganti, Gabriele Balestrazzi, autori che ricostruiscono un ritratto inedito dell’intellettuale e del romanziere, dell’uomo di cinema e di teatro, del saggista e del poeta, utilizzando la specola di Parma come chiave per interpretare non soltanto un periodo culturale vivissimo qui da noi, ma anche un personaggio e un uomo che non ha mai smesso di tenere attive le curiosità di tutti su di sé, sulla sua vita, sulle sue posizioni, sulla sua opera, sulle circostanze della sua morte. Parma, da sempre città di provincia ma non provinciale, dal punto di vista culturale ha steso soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta (ma anche prima e dopo, mutatis mutandis, e ancora oggi in vario modo) una rete di rapporti che funzionavano in modo attivo andando a costituire la città come centro culturale autonomo ma non separato e sempre comunque in dialogo fecondo con i centri maggiori. Ecco che allora «Pasolini e Parma. Incontri, amicizie e collaborazioni» (Mup editore, prefazione di Tullio Masoni, introduzione di Primo Giroldini, pag. 200, euro 20) non è solo un omaggio sulla scia del centenario di PPP, ma un progetto scientifico per approfondire la conoscenza di uno degli ultimi intellettuali italiani a tutto tondo, capace di incidere sulle idee e la loro circolazione, dal punto di vista creativo e comunicativo. Non c’è bisogno di ricordare quanto oggi la figura dell’intellettuale - sostituita in vario modo dall’influencer, confusa e soffocata dalla deriva anarchica del relativismo-social, colpita dal declino della carta stampata - sia confinato in una torre d’avorio (diroccata), in una dimensione di autoreferenziale senescenza, quasi ininfluente di fronte ai cambiamenti.
Gli interventi restituiscono in modo esauriente - per quanto possa permetterlo un personaggio poliedrico, eclettico, sfuggente come Pasolini - lo spettro dei suoi rapporti con la Petite Capitale. Giroldini si occupa delle relazioni parmigiane nella vita e nelle opere del Nostro, Chiesi approfondisce il dialogo critico tra PPP e Attilio Bertolucci - vero perno attorno al quale girano e si sviluppano a Parma e negli immediati dintorni scambi e relazioni - mentre Grasso delinea i rapporti con Marchi e Bassani (oggetto di parte della documentazione inedita pubblicata nell’ultima sezione). Piero Spila ritrae Pier Paolo con Bernardo Bertolucci, fratelli d’adozione - un’amicizia fondamentale, nata quando Bernardo ragazzino scambiò Pasolini, venuto a suonare alla porta di casa per un incontro con Attilio, per un ladro (complici «gli occhiali neri e l’aria un po’ malandrina») e gli chiuse la porta in faccia.
Paolo Briganti, dal canto suo, chiarisce, in modo definitivo e autorevole, i rapporti dello scrittore con l’Officina Parmigiana - da PPP stesso ribattezzata così, sulla scia dell’Officina Ferrarese di longhiana memoria, dopo che Macrì aveva parlato di «camerata parmigiana», ove «camerata» è termine riferito alla musica da camera. Briganti ripropone nella sua interezza il saggio originale scritto da Pasolini e inserito in «Passione e ideologia», saggio che, a una lettura/rilettura integrale e non distratta, può riservare delle grosse sorprese. Gabriele Balestrazzi ci parla del film «La rabbia», ricostruendone in modo rigoroso la storia e lo sfortunato destino critico, che sembra volerlo condannare all’oblio. Fa piacere, poi, ritrovare e rileggersi Giuseppe Marchetti nell’immediatezza puntuale della cronaca, in un articolo che parla della morte di Pier Paolo, violenta come la vita del suo romanzo o il romanzo della sua vita.
Il compianto critico parmigiano compare dunque in un suo pezzo d’archivio pubblicato su questo giornale appunto il tre novembre del 1975, all’indomani del ritrovamento del cadavere alla periferia di Ostia, restituendo un ritratto di Pasolini che travalica l’urgenza della cronaca in una riflessione dolorosa e insieme razionale. Un volume che non solo punta la lente di ingrandimento su un periodo creativo di grande fermento per Parma, considerato aureo da molti, ma che colloca la situazione geoculturale parmense all’interno di un affresco più ampio di problematiche e relazioni, quello nazionale.

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