economia
Vino, l'export resiste in un contesto difficile
Stappate le ultime bottigile dell'edizione numero 56 di Vinitaly, resta in bocca la persistenza di un punto di riferimento da anni imprescindibile per il comparto enologico nazionale, ma anche una nota stonata - se allarghiamo la prospettiva - per il Made in Italy incapace di stilare un calendario logico: che senso ha la sovrapposizione con il Salone del Mobile milanese? Va bene: settori diversi, città diverse, ma spalmare meglio le date dei vessilli industriali tricolori non sembrerebbe impresa improba...
I 97mila visitatori alle Fiere scaligere in questa edizione 2024 (30mila stranieri) contano per la qualità più che per il numero: per un'azienda, soprattutto di piccole dimensioni (e ce ne sono molte fra le oltre 4mila presenti a Vinitaly), due incontri mirati con buyer stranieri valgono infinitamente più di tre o quattro mila assaggi random. E quest'anno i top buyer dall'estero erano 1200, in crescita del 20%. Un segnale forte che arriva anche a quelle aziende (big comprese, Tenuta San Leonardo su tutte) che hanno rinunciato alla kermesse veronese. E a proposito di segnali importanti, ne sono arrivati numerosi dal governo che in riva all'Adige quest'anno ha schierato la prima squadra oltre allo spazio «Vino tra mito e cultura» a cura del Masaf: il presidente della Camera Lorenzo Fontana, la premier Giorgia Meloni, il vice premier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, e ancora i ministri del Made in Italy, Adolfo Urso, dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida, della Cultura, Gennaro Sangiuliano, del Turismo, Daniela Santanchè e dell’Istruzione, Giuseppe Valditara. Ce n'era abbastanza per un consiglio dei ministri straordinario.
Il Vinitaly 2024 ha messo in mostra un settore in salute sì, con un export che vale 7,7 miliardi di euro ma se l'ambizione di Ice e Governo di arrivare a 10 miliardi nel giro di pochi anni, il 2023 ha segnato però una flessione dello 0,9%. Non consola che gli altri - Francia in primis - fanno peggio. Si iniziano a intravvedere segnali di indebolimento: alcuni sono comuni a tutti - l'inflazione, l'altro costo del denaro per il rialzo dei tassi, l'incremento dei costi - altri più specifici, come il cambiamento climatico, le battaglie salutiste contro il vino «cancerogeno», i cambiamenti etnici che modificano i consumi e anche una gamma di mercati di sbocco - diciamolo - un po' asfittica. Il 62% delle nostre bottiglie finisce infatti in appena cinque Paesi, Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Canada e Francia.
Il mondo dell'enologia italiana deve anche risolvere un dilemma: capire se la straordinaria quantità di vitigni, di Doc e Docg sia una freno come sottolinea il presidente dell'Unione italiana vini Lamberto Frescobaldi che invita a sfoltire il panorama delle denominazioni oppure se risieda proprio lì una delle chiavi del potenziale del Belpaese anche in chiave turistica e di valorizzazione dei territori. Quanto il settore sia intimamente legato al contesto economico emerge dall’impatto economico del turismo enologico, traino nelle grandi città ma soprattutto per il territorio e le comunità rurali a vocazione vitivinicola (l’Associazione Città del Vino registra per il turismo enologico 15 milioni di persone fra viaggiatori ed escursionisti per una spesa di 2,6 miliardi di euro).
I dati dello studio sul vino in Italia presentato a Verona da Vinitaly-Uiv-Prometeia raccontano complessivamente di una produzione annua che vale 45,2 miliardi di euro (tra impatto diretto, indiretto e indotto), occupa 303 mila persone con un valore aggiunto di 17,4 miliardi di euro pari all’1,1% del Pil. Senza il vino - è la sintesi-manifesto dello studio - il saldo commerciale del settore agroalimentare scenderebbe del 58% (da +12,3 a +5,1 miliardi di euro nel 2023). Nonostante il contesto, insomma, il settore è resiliente, come va di moda dire oggi. E per ogni euro di valore realizzato dalle imprese vitivinicole se ne ricavano 4 per l'economia nazionale: non possiamo permetterci di rallentare, a partire dal bando Ocm vino Paesi Terzi per il quale va emanato quanto prima il decreto.
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