Economia
Industrie e città, un legame mai dissolto che la pandemia ha posto di nuovo al centro dell'attenzione. L'emergenza sanitaria, infatti, ha reso evidente l'importanza di alcune filiere del manifatturiero per il buon funzionamento delle città, un tipo di industria che serve ai grandi centri urbani nei suoi bisogni primari. Del resto, c'erano già segnali importanti prima della pandemia, basti pensare al tema dell'economia circolare, delle filiere corte, dell'industria che costruisce esperienze, che permette il funzionamento quotidiano dei consumi e dei servizi della popolazione. In ogni caso, i poli produttivi industriali sono andati via solo in parte dai centri urbani in Europa e quello che si credeva un relitto del Novecento continua a caratterizzarne il tessuto economico, con connotazioni nuove che le analisi tradizionali faticano a intercettare.
Tutto questo viene evidenziato dal progetto Mista, che è stato realizzato dal programma di cooperazione europeo Espon, specializzato in analisi regionali. Lo studio dei rapporti tra aree urbane e industria, ha messo in luce l'impatto del Covid-19 sul lavoro, sull'industria locale e sulle politiche urbane nelle città di diversi paesi dell'Ue. La pandemia, osservano i ricercatori del progetto, ha spinto la società a reagire e riorganizzarsi in base alla distanza e all'isolamento. Le aree cittadine hanno cercato, così, di accogliere una nuova idea di prossimità per contenere la diffusione del coronavirus. La presenza di questo tipo di realtà produttive ha reso più resilienti le città all'emergenza sanitaria e al suo impatto sul piano sociale ed economico. Non è l'acciaieria, per intenderci, ma un'industria in cui sono sempre più sfumati i contorni tra il settore secondario, che produce attività di servizio, identità, stili di vita, piuttosto che semplici merci, e il settore terziario, che dipende da forme avanzate di attività industriali. La pandemia, inoltre, ha messo in evidenza il ruolo delle tecnologie a sostegno del lavoro e dell'apprendimento a distanza, integrandole ulteriormente nell'organizzazione del lavoro, della vita e del consumo. Tecnologie che erano già disponibili, ma che si sono rivelate cruciali per consentire alle società di adattarsi a misure sanitarie eccezionali.
Lo scenario
Stando ai risultati della ricerca le grandi aree urbane continuano ad essere una sede privilegiata per il manifatturiero: più della metà (54%) della forza lavoro nell’industria europea, che si traduce in circa 19,8 milioni di persone, è impiegata nelle regioni metropolitane e genera un valore aggiunto di circa 1,7 miliardi di euro e quasi due terzi (64%) della produzione industriale dell’intera Unione Europea. All’interno delle regioni, le città più grandi e densamente popolate sono luoghi fondamentali per la produzione industriale: qui 8,4 milioni di lavoratori industriali generano il 30% circa della produzione industriale europea. L’importanza delle aree metropolitane come sedi industriali non sembra essere diminuita nell’ultimo quarto di secolo: la percentuale dei lavoratori del manifatturiero impiegati nelle regioni metropolitane è calata solo del 3% dal 1995, a fronte di aumento della produzione industriale dell’1%. Le analisi tradizionali, secondo gli esperti, non riescono a cogliere questo quadro per diversi motivi. Innanzitutto, fanno riferimento alla città principale e non all’area urbana circostante: se si allarga lo sguardo e si considera quest’ultima dimensione, ci si rende conto che l’industria è rimasta. In altri termini, esiste una più stretta relazione funzionale tra i centri urbani e le aree circostanti che è alla base di un modello industriale più diffuso sul territorio.
La manifattura, peraltro, è molto diversa rispetto al passato ed è caratterizzata da un’integrazione elevata con i servizi ed il terziario. In sostanza, per una parte di industria che è migrata, un’altra è arrivata e cerca nelle aree urbane la propria base di riferimento.
Il nuovo tipo di industria urbana si basa sulla produzione creativa, personalizzata e ad alta intensità di conoscenza, ma non solo. Ci sono settori fondamentali come la logistica urbana o la fornitura di servizi - acqua, energia, trattamento dei rifiuti, ad esempio - che funzionano come veri e propri settori manifatturieri avanzati.
Un cambiamento di paradigma che ha un impatto anche sull'occupazione. Chi lavora in questo tipo di industria non è più il colletto blu, ma è un lavoratore più specializzato, è difficile reimpiegare chi ha competenze diverse da quelle richieste dalla nuova manifattura. E questa rappresenta una delle maggiori sfide per le città, specie quelle con un grande passato manifatturiero.
Un nuovo modello produttivo urbano
Secondo le analisi, il modello produttivo urbano del post-pandemia sarà orientato all'innovazione, caratterizzato da una tecnologia che consente la creazione di nuove forme di lavoro e da filiere produttive fortemente integrate e radicate nel contesto locale, oltre che in quello globale. In quest'ottica, concludono i ricercatori, è cruciale anche il ruolo della governance delle città metropolitane, non solo per sviluppare una politica industriale più adatta alle nuove esigenze, ma anche per sostenere la coesione territoriale e ridurre le crescenti disuguaglianze che attraversano le società.
L'occupazione
Negli ultimi venti anni, le perdite dei posti lavoro nell’industria europea sono state il risultato dell’aumento della produttività più che del processo di deindustrializzazione. Questo trend è visibile nelle principali città europee, in cui ha giocato un ruolo chiave lo sviluppo delle nuove tecnologie. Tutte le aree urbane osservate, sottolineano i ricercatori del progetto Mista, hanno registrato una crescita economica nel periodo tra il 1995 e il 2017, mentre in quasi tutte l’intensità del lavoro è diminuita. In città come Roma, Milano, Napoli e Torino, i fenomeni di deindustrializzazione hanno costituito una componente significativa ma minore, della trasformazione dell’occupazione industriale. Di queste regioni, metà ha tratto vantaggio da un forte ambiente metropolitano che ha frenato le perdite di occupazione nel settore: è il caso ad esempio di Roma e Milano, oltre che di Parigi, Bruxelles, Varsavia, Budapest, per citarne alcune. Nelle restanti aree urbane, la deindustrializzazione ha avuto luogo in un ambiente metropolitano debole. Questo gruppo, che include Torino e Napoli, ma anche Berlino, Vienna, Dublino, Barcellona, comprende principalmente i centri urbani dei paesi che hanno aderito all’Unione europea prima del 2004, con livelli di reddito medi e più alti e spesso una struttura economica mista o basata sui servizi.
Anche in questo caso, le nuove tecnologie sono state determinanti. Da un lato, hanno ridotto il numero dei posti di lavoro, ma dall’altro hanno fatto crescere la qualità dell’occupazione nel settore. Questo trend - aggiunge - può aiutare le amministrazioni locali a non pensare alle città solo come campo di competizione tra funzioni residenziali o terziarie, ma a soggetti complessi, in cui esistono nuove potenti interazioni tra manifattura, servizi, cultura, residenza.
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